
Per assicurarsi il “diritto al futuro”, come pubblicizza il Ministero della gioventù, uno studente deve prima indebitarsi nei confronti d’una banca, cioè “fruire serenamente del credito”, poi da laureato chiedere il “periodo di grazia” e “accedere con tranquillità al mondo del lavoro”. E se non lo trova? Come pagherà in 15 anni? Di sicuro a tasso fisso di interesse. Quell’Eurirs altalenante di giorno in giorno che verrà rilevato trimestralmente – secondo quanto spiega uno degli istituti bancari aderenti al Protocollo d’intesa col Ministero – e “maggiorato d’un credit spread commerciale”. Cioè d’una qualche misura che determina quanto l’investitore dovrà essere pagato per il rischio. È il mercato dei derivati, dove il rischio – ricorda Assofondi pensione – è efficace solo se chi lo assume è in grado di sostenerlo. A sostenerlo è lo Stato, a cui gli istituti bancari hanno chiesto una garanzia. Il Dipartimento della gioventù, che s’avvale di 19 milioni di euro annuali, in caso i beneficiari non pagano s’impegna a tenere indenni le banche nella misura del 70% dell’esposizione. A guadagnarci, tra oneri di gestione e spese di funzionamento, oltre le banche, lo stesso Dipartimento, che gestisce, e ha già gestito negli anni 2007-2009 il Fondo rotativo per i giovani con 10 milioni di euro annui. La domanda è: in questo 2011 di crisi siamo sicuri che questo fondo sia stato e sarà utile al futuro dei giovani? Per capirlo seguiamo una studentessa in un estenuante viaggio da sud a nord. Migliaia di chilometri alla ricerca del suo diritto al futuro. Leggi il seguito di questo post »