Riyad raccoglie materiali da bruciare nella stufa di casa poiché non può permettersi il gas o l’elettricità. Quarantotto anni, Riyad Hammad, dal campo profughi di Maghazi, al centro di Gaza, si sveglia venerdì mattina mentre sua moglie è già seduta vicino la stufa a legno per accenderla. Parte per un negozio vicino, non per comprare biscotti o altro, piuttosto per portarsi via il pakaging utilizzato per venderli, i biscotti, sua moglie aspetta. Sin da quando è stato licenziato da lavoro, a seguito dello scoppio dell’intifada nel 2000 e dall’imposizione delle chiusure israeliane, Riyad raccoglie materiale d’imballaggio e carta per guadagnare qualche shekel, vista la sua incapacità a permettersi il gas e l’elettricità. Nei loro 120 metri quadri, casa a
due piani che Riyad ha costruito venti anni fa, una piccola stufa tradizionale palestinese – degli anni prima dell’esodo forzato del 1948 – brucia in una piccola stanza piena di rifiuti. «I biscotti sono arrivati!», o piuttosto, sono arrivate le loro scatole e carte. La moglie di Riyad le prende dalle mani di suo marito e comincia felicemente a cuocere le pagnotte di pane, mentre i bambini aspettano la loro prima colazione. Sono quasi le 8:00 quando l’intera famiglia, 12 membri, si sveglia. Il padre, di fianco la stufa, i figli e figlie di sopra, preparano la loro prima colazione. Il grigio-barbuto Riyad sospira e continua, «ma di quale festa del lavoro stiamo parlando. Festeggiavo prima che mi ritrovassi in questa condizione, otto anni fa. Ora posso a malapena ricordarmela. Ho quattro bambini che studiano all’università, non posso permettermi le tasse scolastiche, il trasporto. Ho bisogno di circa 70-80 NIS al giorno (20 dollari statunitensi), ma non ho un singolo penny di reddito». Poi aggiunge, «non posso pagare gas ed elettricità e non ho il telefono. Sono otto anni che non lavoro, o perso tutti i risparmi, compresa la dote di mia moglie. La mia vita è diventata una miseria. Passo il tempo andando da casa alla moschea e viceversa. Dormo soltanto due ore a notte – sono nella disperazione totale». La moglie di Riyad brucia il materiale di imballaggio per cuocere il pane per la sua famiglia. L’assistenza che riceve Riyad è di alcuni chili di zucchero, riso, farina e olio da cucina, se dall’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA), arrivano ogni tre mesi, e questo non è abbastanza per una così grande famiglia. «Ogni tre mesi l’UNRWA ci dà tre chili di riso, tre chili di zucchero, due litri d’olio e 30 chili di farina per ogni membro registrato della famiglia e non è abbastanza. Non è abbastanza. Eman, 20 anni, figlia maggiore di Riyad, racconta. «La situazione di mio padre è disperata, noi proviamo ad aiutarlo come possiamo. Appena risparmio soldi per il trasporto sono costretta a rimanere all’università quanto più posso per recuperare le lezioni perse. È qualcosa che, in una società molto conservatrice, imbarazza molto mio padre; tuttavia, cosa posso fare? Dobbiamo capire il momento che stiamo attraversando». Dallo scoppio della seconda intifada nel settembre del 2000 circa 100.000 operai palestinesi nella striscia di Gaza sono stati esclusi dal loro lavoro in Israele, generando così una disoccupazione su larga scala. Il tasso di disoccupazione è raddoppiato con l’embargo economico internazionale, posto dopo che il governo di Hamas è andato al potere nelle elezioni del gennaio 2006. Rasem Albayary, capo del sindacato palestinese, dichiara che le politiche del governo israeliano sono responsabili dell’attuale deterioramento in tutti i settori di lavoro. A partire dalla seconda intifada, verso la fine del 2000, le autorità israeliane hanno chiuso gli accessi a Israele, escludendo così operai di molti settori come agricoltura, industria ed edilizia. Ricordo anni in cui i giorni di chiusura hanno ammontato a 220». Spiega che attualmente con l’embargo e la chiusura economica continuativa dei punti d’accesso, il tasso di povertà è salito a circa l’85%. L’industria, l’agricoltura e la pesca rappresentano i settori più colpiti, più di 350 fabbriche sono state chiuse, lasciando migliaia di operai senza lavoro. Albayary dicafferma che il sindacato non può più fornire alcuna assistenza agli operai, né finanziaria né di nuove opportunità di lavoro, l’unico servizio è l’assicurazione contro le malattie. Il settore agricoltura, fonte principale di reddito per la popolazione palestinese di Gaza, è stato seriamente compromesso dalla politica d’Israele e dal boicottaggio economico, con perdite che ammontano, secondo il Ministero palestinese dell’agricoltura, a più di 300 milioni di dollari.
Mohammad Al-Agha, Ministro dell’agricoltura, racconta che il settore agricolo, già sofferente per i danni degli anni passati, è al limite. «Migliaia di coltivatori non riescono a esportare i loro prodotti per via della chiusura, e migliaia d’acri di terreno coltivabile sono stati confiscati o distrutti dall’esercito israeliano». Il ministro dice inoltre che in questi ultimi 14 mesi, il ministero ha ricevuto pochissima assistenza rispetto agli anni precedenti. L’unica assistenza di cui ha tratto beneficio è stata data dalla Spagna, dal WFP e dal UNDP ed è stata inadeguata. Il ministro ha invitato l’Unione Europea e gli Stati Uniti a rivalutare la questione del sussidio finanziario per la popolazione palestinese e a evitare l’ulteriore peggioramento della situazione. Inoltre ha invitato la gente ha far pressione sui loro governi affinchè venga tolto l’embargo economico. Nel suo più recente appello per i fondi monetari, il commissario generale del UNRWA, Karen AbuZayd, ha proposto un fondo monetario di emergenza di 240 milioni di dollari con cui l’UNRWA fornirebbe assistenza a 4,2 milioni di rifugiati palestinesi. La chiusura israeliana e le operazioni militari attraverso la striscia di Gaza, così come l’embargo economico internazionale di 14 mesi sul governo palestinese, hanno costretto i palestinesi a vivere sotto la soglia di povertà, così come la disoccupazione ha registrato un livello record negli ultimi anni. Gli Stati Uniti, l’Unione Europea, le Nazioni Unite e la Russia chiedono ancora che il governo di Hamas riconosca Israele, rinunci alla violenza e accetti gli accordi precedemente firmati come presupposti a togliere il paralizzante embargo economico. Il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha segnalato la possibilità che l’embargo sia presto tolto; chi può predire quando Riyad potrà portare biscotti e frutta anziché carte e scatole ai suoi 10 bambini?
by Rami Almeghari, Live from Palestine














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