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Mafia lucana e omertà

Renato Martorano, capo società della 'ndrangheta in Basilicata, attualmente al 41 bis

L’ultimo che ha parlato della criminalità organizzata nel Potentino è stato Salvatore Clabrese, nel lontano 1994. Fino a oggi più nulla

Sono passati sedici anni da quando qualcuno decise di squarciare il velo sulla criminalità organizzata del Potentino.
Bisogna tornare al 1994 per incrociare Salvatore Calabrese, il pentito che con le sue dichiarazioni permise all’allora sostituto antimafia, Vincenzo Montemurro, di imbastire il processo “Penelope”. Poi più nulla.
Le cosche che operavano nel Potentino non erano propriamente autoctone: quelle del Vulture-Melfese erano derivazioni della nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo, quelle del Potentino della ‘ndrangheta calabrese. Nella zona del Vulture-Melfese la criminalità organizzata assume una connotazione sempre più marcata anche in concomitanza con l’insediamento dello stabilimento Fiat a San Nicola di Melfi. Arrivano, infatti, parecchi soldi che fanno gola a tutti. Non a caso proprio in quello stesso periodo si registra nella zona un’impennata malavitosa senza precedenti. Intorno ai primi anni Novanta il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Melfi emette 22 provvedimenti restrittivi a carico di altrettanti componenti di clan malavitosi della zona.
L’allora procuratore Armando Cono Lancuba chiede il rinvio a giudizio per 58 persone. Tutti sono accusati di associazione a delinquere di stampo mafioso.
Passa qualche anno ed ecco che a chiarire dinamiche e organigrammi arriva Salvatore Calabrese. Le dichiarazioni del pentito danno vita al processo “Penelope”. Nel 2004 la Corte di Assise e di Appello di Potenza condannò sette persone tra cui Renato Martorano oggi detenuto nel carcere di Cuneo in regime di 41 bis. Alla sbarra finirono in 20. Tra questi anche Rocco Delli Gatti e Domenico Petrilli poi uccisi nel corso della faida che ha insanguinato il Vulture-Melfese. Durante il processo Penelope vennero fuori anche i nomi di Giuseppe e Fillippo Graviano, capi mandamento di Brancaccio, nonché esponenti di spicco di cosa nostra all’epoca guidata da Totò Riina e Bernardo Provenzano. A fare il nome dei due fratelli Graviano è Nicola Notargiacomo, prima affiliato alla cosca capeggiata dal cosentino Franco Perna, poi pentitosi nel 1994. A una precisa domanda dell’allora sostituto antimafia Montemurro, in merito a una partita di acido solforico procurata dall’organizzazione di cui faceva parte, Notargiacomo rispose: «Noi intervenimmo per conto dei corleonesi… di Giuseppe e Filippo Graviano… e ci procurammo 300-400 litri di acido solforico per l’eliminazione dei cadaveri».
Alessia Giammaria

Quinta mafia, si è rotto il muro dell’omertà

Operazioni mirate delle Forze dell’ordine nell’area del Vulture. È caccia alle armi della faida tra i clan. Presa di mira l’ala militare, scovati i nascondigli dell’arsenale, attività frenetiche in corso.
13/08/2010

Dettagli. Come il punto esatto dove scavare, l’anfratto quasi occultato dalle frasche. Posti difficili da scoprire a meno che qualcuno non dia precise indicazioni. Qualcuno che la sa lunga su quello che veniva tenuto nascosto con tanta cura per evitare sorprese dalla polizia.
E tanto che si parla soprattutto di armi, è l’ala militare che è finita nel mirino degli investigatori, e sono pochi quelli che hanno accesso a informazioni così rischiose, e non è raro che loro stessi abbiano le mani sporche dei più efferati delitti, perchè si sa che, nel crimine, il sangue è una prova da superare per guadagnare la stima e la fiducia dei veri pezzi da novanta.
Tutti ci devono passare, e a Melfi anche le pietre sanno dei morti che ancora gridano giustizia.
Questa è l’aria che da un po’ di giorni a questa parte tira dalle parti del castello di Federico.
Ma anche a Potenza il clima è quello dell’attesa prima di un grande evento.
Perchè l’oggetto degli accertamenti che si susseguono a ritmo incessante è una storia lunga vent’anni, da quando è esploso il conflitto tra i vecchi clan coi loro maggiorenti campani e calabresi, e un gruppo di emergenti in parte fuoriusciti o allontanati dagli altri, che si sono messi in testa di far per conto loro, prendendo in mano le redini del business della droga, imponendo con la forza il loro dominio, facendo correre un nome per tutta la regione che a sentirlo c’è ancora a chi viene un brivido sulla schiena.
Quinta mafia è il gergo dei sociologi curiosi.
Per estorcere i commercianti e incutere timore, anche agli eletti a entrare a far parte della nuova grande “famiglia”, hanno scelto di chiamarsi basilischi.
E a Melfi hanno trovato terreno fertile per coltivare le loro irrefrenabili ambizioni, perchè era tempo che i padrini cutoliani erano andati in pensione, eppure i loro referenti non avevano l’intenzione di cedere il passo.
C’erano i soldi degli appalti per la costruzione del nuovo stabilimento della Fiat, un’opera di interesse strategico per tutto il mezzogiorno finanziata anche coi soldi dello Stato. In quel periodo furono in tre a svanire come nel nulla, poi fu la volta dei corpi carbonizzati, almeno due nei primi anni novanta, e di Ofelio Antonio Cassotta nel ’96, all’epoca 24enne.
E dai Cassotta sono tornati i carabinieri la scorsa settimana perchè da allora anche i fratelli Marco Ugo e Bruno Augusto, sono caduti nella faida del melfese, e ancora non si sanno i nomi dei responsabili del loro assassinio.
I Cassotta erano diventati i referenti dei basilischi per tutta l’area nord della regione.
E l’ultimo fratello sta scontando una condanna all’ergastolo per l’omicidio di un cugino del boss del clan rivale, Giancarlo Tetta, freddato per vendicare l’omicidio di Marco Ugo.
Nel frattempo a Potenza moriva un poliziotto che aveva osato fermare alcuni di loro davanti a un circolo ricreativo per un controllo. L’anno dopo, il 29 aprile del ’97, si consumava uno dei crimini più efferati che si ricordi in città con l’agguato ai danni di Giuseppe Gianfredi, un personaggio molto discusso finito in un’inchiesta dell’antimafia per i contatti con esponenti dei vecchi clan.
I sicari fecero fuoco sull’auto dai due lati e colpirono a morte anche la moglie, mentre i due figli sul sedile di dietro restarono illesi per miracolo.
Nel corso delle indagini sono state percorse tutte le ipotesi immaginabili, e non sono mancate le false piste e gli arresti revocati dal Tribunale del riesame per mancanza di elementi certi.
Ma da tempo l’attenzione si è concentrata su di loro, i basilischi, colpiti duro a partire dal ’99 da una serie di operazioni della Dda, prima dai magistrati Felicia Genovese e Vincenzo Montemurro, e ultimamente Francesco Basentini.
Le attenzioni, anche a livello nazionale, fanno male per certe attività, così dai gesti clamorosi si passa a una stagione di relativa calma, a parte le tensioni interne al gruppo che per poco non scatevano una lotta intestina, fino al 2007.
A far riesplodere lo scontro con i rivali di sempre è un uomo appena uscito dal carcere, Gerardo Navazio, che aveva appena finito di scontare una condanna per reati passionali, ed era ritornato nella sua città natale, Melfi, dove si era avvicinato al “boss” dei Cassotta, Marco Ugo, che gli aveva offerto la sua amicizia.
Ma ancora per motivi passionali, stando alla sentenza di primo grado, Navazio ammazza un giovane di appena 22 anni, vicino agli uomini dell’altro clan.
Di lì la situazione precipita di colpo, e dopo un mese esatto viene trovato il corpo di Marco Ugo, crivellato dai colpi di pistola e bruciato in un casolare fuori città, come il fratello undici anni prima.
Per la sua morte è finito in carcere uno dei suoi uomini più fidati, Alessandro D’Amato, che avrebbe fatto da “specchietto” o “traghettatore” verso la sponda dove Cassotta ha incontrato il suo destino, così i detective gli danno il nome di “Caronte”, mentre gli esecutori materiali restano sconosciuti.
Il fratello di Marco Ugo, Massimo, non fa passare un anno e compie la sua vendetta.
Adesso deve scontare una pena lunga trent’anni, e a settembre del 2008 perde anche un altro fratello, Bruno, ucciso come gesto di ritorsione.
Da allora le armi tacciono, e qualcuno starebbe suggerendo agli inquirenti la maniera di liberarsene una volta per tutte.
Leo Amato

il Quotidiano della Basilicata

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2 pensieri su “Mafia lucana e omertà

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