Reportage/Routines

L’ultima spiaggia ecologica. Nuovo mondo industriale tra imprese e territorio

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LECCE – Il presidente della commissione Ambiente della Camera, Ermete Realacci, ultimamente ha dichiarato che «un mondo industriale attento alla difesa del territorio e alla tecnologia avanzata c’è già». La spiaggia di Torre Chianca, inizio della costa adriatica salentina, racconta questo nuovo mondo attento al territorio e alle abitudini di consumo.

Angoli splendidi, ma soprattutto una mappa chiara sugli effetti di stili di vita poco ecologici. A terra il pakagin di prodotti d’ogni sorta. Un vademecum sull’identità di chi li ha consumati. Salsa, succhi di frutta, dentifrici, birra, coca-cola, fanta, vodka. Un piccolo dizionario che il mare si diverte a riproporci, gli scarti bisogna rivederli al termine del loro ciclo. Detersivi, prodotti per la cura del corpo, olii combustibili, poliuretano espanso, silicone, una lavatrice. E poi l’elogio della plastica. Brandelli grandi come kite, minuscoli pezzetini simili a perle che i pesci inghiottono. Reti che una volta ospitavano una paletta, un secchiello, qualche formina che ha fatto divertire più d’un bimbo. Tutto rigorosamente in plastica. Se li si osserva da vicino, si scoprono particolari della nostra quotidianità. Un tubetto di gel per capelli lascia immaginare il comportamento di chi lo ha usato. È stato tagliato in due parti per sfruttarlo al massimo. È il nuovo mondo industriale che s’affaccia in riva al mare. Sabato il viavai di persone è continuo. Nessuno fa caso alla spazzatura. Mario, sessantatre anni, pensionato, passione per la pesca, racconta un’altra realtà. «Ci vengo spessissimo qua. Sono otto mesi che non prendo nulla. I pesci sono scappati» dice. «Come i miei figli, sono andati via per lavoro, proprio adesso che l’età li vorrebbe più vicino». Continua. «Si mettono le pale eoliche pure qua vicino ma è un problema ridicolo rispetto a un mezzogiorno che non offre più nulla ai giovani, se non passando per vari patronati locali o andando via, al nord». Ride. Ricorda che «tanto la merda poi la tolgono prima della stagione balneare, e comunque il problema non sta solo fuori ma pure dentro. La vedi quella là» punta il dito, «è Cerano. Da lavoro, ma pure qualcosaltro che non ci piace». La spiaggia di Torre Chianca è antistante la Centrale Enel di Brindisi. La terra del salento, assieme al 50% dei 27 milioni di tonnellate d’anidride carbonica dell’intera regione che produce Cerano (stime della Regione Puglia in Prime note per P.E.A.R. Puglia, Progetto Energetico Ambientale Puglia), accumula anche le diossine dell’Ilva di Taranto che i venti spingerebbero su questo versante (con aumenti di casi di tumore testimoniati dalla gente e dalle AUSL). Rifiuti di tutti i tipi stazionano su questa spiaggia, un giardino di contenitori vuoti che offre la possibilità di farci cogliere una variegata geografia del logo. Italiani, inglesi, turchi, statunitensi, olandesi, greci, russi, svedesi. La provenienza dei rifiuti ospitati e la loro storia evolutiva è chiara. Così, a scatole di olii combustibili, ecco affiancarsi ciò che diventeranno, morbide pallottole di petrolio grandi come noci di cocco. Confezioni ormai sbiadite di detersivi per la pulizia delle nostre case si trasformano in grossi grumi bianchi e profumati che si sbriciolano lentamente sulla sabbia. Un fenomeno nuovo. S’aggiunge al naturale sbriciolamento delle conchiglie rosa che colora in modo così particolare questa spiaggia sull’adriatico. Un barattolo semiarruginito di vernice rossa fa pensare a qualcuno che ha dipinto. Una bambola a qualche bimba che ci ha giocato. La confezione di uno shampoo, un fondotinta, un deodorante spray a qualcuno a cui piace prendersi cura di sé. Una scarpa nera al personaggio che l’ha indossata. Un insetticida made in spain a un amigo e ai suoi problemi con zanzare. Ognuno di questi prodotti è imbevuto d’abitudini che ci appartengono. Un posto speciale. In uno scenario di bellezza i rifiuti e le problematiche connesse al tema del consumo, critico e non, risaltano in modo sconcertante. La cultura dell’attenzione ambientale vacilla. Si fa psicotica. Da un lato la stasi delle economie locali, mancanza d’offerta di lavoro, che inevitabilmente producono menefreghismo nei confronti di quel territorio comune che va salvaguardato con «obiettivi vincolanti» per ciscuna nazione, come ha affermato ultimamente l’Unione Europea. Dall’altra gli stessi finanziamenti europei e le grosse risorse economico-finanziarie per l’ambiente, in cui la Regione Puglia si inserisce dovendone approvare i progetti (Deliberazione della Giunta Regionale 23 gennaio 2007, n. 35). Ai consumi spropositati del Nord del mondo (86% di alluminio, 81% di carta, 76% di legno, 75% di energia, 61% di carne, 60% di fertilizzanti, 48% di cereali, 42% di acqua potabile), s’uniscono le zone franche del Sud, territori nei quali le imprese estere possono gestire attività commerciali e industriali a condizioni particolarmente vantaggiose, e l’abbozzo di un modello di sviluppo insostenibile, «se tutti gli abitanti della Terra consumassero quanto consumiamo noi, ci vorrebbero altri cinque pianeti da utilizzare come fonti di materie prime e come discariche di rifiuti» (Centro Nuovo Modello di Sviluppo, Guida al Consumo Critico, 2005). L’International Energy Agency ha stimato che nei prossimi tredici anni in Italia si investiranno cento miliardi euro, cinquanta per ammodernare la produzione convenzionale di energia, e cinquanta per le rinnovabili e l’efficienza energetica. Vuol dire che questo piccolo pezzo di costa con la centrale E.N.E.L di Brindisi e una zona diventata parte del parco eolico pugliese raccoglierà entrambe le possibilità di ricorso a finanziamenti in project financing («elemento distintivo di tali operazioni consiste nella circostanza che le prospettive rilevanti ai fini della valutazione della capacità di rimborso del debito siano principalmente basate sulle previsioni di reddito dell’iniziativa finanziata e non sull’affidabilità economico – patrimoniale dei promotori»). E quando si leggono i costi dei progetti le cifre spaziano. Dai 50 milioni di euro del Gruppo EnerTAD, comprensivi «dell’acquisto degli aerogeneratori nonché dei servizi di manutenzione e di gestione full service per 2 anni» nel comune di Troia (Le), business Eolico la cui messa in produzione si e conclusa alla fine del febbraio 2006, al milione del progetto WEOLO promosso dall’amministrazione comunale di Lecce. Nel giugno del 2006 il coordinamento regionale della LIPU affermava che «persiste un pericoloso margine di discrezionalità in capo a chi è preposto a valutare tali progetti (e i PRIE, Piani Regolatori per gli Insediamenti Eolici), ancor più pericoloso in considerazione dell’implicito condizionamento derivante dalle risorse economico-finanziarie in gioco» (Deduzioni in merito al Regolamento Regione Puglia n.9 del 23 giugno 2006-07-02 per la realizzazione di impianti eolici, LIPU coordinamento reg.le – giugno 2006). L’ente si chiedeva nelle figure di chi si sarebbe basata la cosiddetta autorità competente, chi avrebbe effettuato la valutazione dei PRIE, e chi la valutazione integrata dei progetti. I progetti presentati alla regione contano una cinquantina di società, sette per azioni, il resto a responsabilità limitata. Una tempesta di imprese: austriache, finlandesi, inglesi, italiane, che come ogni tempesta, finisce per infrangersi a terra rivelando solo dopo, e inevitabilmente, ciò che dall’essere umano il mare è costretto continuamente e a prescindere le politiche ambientali, a ingurgitare. A terra quindi arrivano i soldi per investire su un ambiente sano, a terra, paradossalmente, s’accumulano pure quegli imballi fatti per esercitare una certa forza d’attrazione sui noi conumatori, e i ricordi e le storie di questa seduzione fatale. Alla mischia di imprese per i finanziamenti s’affianca il packaging appeal che il mare rimanda indietro assieme a usanze, istituzioni, convinzioni correlate a valori ecologici osservabili. Anche questa zona del salento ha quasi terminato la costruzione di diciotto pale (progetto Lecce 3, tra Surbo e la bella spiaggia di Torre Chianca). Quindi da una parte la Centrale, sogno dell’energia fino a qualche decennio fa schiantatosi nella consapevolezza degli aumenti di casi tumorali, e la sua riconversione. Dall’altra l’eolico. Icona del futuro pulito. Entrambi meta appetibile della nuova industrializzazione. In mezzo, una terra di tempeste, testimone, per ora, attraverso distese di rifiuti in riva al mare, degli effetti d’una cultura e di stili di vita a cui nessuno sembra fare più caso.

obiettivi e strategie dell’Unione Europea sull’ambiente;

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