Arte

L’arte racconta Israele

Adi Nes, L’ultima cenaMilano – Si tiene in questi giorni la mostra “Israele arte e vita” (aperta al pubblico sino al 7 gennaio 2007). Secondo i curatori un percorso artistico-culturale grazie al quale i fruitori avranno il «contatto con la realtà di Israele». Un secolo di vita dell’arte israeliana (1906-2006), inquadrata come “arte esistenziale”, attraverso le opere dei suoi maggiori protagonisti e i linguaggi e gli strumenti comuni al panorama espressivo internazionale (video, fotografia, installazioni high-tech). Gli sviluppi della creatività israeliana affrontati nell’arco di un secolo, a testimonianza dei luoghi, della società, della storia politica e religiosa, della situazione d’un Paese e del suo popolo. Dall’apertura dell’Accademia d’Arte Bezalel a Gerusalemme nel 1906 a Israele come uno dei centri del dibattito artistico internazionale, «laboratorio di sintesi fra culture di tutto il mondo alla continua ricerca di un equilibrio tra l’Occidente e il Medio Oriente». Dalla visione del filosofo Matin Buber d’arte come specchio della società da cui origina e per cui esiste, cui aderirono artisti ebrei di tutta Europa (Lesser Uri, Herman Struck, Ephraim Lilien) raggiungendo Eretz Israel per aiutare Boris Schatz, fondatore dell’Accademia, nella ricerca d’uno stile che rappresentasse il ritorno degli ebrei alla propria terra dopo un esilio di duemila anni, all’arte degli anni Novanta, segnata dalla tensione crescente, dal pericolo del conflitto israelo-palestinese, con artisti come Michal Rovner, Miri Segal, Avner Ben Gal e Adi Nes (rappresentanti significativi di questa generazione), che esplorano forme nuove, installazioni, opere ambientali, sperimentando il video, la fotografia e le nuove tecnologie. Dall’Oriente idealizzato dei primi del Novecento, pieno di valori morali e ideali sionisti, d’una nuova identità per il popolo d’Israele, al crollo di tale visione romantica, alla ripresa della scuola di New York degli anni Quaranta-Sessanta e la svolta verso la Lyrical Abstraction, con cui gli artisti intendevano, come ricorda Amnon Barzel, «liberare l’arte israeliana da elementi nazionali, provinciali, espressionisti e di decorativismo orientale per arrivare a un’arte che rappresentasse una società moderna, laica, aperta e internazionale». E ancora la corrente del Realismo sociale, rivolta alla situazione dei nuovi immigrati, l’opera di artisti sopravvissuti alla Shoah che comunicavano i loro incubi e la loro sofferenza. Poi gli anni Settanta, le nuove tendenze, l’arte concettuale, la land art. I lavori di artisti come Avital Geva, Micha Ullman, Moshe Gershuni e Menashe Kadishman sono vicini alla situazione politica del Paese, satura di tensione. Kadishman, vicino alla Land Art (alla Biennale di Venezia del 1978 mostrò delle pecore vive), dopo la Campagna del Libano del 1982 affrontò il tema del sacrificio di Isacco, una protesta contro le guerre. Negli anni Ottanta un fronte compatto di artisti come Tzibi Geva e Michal Na’aman, insieme alla generazione di artisti concettuali e politici, fanno della pittura uno strumento di reazione alla situazione esistenziale del Paese. Negli anni novanta la spinta esistenzialista porta l’arte israeliana ad approfondire la ricerca territoriale, l’indagine di luogo, del paesaggio orientale, ma questa volta gli artisti lo fanno senza toni romantici, studiando la natura e ricercando un nuovo equilibrio tra la propria origine e la storia. Voglia di pace, desiderio di serenità, necessità di stabilità sono i motivi che fondano questa nuova ricerca d’immagine. Tutto questo mentre nella Striscia di Gaza l’IDF mette in atto un’operazione militare dal poetico titolo, “Nuvole d’autunno”, colpendo un pullman scolastico, uccidendo un ragazzo di 17 anni e ferendone altri sette.

http://www.israelearte.org

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