Live_from_Palestine/Lucida_Mente

Dal Sud della Cisgiordania: scene di esistenza precaria

salam.jpgIl disumano conflitto in Palestina e la sua spoglia rappresentazione e percezione nei disegni prodotti dai bambini dei “territori occupati”

Nel 2003, un anno prima di morire, Susan Sontag pubblicò Davanti al dolore degli altri (Mondadori), testo in cui s’interrogava sulla società attuale, nella quale il conflitto violento rappresenta uno spettacolo all’ordine del giorno, e sulle modalità attraverso cui le immagini influenzano la nostra percezione di quanto accade, formando opinioni comuni e inducendo a contrastare o sostenere le contese. Il Medio Oriente è uno di quei casi concreti nei quali il linguaggio delle immagini è riuscito a sedimentare la conflittualità nella memoria collettiva, creando attraverso i mass media una sorta di loop visivo in grado di “familiarizzarlo”, normalizzandolo.
Ma a raccontare i conflitti, a descriverne i percorsi, a visualizzare gli imprinting nell’immaginario collettivo, ci sono anche altri registri visivi, come il disegno infantile, con i suoi modi di elaborare la realtà esprimendola sotto forma di potente violenza visiva.

L’immagine della guerra oggi – Qual è oggi l’immagine della guerra? Certo non più quella classica tra stati, visione pubblica modificata solo alla fine della Seconda guerra mondiale, con la creazione di due blocchi economico-politici. Il conflitto bellico è moderno, preventivo, basato sulla necessità di avere “sicurezza”, di costruire sistemi di stabilità sociale (la stessa carta delle Nazioni Unite legittima la guerra per salvaguardare la sicurezza internazionale). Il ruolo di propaganda dei media si rafforza, diventa quello di coagulare consenso. Il loro obiettivo è creare l’immagine più appropriata del conflitto, incentivare un tipo di cultura che appoggi l’insicurezza di cui i governi abbisognano oggi per dichiarare le guerre. Nascono vere e proprie campagne pubblicitarie, con gli annessi principi di marketing che il capitalismo contemporaneo porta inscritti al suo interno (e non importa se si tacciono o si distorcono atti contrari alla legge, che sono in netta contraddizione con quei diritti umani che spesso vengono sbandierati per legittimare gli interventi militari). La percezione dei conflitti implica la forte correlazione di questi due aspetti, militare e mediatico. Non ci sarebbe guerra senza milizia, così come essa non troverebbe le sue ragioni senza che i media, attraverso complicate manovre di advertising, non la motivassero prima a tavolino. L’immagine del conflitto è dunque cambiata. Si tratta piuttosto di produrla prima che abbia luogo, e i mass media sono l’arma migliore nella costruzione di scenari efficaci nella realtà. Esistono però altri tipi d’immagini del conflitto. Il cinema, la pittura, la fotografia, la letteratura, ne producono forme elaborate, pur sempre costruite per comunicare alla massa in modo critico o allineato. Isolata, c’è ancora un’altra tipologia d’immagine. Assorbe la realtà e quello che di essa i media stessi riportano. Fa parte di un altro regime visivo, non meno informativo, anzi, visto il livello d’adulterazione che le comunicazioni possono raggiungere, è un punto di vista doloroso ma privilegiato in cui mettersi a guardare. Appartiene ai bambini, è il disegno.

Storie di bambini – Arab Ramadin. Ore 21,00. Salam, dieci anni, comincia un gioco. Simula suoni d’interferenze: «Zzzz… Al Jazeera… pronto pronto… mi sentite?… zzzzzzz», ancora interferenze, poi tace, cade a terra, colpito dalla violenza per dovere di professione, ride. È un ragazzino sveglio, e da grande ha un sogno: fare il giornalista. Salam la sera guarda Al Jazeera, e non è l’unico. Non è unico neanche a riprodurre scenari di conflitto sulla carta, attraverso uno stile spoglio che – malgrado l’età – punta al dato di fatto. Ha la stoffa dell’inviato di guerra. I suoi disegni sembrano fotografie scattate in prima linea. Siamo in mezzo allo scontro. Sopra, attorno, gli israeliani mettono in campo tutta la loro potenza militare. Elicotteri, jeep, aerei. I palestinesi, accerchiati, tentano di rispondere al fuoco ma vengono abbattuti. Chi è ancora vivo, ai margini, cade nel sangue di altri, colpiti poco prima. Nel villaggio dove Salam vive, alle porte del deserto del Negev (sud-ovest della Cisgiordania), non c’è nulla. In quel vuoto di vita, dove è persino difficile che arrivi un’ambulanza, approdano i massmedia e le multinazionali. In case a volte prive di finestre si trovano vecchie tv usate per illuminare, per distrarre dalle fatiche, per vedere Al Jazeera o Al Arabya. Nel piccolo market c’è un tesoro, l’acqua dai costi improponibili imbottigliata in Israele col marchio della corporation Coca-Cola. Per capire questi paradossi economico-mediatici, spaccature nella realtà in grado di produrre deformate stereotipie sociali che entrano a far parte della quotidianità dei bambini, c’è bisogno d’osservare il contesto, la sua geografia territoriale e culturale.

Storie di villaggio – Il villaggio, all’interno dell’enclave di Alfei Menashe, in quella che per gli israeliani è una seamzone (una zona di sicurezza), è stretto in una morsa. Il lato esterno, verso Israele, è adiacente ai confini segnati dalla green-line. Il lato interno, che porta in Cisgiordania, un territorio frastagliato dall’alternarsi d’insediamenti israeliani e di villaggi palestinesi, vede il muro in costruzione che di giorno in giorno s’allunga sempre più. Il paesaggio è tagliato dalla By-Pass Road, una strada agibile solo dagli israeliani che così possono aggirare in sicurezza i villaggi palestinesi e il loro territorio. Ci sono gravi carenze. La comunità locale non ha una rete idrica e dipende dai pozzi, molti dei quali collocati nelle terre confiscate dalla costruzione del muro. L’unico modo d’accedere all’acqua è scavare pozzi di raccolta nell’area del villaggio con il quotidiano rischio che possano essere distrutti per mancanza di permessi. Si costruiscono vicino alle case, in un terreno argilloso che provoca la formazione di veri e propri tappi di terra, con il bisogno di ripulirli di frequente, calandosi dentro, riempiendo secchi di fango fino a svuotarli per far tornare l’acqua a un livello accettabile e usufruirne nuovamente. I più fortunati hanno contenitori di raccolta sui tetti, mentre negli insediamenti israeliani l’acqua corrente non manca, e neanche gli annaffiatoi per irrigare i giardini. Manca la rete stradale, fognaria, elettrica. Le strade sono state fatte saltare in più punti, con crateri profondi due o tre metri. Quelle ancora praticabili sono sterrate e a tratti accidentate ai limiti della percorribilità. A questo tipo di viabilità scarsissima, si aggiungono i controlli dell’esercito israeliano, comportando spesso l’impossibilità che arrivino i camion per svuotare le cloache, oppure che si vada a lavorare (se le autorità israeliane concedono i permessi), o peggio, che arrivi un’ambulanza. Un gruppo di manovali provenienti da Hebron rimaneva a dormire nelle fondamenta della scuola che stavano costruendo con i fondi delle Nazioni Unite (il programma “Unrwa”), nel silenzio, «immersi nel buio dopo il tramonto», raccontano, «per evitare che un controllo militare, trovandoci, nel migliore dei casi ci rispedisca a casa». Ad Arab Ramadin è il ritmo solare che scandisce la giornata. «Quando è buio non è permesso più niente» dicono, «ma di giorno, non è che cambi molto, prendere una macchina per andare a Dahriya, una cittadina distante soli dodici chilometri, magari per trovare la farmacia che qui non esiste, è impossibile, i controlli militari sono snervanti e rischiosi».

Flying check point – Ne ricordo uno. Siamo in cinque, tre adulti italiani, l’autista palestinese e il figlio, quattro anni. Ci mettiamo in coda, sono soprattutto mezzi pesanti. Spegniamo la macchina. Si deve aspettare. Il bambino tace, pochi istanti prima scambiava sorrisi e il suo sguardo vispo con noi. Dopo mezz’ora l’autista decide di superare qualche camion, così, «quando sarà il momento di ripartire, saremo davanti e potremo recuperare un po’ del tempo perduto» ci dice. I militari strillano l’alt, uno continua a gridare. Punta il mitra. Ci fermiamo. Spegniamo la macchina. Il militare continua, gioca con la prepotenza e inizia a ripetere divertito un numero col mitra: se lo alza sulla testa, lo porta lentamente braccia al petto, ce lo mostra, lo punta veloce sul bersaglio… noi. Il bambino, oltre che taciturno, è ora immobile. Osserva, ipnotizzato dal comportamento. Concentrato su ciò che succede attorno. Il papà, alla guida, con la sua aria scoraggiata, confessa: «Ho imparato a tenere tutto dentro». Passa altro tempo. Non ci fanno passare. Non si può. Non si riesce a parlare, a spiegare, dobbiamo restare lì, immobili. Dopo un paio d’ore ripartiamo da quel nulla riempito di violenza gratuita. Intanto questo figlio, assieme a molti altri bambini, assorbe come spugna in un mare quasi secco l’inchiostro d’una quotidianità deformata, ne riversa poche gocce su un foglio sporco trovato in macchina e schizza un’idea, accennando la rappresentazione del mondo in cui vive: guerra… invisibile guerra.

La percezione collettiva del conflitto – Finalmente siamo al villaggio, il sole è all’imbrunire. Ci accolgono preoccupati, chiedono i motivi del ritardo, spieghiamo e nei loro volti si legge la rassegnazione, la rabbia. Quando è buio ogni famiglia del villaggio accende il suo generatore d’elettricità a benzina. Da quel momento ha a disposizione circa tre ore di luce. Gayad, 50 anni, spiega: «Il livello di benzina è collaudato, oltre questo consumo sarebbe impossibile, visti i costi». Racconta come la piccola economia del villaggio sin dal 1948 sia dipendente dal regime d’occupazione che continuamente ha effettuato confische di terre per la pastorizia, demolizioni di case e di pozzi d’acqua che rappresentano per la comunità l’unica fonte d’approvvigionamento. Le Nazioni Unite e l’Acri (Association for Civil Rights in Israel) hanno documentato le problematiche socio-economiche dell’enclave di Alfei Menashe, relative ad aspetti sanitari, lavorativi, educativi, alle demolizioni di case, pozzi, ecc., riportando casi di decesso di bambini dovuti alla chiusura dei punti di controllo israeliani che portavano all’ospedale di Qalqilya. In questo contesto di forte disagio sociale, di controllo psicologico e territoriale, ci sono i bambini, con in mano un permesso per spostarsi già in tenera età, prigionieri del loro villaggio. Quando non sono a scuola, gironzolano, fanno giochi riciclando come possono quel poco che gli adulti buttano via. Vecchie ruote di bicicletta o più spesso la compagnia degli animali utilizzati per lavoro si trasformano in antichi divertimenti. Aiutano, si prodigano riempiendo l’acqua dai pozzi, scavandoli, svuotandoli, consapevoli che ognuno di loro è importante nell’ambito delle scarse economie familiari. Arafat, 12 anni, parla della sua quotidianità: «Aiutare la mia famiglia dopo la scuola è l’unico modo che conosco di far passare la giornata a Ramadin». I bambini sono immersi in un ambiente fortemente limitato dalle scelte conflittuali degli adulti d’entrambe le parti, disegnano e offrono dettagliate fotografie della realtà che vivono, producendo i loro resoconti visivi. Alfred e Francoise Brauner, nel loro Ho disegnato la guerra (Erickson), hanno raccolto un’ampia documentazione di disegni di bambini in situazioni di conflitto, evidenziando sia le diverse tematiche che veicolano (paure e angosce; ricerca della sicurezza; case e macerie; la visione del nemico; le armi; strategia e tattica militare…), sia le conseguenze che tali situazioni e modi di elaborare ed esprimere la realtà possono avere sulle generazioni future. Occuparsene significa documentare l’assenza di tranquillità nei piccoli palestinesi, l’idea che si fanno del nemico, e purtroppo, come ricorda Alfred Brauner, anche «come si preparino le guerre future».

Disegnare una guerra – Nel disegno di Salam, così come in quelli di molti altri bambini, l’immagine del nemico è angosciante. Gli omini non rappresentano più uno dei semplici elementi che appartengono al disegno dell’infanzia, ma spietati combattenti. L’intera superficie del foglio è coperta dalle forze israeliane, i palestinesi che sono riusciti a penetrare verso il centro del foglio sono stati abbattuti. Quelli che sono ai margini vengono freddati, sebbene fra loro ci siano già morti e i vivi tengano alzate le mani come per arrendersi (particolare agghiacciante, che non lascia speranze). I loro mezzi, in quel centro impenetrabile dove non è permesso entrare, bruciano. Il nemico è ben inquadrato. Il grafismo spoglio di questo disegno rappresenta i morti con un’obiettività sconcertante e il nemico come insieme di uomini che non si ferma nemmeno davanti ai segni della resa. Salam forse realizzerà quel sogno di vedersi giornalista. È un bambino come tanti, ascolta, osserva, talvolta disegna ciò che dalla realtà ha imparato: il nemico uccide, non permette nulla, si deve uccidere il nemico. Al di là di ogni presa di posizione politica, Salam e altri bambini danno modo di vedere l’immagine che di questo insieme producono. Poi cresceranno, bypassati dal divertimento, dalla creatività che proietta l’infanzia nella ricerca di soluzioni positive, dall’idea d’avere un’altra possibilità per il loro futuro. Diventeranno adulti, i disegni cementeranno in idee, e con esse, le rispettive posizioni politiche (come finora è stato).

(LucidaMente, “Tra Venezia, Istanbul, Palestina e Iran”, Rivista n. 13, anno II, gennaio 2007; speciale: “noi, l’occidente”);

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