Reportage

Pr di Dio, Santità tra new economy e souvenir

1pio.jpgUna giornata nel paese dove Padre Pio ha vissuto ed è morto, un luogo che al visitatore offre di tutto, dal raccoglimento ai servizi ospedalieri, passando per il mercato a cielo aperto, i ristoranti e gli alberghi.

San Giovanni Rotondo, ore 09.00 – «Uagliò ma scherzi, questo è il paese di padre Pio. Qui ci vengono da tutta Italia, anzi da tutto il mondo», spiega orgoglioso F., ventisei anni. Quando poi gli chiedo se il flusso di persone è sempre lo stesso continua, ancora più fiero, «si-si sempre, anzi oggi non è niente, ci sono giorni che qui non ci entri neanche, devi spingere per vedere San Pio». Vado da San Pio allora. L’ingresso della chiesa mi colpisce quanto l’ingresso al paese. Indicazioni, frecce che dirigono le persone ovunque, alle confessioni, al crocifisso, alla cella, alla tomba, alle informazioni, alle offerte, all’accoglienza. La premura verso il pellegrino è enorme. Intanto fuori la gente si mette in posa davanti la chiesa per la foto ricordo. «Fatta-a-a-a!» accenna scocciata una voce di bambina in compagnia di madre e fratello, «aspe aspe» risponde il padre e poi grida gioioso «okei e vaaai». Intanto un randagio se ne sta lì buono buono, a pochi metri, accucciato senza nessuno che lo degni d’uno sguardo. È la prima vittima dell’indifferenza che incontro? È solo un cane. Non merita. Visto il contesto in cui mi trovo tento un’approssimativa spiegazione che nega la storia di santi che agli animali hanno invece dedicato persino la vita. Questo santo è tecnologico, dedito all’informazione, continuo infatti a guardarmi attorno, «www.vocedipadrepio.com», ha un sito vincolato alla commerciabilità. Così, nella libreria che gli dà voce si trovano soprattutto articoli religiosi, la scritta è a caratteri belli grandi, si nota da lontano che si vendono statuine, icone, ma anche madonne e cristi, purtroppo mi tocca usare il plurale quando parlo di Gesù in versione commerciale, non è uno, ne trino, è migliaia di cose che si possono vendere. Ti puoi però abbonare alla rivista e puoi vedere gratis la mostra missionaria.

elemosinaStorie di persone – Decido di vedere la chiesa di Renzo Piano, e come un grande architetto ha interpretato il senso d’un uomo che ha dedicato la propria esistenza ai meno fortunati, ai poveracci. Giro l’angolo, m’incanalo per una stradina che porta proprio lì. Enorme svetta davanti a me il volto del padre chiuso in una locandina di sette per tre con su la scritta “accoglienza pellegrini”. È finito proprio ovunque questo sant’uomo. Mi fermo a guardare. Una signora di mezza età, che all’inizio credo una rom, scopro essere italiana, di Napoli per la precisione. Fa avanti e indietro. Chiede l’elemosina.
«Ti prego dammi qualche spicciolo ciò i bambini non so come fare, ti prego signore». Di signori, signore, giovani e vecchie coppie, ragazzi, gliene passano davvero tanti vicino, nessuno la degna d’uno sguardo, non è un cane però. L’approssimativa spiegazione che m’ero proposto col quadrupede non serve. Qui c’è qualcos’altro, forse si chiama davvero indifferenza. Lei alle persone s’avvicina, mai con violenza, ma vanno dritti, con i paraocchi, verso la chiesa di Piano. E la sua figura si sovrappone al volto di padre Pio che le fa da sfondo. Abbozzo un’altra spiegazione. Voglio a tutti i costi pensare che l’umanità non si sia disumanizzata. Questa donna a scelto la sua strada, questa donna ha solo pensato di mettersi qui a chiedere l’elemosina perchè vedendo il santo le persone che passano, che accolgono i suoi precetti umanitari, le faranno rimediare più soldi. Poi m’avvicino, le do qualche spicciolo, quel che posso. Lei mi ringrazia, i suoi occhi sembrano commossi. Gli faccio qualche domanda. «Come mai fai l’elemosina? Che ti è successo?». «Sto in mezzo la strada figlio mio, so cinque anni», fa una pausa lunga, poi continua, «vivo in una rullot, ciò i figli, mio marito fasc qualc lavoret accuscì, ogni tanto, ma come si fa, cum’s’fasc».

Storie di oggetti – È lungo il suo racconto, sicuramente come quello di molti altri cui il padre di Pietralcina ha dato ascolto. La lascio. Vado avanti. Io purtroppo di più non posso fare. M’imbatto nell’ennesimo cartello: informazioni, prenotazione gruppi, visite guidate, sottoscrizione s. messe e offerte, prenotazione sacramenti, abbonamento voce di padre Pio, biglietti trenino del pellegrino. Svolto l’angolo, s’apre una piazza, una grande colata di cemento con buchi da dove sbucano ulivi. Sulla sinistra una croce di marmo e una fila di campane, davanti a me il risultato d’un progetto artistico. Avanzo, osservo. Non è una di quelle chiese che siamo abituati a vedere attraverso gli occhi dell’immaginario collettivo. All’inizio fa uno strano effetto. Due enormi archi di marmo chiaro reggono la struttura, sembra che sia stato preso solo l’apice d’una cupola che sovrasta l’abside e sia stata appoggiata per terra, forse qui si è palesato un tentativo che era del padre di Pietralcina, riportare Dio sulla terra, fuggito dall’idiozia umana. Dico questo perché nella dinamica costruttiva delle chiese la cupola è la parte più elevata e significativa, quella che da sempre gli artisti hanno utilizzato per far vedere ai suoi frequentatori la strada per l’alto dei cieli, per quel posto abitato da Dio che ha prodotto anche la percezione di una certa distanza. Dio è lontano, ma seguendo la via potrà essere raggiunto. Qui la cupola sta giù, poggiata a terra, e con essa Dio si è riavvicinato, vuole stare tra noi. Questa chiesa ha un’altra particolarità. Ha porte ovunque, la sua pianta circolare è praticamente un’intera porta. L’apertura verso ogni direzione, un invito a entrare per chiunque. Questa sensazione è subito fermata. Non tutte le entrate sono infatti aperte. Anzi c’è una direzione obbligata da seguire tracciata da semplici divisori di legno. Seguo la gente che ho davanti. Dopo pochi passi spunta qualcosa simile a un botteghino. Ci risiamo. Che premura. Informazioni prenotazioni sante messe offerte, scritto in grande. Finalmente entro. Dentro è pieno di arcate, grandiosa, la solennità è anche nel modo in cui i suoni si propagano nello spazio. Il sermone arriva ovunque, morbido. La sua circolarità accoglie come un grembo. Sull’altare una croce minimale si staglia in aria, anch’essa come la chiesa che la contiene sembra girare lentamente, rivolgendosi a ogni direzione.

Parole d’amore – «Della grazia del signore ne è piena la terra, io dico che la grazia del signore siamo noi». Le parole del parroco si diffondono. Esco, mi guardo ancora attorno. Mi fermo in un piccolo giardino. C’è silenzio, gli uccelli cantano e a poca distanza un’insegna pubblicitaria appesa su un traliccio lancia il suo messaggio. «M – i’m lovin’it», vuole che lo diciamo così, da innamorati, MacDonald’s t’amo. La gente entra ed esce dalla chiesa. «È dentro di noi la vera strada in Gesù», il parroco intanto continua la sua predica. «E allora ma perché noi siamo qui…e quindi andiamo alla ricerca…forse anche noi abbiamo disperso questa realtà e andiamo alla ricerca affannosa…ma la realtà che padre Pio ha manifestato l’ha cercata l’ha trovata e l’ha manifestata attraverso quella grazia…continuamente alla ricerca di Gesù…padre Pio ha indicato la rotta per incontrare e trovare Gesù, vivo, ripeto Gesù vivo!…attraverso la vita».

Il sacro commercio – M’allontano da parole e significati che sembrano appartarsi dalla quotidianità. Mi siedo sul bordo d’un corso d’acqua. Una scia di piccole cascate che dall’apice della piazza scende giù come se volesse entrare in chiesa. Lo scrosciare rilassa. Intanto un vecchio frate, con la sua lunga barba bianca, sale, lento, fuori da ogni tempo pubblicitario. Ci scambiamo lo sguardo e un sorriso pieno di gioia. Mi sento meglio, decido che è ora di vedere dov’è sepolto padre Pio. Entro nella chiesa sulla piazza principale. È lì dentro che lo trovo. La tomba è semplice, attorno tanta gente, pregano, fotografano, filmano. Fuori dalla chiesa, in strada, è pieno di bancarelle. Leggo articoli religiosiqualche cartello. «Tavolette San Pio euro 0,50; calamite per auto euro 0,50; portachiavi San Pio euro 0,50». San pio è finito ovunque. In «alcuni dei nostri articoli» dicono, ovunque vedo. Nella resina, nei cocci profumati, su spille penne articoli in filigrana vetro legno articoli fotografici medagliette adesivi quadri bracciali ventagli cappelli corone coroncine profumate ceri votivi collane cartelli stradali. Potrei continuare ancora. Arte sacra dicono, un bagno di souvenir mi pare, un’immersione nella logica dei trenta denari. La piazza si popola. È quasi ora di pranzo. Alzo gli occhi per riguardare la chiesa, sotto una croce svetta una scritta: pax et bonum. Per terra, invece, svolazzano ogni tanto cartacce, pace e bontà si confondono con i resti del commercio, abbandonati dopo averne consumato il contenuto nella zona sacra dei frati minori cappuccini. Ci sono cartelli che indicano alberghi, ristoranti e trattorie un po’ dappertutto, coi loro nomi originali. Degli angeli…il chierichetto…

L’anima del commercio – Una serie di ragazzi ferma la gente che esce dalla chiesa. È qui che conosco lui, F., ventisei anni. «Ma ce ne sono anche di più anziani che lo fanno, sulla trentina», mi dice. Continua, «io prendo sulle 300 euro al mese più un euro su ogni cliente che porto». F. fa il promoter per uno dei tanti ristoranti. Ferma la gente e cerca di convincerla ad andare a mangiare o a pernottare nel posto per cui lavora. «Le tecniche, ma no che tecnica e tecnica, cerchi di inventarti qualcosa, guardi chi hai davanti e inizi a parlargli del menù turistico stracciato se t’accorgi che soldi ce ne sono pochi, della cucina tipica se sono del nord, un po’ inventi un po’ dici le cose serie». Gesticola F. quando parla con i possibili clienti, cita il menu a memoria, una macchinetta. Lo saluto dopo che mi rivela un’amara sorpresa. «Se, mica campo solo da ’sti soldi io. Faccio pure l’imbianchino, il muratore, quello che c’è in giro, pure lo spacciatore, quello c’è sempre. Qua la vita iè car, l sold gir’n ndo l man sbagli’t», si, la vita e cara, dice in dialetto, e i soldi girano in mani sporche, e continua, «un sacco di persone in questo paese si sono fatte i soldi spacciando, non solo qua anche in altri paesi vicini. Io so stato beccato ma quello che me la dava da vendere cià la villona. Guarda che mi tocca fare per campare». Vado via, lascio questo paese pieno di bancarelle riempite di souvenir, di una generazione di ragazzi immersi in uno stravagante limbo, al confine tra new economy e santità. Lascio questo paese che sembra la mecca della pubblicità, dove un uomo umile riposa sommerso da giocattoli e portamonete con la sua faccia stampata sopra.

 

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