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Il paradosso di Eisenhower

goya.jpg In una conversazione privata John F. Dulles e il presidente Dwight D. Eisenhower misero in evidenza che un sistema capitalista, per poter esercitare il controllo sulla massa, cioè una qualche forma di dominio,doveva mirare a risolvere ciò che potremmo chiamare un “paradosso economico”… Esso fu rintracciato nella legge che costituiva la vita di ogni sistema capitalista: la ripartizione diseguale del capitale mondiale fra gli abitanti del pianeta Terra.

Incoerenze nel controllo delle masse: il paradiso fiscale – Questa legge, facendo gli interessi d’un ristretto numero di persone si creava attorno a sé una maggioranza pericolosa, quei poveri a cui Eisenhower attribuiva il desiderio di rubare ai ricchi rendevano in tal modo il controllo impossibile. La logica del dominio imponeva come necessaria la creazione di strumenti in grado di poter risolvere questa impasse, data appunto dal fatto di non potersi appellare direttamente alla massa per incrementare il proprio potere, ciò che invece era possibile al blocco comunista che strategicamente sembrava capace di attecchire sulla maggioranza pericolosa pubblicizzando l’idea di una condizione sociale ed economica egualitaria. La massa divenne l’elemento più significativo di quella che potremmo chiamare la “formula del potere”. I dinamici uomini politici statunitensi dovettero allora togliere al comunismo il suo abito etico e considerarlo come la semplice controparte nella corsa verso il potere, verso un sistema cioè, in grado di esercitare una forte pressione di controllo sulla massa, permettendogli in sostanza d’entrare di diritto nella condizione di dominatori, di coloro che vincono, che trovano la loro condizione ideale di vita: il paradiso perduto. Per il sistema capitalista e la società che esso sosteneva, diventò a quel punto fondamentale capire tale paradosso, pena, l’estinzione d’una specie che aveva fondato (e fonda tuttora) la propria esistenza sul modello della ripartizione diseguale del capitale. È chiaro che il problema da risolvere era ed è, per questi signori, la sopravvivenza in quanto capacità d’adattarsi a una nuova situazione, una costante antropologica dell’evoluzione, una caratteristica umana con una funzione invariabile nel tempo: la conservazione. È del tutto lecito considerare allora quel dato reale che sottolinea come ogni specie vivente abbia trovato nel tempo e nello spazio la soluzione al suo problema secondo parametri regolati dalla consapevolezza del proprio “stile di vita”. Ma qual’è la forma che ha assunto il nostro divenire nella storia del capitalismo? E qual’è l’idea che la produce? Oltre al corpo, tra gli strumenti in grado di permettere la conservazione della specie, c’è il pensiero, capace di permettere all’uomo l’ideazione di una Economia, una Fisica, una Giurisprudenza, una Chimica, un’Arte, una Religione e tutta una serie illimitata di funzioni antropologiche che permettono all’essere umano la continua risoluzione di problemariche inerenti la sua sopravvivenza. In tal senso la disputa politica sul potere che meglio è in grado di esercitare il controllo o ciò che diplomaticamente potremmo definire l’amministrazione della massa non ha senso dal punto di vista evoluzionista (tenendo conto di come sono andate le cose nel corso della storia umana), in quanto, prima di definire un modello per tutti (come hanno già cercato di fare in modo e sotto condizioni ambientali diverse ma accomunati da una stessa esigenza, Platone, Alessandro Magno, la Spagna nel 1500 o Hitler per essere più vicini), è ragionevolmente più lecito definire per prima cosa di quali “tutti” si tratta. Per chiarirci riporto un brillante esempio proposto dallo storico George Kubler. Il modello o stile di vita degli Indios sudamericani del 1500 era ben diverso da quello dei colonizzatori spagnoli e portoghesi dello stesso periodo, entrambe queste etnie avevano uno stile esistenziale di riferimento diverso l’uno dall’altro. È altrettanto paradossale, tornando al contemporaneo, che in un mondo dominato dalla logica della diversificazione sociale (basta dare un’occhiata a quattro o cinque pubblicità d’uno stesso prodotto per capire che c’è il profumo per chi si sente d’appartenere alla classe “seduttore” o per chi sente di appartenere a quella dei “duri” e così via) ancora non ci si è accorti che anche capitalisti e comunisti abbiano questa stessa funzione in comune, sviluppatasi nel corso del tempo e applicata secondo modi che si riferiscono alla concezione di vita che ogni singola specie crede fondamentale per la propria sopravvivenza.

La forma dell’Economia – La forma che ha assunto il nostro divenire nella storia del capitalismo può quindi essere analizzata all’interno di una sequenza temporale, in quanto essa non è altro che una «rete storica di ripetizioni gradualmente modificate di uno stesso tratto». Ciò che lo storico chiama “stesso tratto”, cioè una connotazione caratterizzante, il semiologo la chiama isotopia, cioè l’elemento invariante all’interno dello schema configurativo di un’opera e il matematico e il fisico costante, cioè grandezza che non varia al variare dei parametri con cui è in relazione (parametri connessi al problema cui ci si riferisce). Che si tratti di fisica, semiologia, storia o altro ancora quello che conta è che in ogni caso, nella realtà che ci sta attorno e che viviamo quotidianamente è possibile isolare somiglianze e differenze, anche in quella che potremmo definire l’opera economica dell’uomo. Per esempio, una certa nausea nei confronti d’uno svuotato discorso politico che per rendere passivo il destinatario tende sempre a elencare una serie di pro con annessa una serie di contro che nulla hanno a che fare con il ruolo originario dell’amministratore dello stato, il quale, a detta d’ormai perdute filosofie dovrebbe essere solo di fare i “pro” per i governati. Ma quali sono le modalità che ci permettono di capire a fondo quanto ristretto sia il numero di coloro che possono godere il pro da quello di coloro che invece sono costretti a “godersi” (per essere cinici quanto costoro) i contro? Prendendo a prestito le nozioni di figurativo e plastico dalla semiologia dell’Arte diviene più facile chiarire il gioco. Nelle arti figurative, al primo corrisponde quel modo di lettura del dipinto come sostituto degli oggetti del mondo (cose, persone, ambienti…), al nostro vissuto, in quanto, grazie a un codice stabilito dalla realtà e comune sia allo spazio del quadro che a quello dello spettatore è permesso il riconoscimento di quanto è presente nel quadro. Al secondo invece, corrisponde l’aspetto che sta al di fuori d’ogni funzione rappresentativa, aspetto che riguarda la sovra-codifica esercitata dal sistema di rappresentazione degli oggetti pittorici (cioè da come questi vengono rappresentati dall’Artista). In tal senso, si potrebbe parlare di figurativo come di un modo di lettura di quello spazio (spazio che sostituisce quello del quadro in pittura) in cui il capitalismo si manifesta tramite cose, persone e ambienti che appartengono al nostro quotidiano e che sono facilmente riconoscibili in quanto rientranti nella realtà del nostro vissuto, e di plastico, come del modo in cui il capitalismo (per lo più le grandi società che gestiscono il capitale, società oramai definite dalla moderna economia transnazionali) costruiscono (in quanto rappresentare è una costruzione segnica) le cose, le persone e le scene-ambienti.


Una nuova costanza percettiva:
popoli sostituiti dai mercati – Ora, sia nella modalità figurativa che in quella plastica l’elemento costante può essere trovato abbastanza facilmente. Nel primo caso è il dolore, e possiamo vedere con i nostri occhi attraverso quelle immagini-documento connesse al reale, come i villaggi poveri dell’Africa, del Sud America o di interi e malfamati quartieri italiani (per non andare lontano), come i profughi che chiedono l’elemosina agli angoli delle nostre strade, i barboni che dormono fuori, i lavoratori soggetti alle Black List, i bambini che continuano a essere mandati a ruota libera nelle pubblicità progresso solo per mostrarci chi sta peggio di noi e illuderci di star meglio o i disoccupati del mio paese come di tanti altri, o ancora le oscene-scene di miseria che ogni giorno affollano la realtà cercando di risolvere il problema “com’è che appariamo senza essere viste?” Si potrebbe pubblicare un intero manuale di “scene di genere”, ma del genere peggiore, quello degli sfruttati, semplicemente raccogliendo e commentando queste immagini nel rispetto della realtà, principio costitutivo della scena di genere nelle arti visive (esempi ne contemporanei sono il Word Press Photo o esperimenti artistici come gli Scrapbooks di William S. Burroughs e Brion Gysin). Nel secondo caso e rispettando quanto sopra detto, lo si può notare nel modo di costruire il mondo che hanno queste grandi società economiche, e dire costruire nel loro linguaggio e la stessa cosa che dire investire (si investe meglio nei paesi sottosviluppati perché la manodopera costa meno, molto meno, un genere d’operazione all’ordine del giorno). Siamo così riportati al paradosso di Eisenhower, in quanto l’elemento costante di questa logica dell’investimento è, al contrario della modalità figurativa, il piacere, e questo poiché se con piacere si indica «quel senso di viva soddisfazione che si identifica con l’appagamento di appetiti, desideri e aspirazioni», allora per questi signori non c’è dubbio: fare gli interessi d’una società di capitale significa soddisfare gli appetiti e le aspirazioni della società a qualsiasi costo (costo che, chiaramente, deve essere pagato in dolore da altri). Ecco che nel linguaggio capitalista (linguaggio che fa dire anche a sfruttati operai e impiegatucci “I love my company”), soddisfare i propri interessi diviene sinonimo di piacere. Viene fuori una legge contraddittoria: alla costruzione di oggetti di “piacere” prodotti dall’industria (ricordo che tali oggetti sono cose, persone e ambienti) corrisponde un’azione costruttiva contraria all’oggetto, capace cioè, di produrre “dolore”. L’attuale modello esistenziale neoliberista si articola perciò secondo una specie d’ossimoro esistenziale, si fonda su ciò che fa male e piace, sul “sadismo” (in proposito ricordo che, al di là delle implicazioni psicologiche di tale concetto espresse da Sigmund Freud, basta aprire qualunque enciclopedia o dizionario per scoprire che in esso rientrerebbero «tutte le forme di crudeltà, sfruttamento, distruzione o tirannia, frustrazione, vendicatività e umiliazione», e basta pensare ai grossi colossi industriali, le così dette corporation, per comprendere come queste categorie vi rientrino alla perfezione). Il suo stile di funzionamento si baserebbe così sulla gestione della relazione tra sofferenza e gioia. Così, la soluzione al paradosso di Eisenhower sta tutta nel tentativo di risolvere questa impasse relazionale tra sofferenza e gioia. Come? Attraverso un concetto che sia in grado di distribuire in modo apparentemente equilibrato tale relazione (sfruttando precisamente il modello di ripartizione eguale del capitale proposto dal comunismo ma sostituendo al concetto di capitale quello di “sofferenza”), e questo, prende il nome di concessione (concetto antico che nella nostra Era globalizzata trova persino una forma di pubblicizzazione per i bambini nei numeri di Topolino), metodo unico per ri-equilibrare continuamente questo grosso problema di pubbliche relazioni.

L’Occidente: “Ciò che è buono per noi è buono per il mondo” – Per chiarirci è lecito spostarci un po’ indietro nel tempo, precisamente al 3 aprile del 1948, anno in cui venne istituito l’ECA (Economic Cooperation Administration), anno in cui i governi europei s’impegnarono a costituire “fondi di contropartita” in valuta locale destinati sotto la “supervisione americana” alla stabilizzazione finanziaria dei paesi aderenti. Il prezzo di questa concessione (economica) è spiegato perfettamente dal Segretario di guerra Henry Stimson nella sua descrizione dell’emisfero alla fine della seconda guerra mondiale. Egli spiegò che a eccezione del sistema americano tutti gli altri dovevano essere smantellati poiché, come lo stesso ricordò «ciò che è buono per noi è buono per il mondo», idea rafforzata dalle parole del suo collega, Segretario dell’interno, Abe Fortas (parole usate per rispondere alle accuse d’idee di dominio statunitensi fatte da Winston Churchill), secondo cui qualsiasi cosa gli Usa avrebbero fatto rientrava nei loro obblighi per la sicurezza del mondo. Questa “bontà” verso il mondo, come riportano Noam Chomsky e Heinz Dieterich, può essere mostrata al meglio con un esempio concreto. Settant’anni fa il Wall Streat Journal scriveva «non vi è miglior territorio per lo sfruttamento come il Brasile», da allora gli USA hanno cercato di scacciare quei loro nemici sul campo (Francia/Inghilterra) che resistettero sino alla seconda guerra mondiale, esattamente sino al momento in cui gli USA riuscirono, secondo quanto ci dice la diffusissima monografia scolastica sulle relazioni USA-Brasile scritta dallo storico e diplomatico G. Haines (personaggio di spicco tra gli alti ambienti della CIA), ad appropriarsi del Brasile come Testing Area, cioè come «area di sperimentazione per moderni metodi di sviluppo industriale». Sempre secondo Haines, questa era la componente di un progetto globale dove gli USA «assunsero per interesse proprio, la responsabilità per il benessere del sistema capitalista mondiale». Così, dal 1945, tale area è stata sotto la costante guida degli USA, ma il punto centrale è che all’apice del miracolo economico brasiliano la schiacciante maggioranza della popolazione occupava un posto tra i più miserabili del mondo, e per questi, l’Europa orientale era considerata un paradiso. Compito della concessione è dunque l’illusione d’un mondo migliore, cioè: lasciate fare a noi che siamo competenti in materia di sviluppo economico e in pochi anni sarete tutti ricchi e belli, avrete tutti il vostro paradiso a portata di mano.

Il sonno della ragione – Ricorda Chomsky che all’insegna di questo paradiso la storia ufficiale ci dice d’aver avuto orrore delle atrocità dello stalinismo o del nazismo, ma i moralisti occidentali non hanno mai avuto difficoltà a schierarsi dalla parte degli assassini e dei torturatori. Il presidente Harry S. Truman per esempio ammirava Stalin. Churchill elogiò entrambi con queste parole: «la mia speranza si radica nell’illustre presidente degli Stati Uniti e nel Maresciallo Stalin, due campioni della pace, i quali dopo aver annientato il nemico, ci guideranno per portare avanti la lotta contro la povertà, la confusione, il caos e l’oppressione». I risultati di tale elogio li possiamo tutti vedere nello stato in cui riversa la maggioranza della popolazione mondiale, e basta aprire un manuale di geografia umana per leggere dati pazzeschi, il 15-20% della popolazione mondiale gode del 100% del capitale globale. Rispetto a quanto accade oggi alla popolazione mondiale la ripresa d’una sfida proposta da illustri studiosi (che hanno tenuto seriamente fede al giuramento di Ippocrate) quali N. Chomsky e Dieterich rappresenta forse l’unica via d’uscita a un modello di gestione politico-economica che sinora ha fatto più danni che bene: «È venuto il tempo in cui i grandi problemi umani, come la fame, la pace, la libertà, vanno affrontati non con disquisizioni accademiche, ma a livello di una nuova coscienza che non può non generare una nuova concezione economica e politica e quindi una nuova società… non possiamo, quindi, andare alla ricerca di soluzioni dei problemi della società di oggi con le concezioni economiche e politiche di ieri, per non rischiare di giungere domani ad altre più profonde delusioni in situazioni peggiori. Potrebbe voler dire cadere nel sonno del passato… già Goya affermava che il “sonno della ragione genera i mostri”».

Riferimenti bibliografici:
R. Barthes, Elementi di Semiologia, Einaudi;
N. Chomsky – H. Dieterich, La Società Globale, La Piccola Editrice;
A.J. Greimas – J. Courtés, Dizionario ragionato di teoria del linguaggio, La Casa Usher;
G. Kubler, La forma del tempo, Einaudi;
C.Lévi-Straus, Antropologia Strutturale, Il Saggiatore;

In Prospektiva, Rivista letterararia, Anno II n. 7

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