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Politica e non-sense

parlanti.jpgVerso la desensibilizzazione linguistica – Nel linguaggio della politica c’è un paradigma prevalente, si tratta del paradosso. Non è il solo linguaggio che lo utilizza come forma espressiva dominante. La poesia, la pittura, la letteratura, le società in generale se ne avvalgono da tempo immemorabile, sin dall’articolazione dei primi miti. Alla base c’è un fenomeno linguistico: contemporaneamente sul piano espressivo e semantico si manifesta un concetto e il suo contrario. La co-presenza di termini opposti nel testo è apprezzata nella poesia o in pittura poiché produce un surplus di significato, un semi-simbolismo capace di far esplodere il senso in chi lo fruisce. In politica si manifesta invece una contrarietà di funzioni linguistiche, affermazione e negazione sono co-presenti. Il fruitore rimane così in una specie di limbo linguistico, un luogo di non-linguaggio dove convergono funzioni radicalmente opposte dal punto di vista del linguaggio. Se nella poesia l’effetto di senso è finalizzato all’empatia, cioè a una forma di passionalità estrema che tende a far entrare completamente dentro il testo il fruitore, nel discorso politico è finalizzato all’apatia, cioè a una forma altrettanto estrema di passionalità al contrario. Si produce una de-sensibilizzazione linguistica, il fruitore in questo caso è allontanato dal linguaggio, non riesce ad accedervi, è costretto a rinunciarvi per ambiguità. Risultato, l’insensatezza linguistica produce acriticità. Ciò che non si capisce produce una sorta di censura dell’aspetto valutativo. Nell’universo del discorso politico cambiare le parole non ha dunque più senso, non influisce minimamente sui significati di quanto viene detto e su ciò che essi, soprattutto quando si parla di persone che al contrario dovrebbero produrre significati chiari per tutti, dovrebbero veicolare. Ma una cosa è chiara però: produrre gente che non ha più voglia d’ascoltare.


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