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United Nation of Army

L’annuario 2007 dello Stockholm international peace research institute (SIPRI), punto di riferimento nel mondo per i dati sulle spese militari, stima che nel 2006 hanno ammontato a 1200 bilioni di dollari. L’Italia figura all’ottavo posto, con una spesa militare complessiva pari a 24,5 miliardi di euro, circa il 2% del PIL. Ma l’Italia è un paese che incassa anche. Le banche di casa nostra, che sono riuscite ad accaparrarsi l’appellativo di “armate”, si sono aggiudicate nel nostro paese il primato di tutte le transazioni per armamenti, il 61 per cento. Per l’industria italiana di armi gli incassi del solo export hanno ammontato a quasi 1,5 miliardi di euro, record dell’ultimo ventennio. Se industria e finanza sono così d’accordo nell’investire è perché oggi con le armi si fanno affari d’oro. La Relazione annuale della Presidenza del consiglio dei ministri, nella tabella “esportazioni definitive”, segnala 73 operatori nel settore “armi”, 62 sono società per azioni, cioè quotate nelle borse valori di tutto il mondo con guadagni vertiginosi. Una grandearmiebanche.jpg fetta di questo mercato viene da entrate provenienti da Paesi extra Ue-Nato (399, 56 milioni di euro). Un’analisi su dati Istat eseguita da Archivio disarmo (Le armi del bel paese: rapporto 2006) dice che “l’Italia nel biennio 2004-2005 (così come negli anni precedenti) ha liberamente esportato armi da fuoco anche verso teatri di guerra e di conflittualità interna, Paesi accusati dalle Nazioni Unite, dall’Unione Europea e da Amnesty International di gravi ed accertate violazioni dei diritti umani e Paesi sottoposti a embargo (non vincolante)”. A discapito di convegni e organizzazioni (nazionali e internazionali) impegnate nel segnalare l’anomalia di civiltà (si veda il report di Control arms: Arms without borders. Why a globalised trade needs global controls), quella militare, rappresenta una spesa che, ha dichiarato Caroline Holmqvist presentando il rapporto del SIPRI, “entro il 2010 potrebbe addirittura raddoppiare”. I paesi del G8, quattro dei quali membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, sono fra i maggiori distributori d’armi e attrezzature militari (utilizzate nei conflitti, nella violazione dei diritti umani). Nel 2005, i cinque grandi paesi tradizionali d’esportazione di armi – Russia, Stati Uniti, Francia, Germania e Regno Unito – ancora dominavano le vendite globali, mantenendo l’82 per cento sul valore complessivo di mercato. Come può l’Onu operare un miglioramento della società teso alla pacificazione se quattro (su cinque) dei paesi detengono contemporaneamente il diritto di veto e la maggiore quota nel mercato delle armi? Prima che l’amletico dubbio si risolva, l’economia globale continua a dare alle armi il giusto valore, di mercato, s’intende. Nel nostro bel paese intanto, fatto da mappe di potere sempre più complesse società e uomini d’affari incrociano le loro vicende personali con i teatri militari di mezzo mondo (come per il ponte sullo stretto).

 

 

 


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