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Simbolismi spaziali, labirinti di violenza

Da Gerusalemme est a Ramallah: i bambini palestinesi di fronte alla militarizzazione

Tareq ha 28 anni. Si definisce un palestinese fortunato che non vuole ricordare la sua infanzia. Il motivo: una tessera di cooperante per un’organizzazione non governativa italiana. La fortuna sta tutta nel poter girare di giorno, magari solo per fare pochi chilometri. La maggior parte dei coetanei, quelli più piccoli, che vivono l’infanzia o l’adolescenza, quelli più grandi, che hanno raggiunto la mezza età o la vecchiaia, lo sono meno.

Tareq vive a Gerusalemme est, vale a dire la parte araba della città. «La notte – racconta – nonostante io abbia la tessera, non mi posso muovere, quando è buio nessuno si può muovere da questa parte della città. Dall’altra invece, dalla loro parte (ndr: Gerusalemme ovest, israeliana), è un altro pianeta. Luci, tranquillità, assenza di problemi, divertimenti, locali aperti. Lì rincasi quando ne hai voglia, qui, alle 5, massimo 6 del pomeriggio, i negozi chiudono, la gente torna a casa e ci deve rimanere. Questa è l’occupazione, vietare una vita normale».

Implicazioni psichiche dello spazio

Se dovessimo descrivere Gerusalemme come una persona, tutto si risolverebbe osservandone il comportamento. Un carattere imprevedibile e squilibrato, e un insieme di contraddizioni che la tormentano da sempre. Invece è una città. Fatta di spazi che rappresentano il suo tessuto connettivo. Una città, quindi, che è prima di tutto una serie di luoghi connessi che producono una certa qualità della vita. Qualità urbana che in architettura è fortemente dipendente dagli elementi fisici che ne costituiscono lo spazio. Elementi che nelle città palestinesi ridisegnano spesso i confini e la struttura percettiva e sociale dei luoghi nei quali la gente trova una comune cittadinanza, un’identità. Gli spazi d’una città, secondo Christian Norberg-Schultz, hanno “implicazioni psichiche”. Le sue abitazioni, le sue strade, le sue piazze, coi loro percorsi, sono simboli esistenziali di base dove si attua il rapporto delle persone con l’ambiente, dove si esprime l’identificazione umana e il tipo di aggregazione sociale. Ogni cittadino si crea infatti mappe mentali del luogo che abita individuando quei punti chiave che funzionano come una sorta di bussola esistenziale, procurandogli la percezione di radicamento, d’appartenenza alle strutture territoriali. Gerusalemme rappresenta una sorta di modello della Palestina. Girandoci ci si accorge che prima di tutto è divisa in blocchi, ovest ed est. Il primo popolato da israeliani, il secondo da palestinesi, con casi marginali di quartieri misti abitati da cittadini arabo-israeliani, che in futuro saranno sempre più rari. Il muro, come nel resto dei Territori occupati, sta infatti circondando la città, e con essa la Gerusalemme vecchia abitata dai palestinesi. «La logica – ricorda Tareq – è quella d’aver prima costruito attorno a essa un muro fatto di case, incentivando le politiche di colonizzazione, permettendo ai cittadini israeliani di occupare suolo palestinese, dando un assegno mensile per ogni figlio e abbattendo i costi delle varie utenze domestiche. In tal modo sono riusciti a stanziarsi un po’ ovunque all’interno della Palestina, lasciando ai palestinesi, come ricordava Abu Ammar usando una metafora urbana, le cantine. E poi, costruire un muro attorno alle case per proteggere i cittadini israeliani ormai stabilitisi». Su quale strana e altra entità possano diventare i cittadini di Gerusalemme che si considerano invece palestinesi a tutti gli effetti, una volta isolati da un divisorio di cemento armato alto 8 metri, non si ragiona.

Violenza in movimento

Le strade labirintiche della città vecchia, che apparentemente sembrano non avere una direzione precisa, dove tutto si incrocia, sono sempre gremite di folla vociante e in movimento perpetuo. Il continuo parlare che le attraversa è fatto di turisti provenienti da ogni angolo del pianeta, e i commercianti parlano di un boom da Natale mai visto prima. Si scambiano commenti sull’incredibilità del luogo in cui si trovano, dalle dodici tappe d’un povero Cristo agli sheqel (ndr: moneta israeliana in uso anche per i palestinesi) esagerati chiesti per una sciarpa. È fatto anche di mercanti da un lato e dall’altro delle strette viuzze, che ogni tanto, come in ogni mercato del mondo, strillano quanto convenga fare affari con loro, e di comuni cittadini che come ogni giorno fanno la spesa per le loro famiglie. Ma le proprietà spaziali d’un luogo urbano sono legate anche alle sue modalità di chiusura. A elementi demarcatori. Militari, polizia, forze speciali, sono demarcatori mobili, nel senso che girano continuamente nella città vecchia. Una presenza costante che fa percepire ai palestinesi un controllo serrato del territorio al quale, ormai, sono tanto abituati da scherzarci addirittura sopra. Così si possono osservare guardie del corpo che, armate, con gli occhi sbarrati e attenti a tutto ciò che hanno attorno, con il dito sul grilletto d’un mitra o d’una pistola, scortano al muro del pianto gli israeliani venuti dall’America, dall’Australia, dalla vecchia Europa a pregare. O gruppi di ragazzi palestinesi che si fanno fotografare dai turisti davanti una jeep piena di soldati israeliani con le mani alzate in segno di vittoria. La cartolina d’una sfida da portar via. Gerusalemme è fatta dunque di spazi che rappresentano trame storiche che riflettono antichi e violenti processi di territorializzazione umana, dove i punti di riferimento si spostano continuamente. È la cruda violenza a segnare prima di tutto il territorio. Lo evidenziava bene Rory McCarthy, giornalista del The Guardian, in un articolo dello scorso 5 marzo, riportando la morte di un ventunenne a Gaza, colpito in testa mentre faceva una telefonata dal suo cellulare sul balcone di casa. Una violenza espressa nella successiva irruzione dei soldati israeliani che entrando hanno calpestato il sangue del giovane lasciando impronte un po’ ovunque. Scoperto che non apparteneva ad Hamas né aveva mai fatto parte di gruppi terroristici, i soldati si sono sentiti in dovere di scuse. Una pacca sulla spalla al fratello maggiore e una semplice frase: God bless him. Che tipo di cultura scatena tutto ciò? Un essere umano distrutto e umiliato nella sua dignità cercherà di riscattare questa odiosa vergogna? La risposta è cronicizzata da fatti di questo tipo accaduti in entrambi i paesi che hanno prodotto l’idea di separarsi.

Guerre linguistiche

Ci sono quindi i palestinesi e ci sono gli israeliani. Privi di linguaggi comuni su diversi piani, nonostante la prossimità che condividono, completamente incapaci di intendersi e comunicare emotivamente. Persino l’arte, che dovrebbe essere un canale comunicativo speciale per unificare, sembra non attecchire. Rana Bishara, giovane artista palestinese, spiega la difficoltà nell’organizzare eventi che mettano assieme artisti di entrambe le parti, per creare almeno in questo campo un linguaggio comune che riesca a superare il forte senso di arroganza reciproca. Rana, che lavora anche con i minori, mostra il lavoro d’un bambino sulla rappresentazione della sua terra. È uno di quei giochi per l’infanzia, di quelli in legno in cui con le mani bisogna far scorrere cerchi e altre formine lungo linee curve e incostanti per abituare a regolare il movimento in giovane età. Al posto delle forme, pale di fichi d’india, un’immagine di sofferenza della Palestina. Ecco come ci si rappresenta la propria terra a 10 anni. L’infanzia israeliana e palestinese crescono separate, con linguaggi ludici differenti. A Gerusalemme est si fatica a trovare luoghi dove i bambini facciano giochi normali tipo calcio o nascondino. Devi andare a cercarli in moschea, solo lì si sentono rilassati. Bisogna andare dove manca la presenza militare israeliana perché disposta solo agli accessi. Sono rare le esperienze di intercultura e di gioco assieme che favoriscono una cittadinanza comune. «Piuttosto – ribadisce Tareq – puoi vedere spesso per strada i bambini giocare con armi finte a israeliano contro palestinese». Addirittura la spiritualità usa il linguaggio per guerreggiare. Il 7 marzo, il giorno dopo l’attentato, a Gerusalemme prima del tramonto ogni minareto ha inondato la sua preghiera sulla città vecchia. I canti si sono incrociati uno sull’altro finché tutti si sono eclissati in uno strano riverbero spirituale. Contemporaneamente, un gruppo di ultraortodossi, gli israeliani che ritengono fondamentale la rigorosa osservanza di tutti i comandamenti divini contenuti nella Torah e nel Talmud, è salito sul tetto d’una scuola rabbinica, ha formato un cerchio, e con una sincronia eccezionale, ha pregato a squarciagola il suo Dio, cantilenando quasi a voler coprire i muezzin. Anne B. Smith, del Children’s Issues Centre, afferma in una ricerca che i bambini palestinesi parlano dell’importanza di difendere la loro terra, di liberarla dall’occupazione, delle loro responsabilità nel garantire la salvezza e la sicurezza delle loro famiglie, del loro desiderio di muoversi senza restrizioni.

Lungo le mura

Il movimento, rappresentato dai minori attraverso immagini forti, giochi di violenza, contrasti religiosi, è strettamente dipendente dalla militarizzazione del territorio, dai checkpoint e dal muro in costruzione. Se si va a Ramallah da Gerusalemme, per diversi chilometri si costeggia una parte di quel muro che separerà in un futuro prossimo la Palestina da Israele. Ed è così per tutti i chilometri ormai coperti. Seguendolo nel suo lungo e alto tragitto si raggiungono spesso i vari punti di controllo che monitorano gli ingressi e le uscite per villaggi e città palestinesi. Quello di Ramallah è uno dei controlli più pesanti, segnato in rosso nelle cartine dell’Ocha (United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs). Il motivo? È una delle poche città palestinesi che oltre all’autonomia amministrativa ha anche quella militare. Quindi a Ramallah i palestinesi incontrano vigili palestinesi, militari palestinesi, paramedici palestinesi. Possono andare nei locali la sera e rincasare quando ne hanno voglia. Possono frequentare cinema, teatri. Vivono una libertà che in molte altre zone della West Bank è assolutamente impossibile, come a Hebron, a Jenin. Ramallah è per ora solo un frammento di quella che sarà la Palestina. Le piazze gremite di gente, un gran fermento di eventi culturali, molti dei quali finanziati da istituti di cultura, ambasciate ed enti di vario genere che lavorano in questa terra in perenne formazione. Qui sta anche nascendo una forma d’associazionismo che lavora per l’infanzia e l’adolescenza. Circle Behind The Wall, per esempio, ha girato tutta la West Bank portando il suo spettacolo di giocoleria in zone spesso isolate da qualsiasi evento di questo tipo e in cui si cresce con la sola idea di sopravvivere ai soprusi israeliani. Il circo, dal 2006 una organizzazione non governativa, opera con le difficoltà quotidiane dei minori, una realtà raccontano, «fatta di case demolite, familiari e amici persi o uccisi, umiliazioni subite ai checkpoint e persino abuso fisico. A Jenin i bambini da piccoli abituano i loro occhi all’immagine dei proiettili conficcati sulle pareti delle loro case. Uno spettacolo di clownerie rappresenta per loro un evento unico, che li attrae, li fa scompisciare dal ridere. Dà loro una visione del mondo differente da quella solita fondata su concetti quali frontiera, distanza, diversità, separazione, violenza, dove tutto dipende dal prevalere di una parte sull’altra». Queste organizzazioni iniziano a chiedersi che tipo di bambino hanno davanti nei luoghi in cui vanno. Se è un bambino che sorride, o dà la mano, se si ritrae, protesta, piange. Iniziano a dare risposte sconcertanti con le loro osservazioni. A porci di fronte a una domanda: quale ricordo gli resterà impresso per tutta la vita? Forse l’idea d’un mondo onnipotente capace di portargli via il padre, la madre, i fratelli, senza spiegarsi se il loro coinvolgimento nell’azione politica sia partecipato o obbligato. Trascorrono gli anni migliori della loro esistenza in una terra sensibile in modo violento alle questioni di diversità. Come spiega il dottor Eyad El-Sarraj, che dirige il Gaza Community Mental Health Programme, il risultato dell’ambiente ostile e violento è che i bambini palestinesi esprimono la loro ansietà attraverso il gioco, il disegno, e persino i sogni, comunicando un’aberrante visione politica di quanto accade attorno. El-Sarraj parla d’una generazione di minori “dipendente dalla violenza”.

Simboli nuovi, storie vecchie

Una separazione psicologica, di linguaggi, che trova la sua spettacolarizzazione nella costruzione di un supermuro. Come quello di Berlino, è diventato simbolo d’una segregazione etnica e culturale. Un ammasso di cemento lungo i confini ancora incerti e sempre più limitati di una futura nazione. Delimita zone, villaggi, città, campagne, persone, e crea un’aberrante economia. Come al checkpoint di Ramallah, dove minorenni comandati da adolescenti si dividono zone, spesso litigando tra loro, per vendere di tutto, caramelle, gomme da masticare, matite, penne, fazzoletti, a chi si ferma per attendere il proprio turno di controllo. Un muro che da una parte si pone l’obiettivo di proteggere palazzi, sedi di governo, templi, mercati, posti di polizia, caserme, colonie. Dall’altra separa. Vicino da vicino, famiglia da famiglia, bambino da bambino. Ore e soldi dedicati alla costruzione di un muro. Ore e soldi che potevano essere investiti in educazione, intercultura, o nel permettere l’apprendimento d’un mestiere, la coltivazione della terra. Ore e soldi finiti in un muro alto 8 metri. Ogni nazione è definibile a partire da confini geografici che la segnano come luogo d’una cultura, patrimonio di conoscenze per una collettività. In Palestina da una parte a far ciò è un muro disteso per centinaia di chilometri, immagine di un errore storico che si ripete. Dall’altra il modo di vivere lo spazio. Una strada, una moschea, un’università, ciò che un giorno può essere vissuto come luogo dove le esperienze e le conoscenze sono messe in comune e rese scambiabili, domani potrebbero non esserlo più. L’identità, individuale e collettiva, si organizza a partire da un’instabilità territoriale cronicizzata, che rappresenta l’unico deposito di memorie collettive per i palestinesi. Più che la cosiddetta terra “a macchia di leopardo”, la Palestina è una terra dove le stesse macchie mutano nel tempo. La frantumazione territoriale fa assumere a questi luoghi uno statuto di fazioni localizzate dove ogni punto esiste in relazione a se stesso, generando fazioni o fazioni di fazioni, e non potrebbe essere diversamente se si vuole sopravvivere come famiglia prima che come entità culturale e sociale. Le coordinate di questo spazio, est-ovest, nord-sud, ecc., sono spezzettate. Strade interrotte e amministrazioni come una serie di piccoli cerchi, sul modello dei bantusan sudafricani (ndr: zone autogovernate ma che di fatto dipendevano dall’autorità del governo sudafricano bianco), lontani gli uni dagli altri, che alimentano la non percorribilità del territorio e di fatto danno vita a un’interruzione della comunicabilità a tutti i livelli, politico, economico, sociale, sanitario, educativo. Il popolo vive questa condizione borderline e le nuove generazioni si nutrono purtroppo di conoscenze partorite da questo tipo di struttura geoculturale.

in LucidamenteMagazine, Anno III, n. 2: INFANZIE NEGATE, 15 maggio 2008.

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