Live_from_Palestine

Un poeta contro l’odio

Mhamoud Darwish, morto in un ospedale di Houston all’età di 67 anni, sarà sepolto oggi a Ramallah, nei Territori occupati, piuttosto che ad al-Birwah, suo villaggio d’origine, oggi Israele.  Nel 1948 l’esercito israeliano distrusse la casa dove abitava con i suoi genitori espellendolo con la famiglia. Fu parte di quell’evento storico che i palestinesi ricordano come nakba, catastrofe. Migliaia di civili, durante il primo conflitto arabo-israeliano vennero scacciati, senza neanche averne preso parte, dalle loro case, dalle loro terre, finendo per ricomporsi in campi profughi in Libano, Giordania, Siria, o a migliaia di chilometri da quella che era stata la loro terra natia. Tutt’oggi alcuni di loro, con la speranza d’un improbabile ritorno, portano in tasca la chiave di ciò che una volta fu la loro casa. Evento di cui persino Ben Gurion, generale dell’esercito israeliano e futuro Primo ministro, nel suo diario di quegli anni ricorda le azioni criminali dei suoi ufficiali.  Darwish fu membro del Partito comunista israeliano prima di lasciare il paese per Beirut dove iniziò a collaborare con l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp), scrivendo, nel 1988, quella Dichiarazione di indipendenza palestinese che, con voce emozionata, Yasser Arafat lesse davanti al diciannovesimo Consiglio nazionale palestinese. Dichiarazione che,  sotto la pressione della feroce repressione israeliana scaturita con l’intifada, dello sviluppo della colonizzazione israeliana, della massiccia immigrazione di ebrei sovietici, del desiderio di compromesso con Israele sentito dagli abitanti dei territori, e della nascita, l’anno prima, di Hamas e d’una nuova ostilità verso Israele, segnò una vera e propria rivoluzione interna, con una decisione storica che rappresentò una rottura con l’immobilismo dei precedenti consigli. L’Olp accettò la risoluzione Onu 242 pur non contenendo la possibilità di autodeterminazione nazionale del popolo palestinese. Darwish ha sempre denunciato la collusione delle grandi potenze e la loro dormiente responsabilità morale nella tragedia palestinese, le ha invitate a porvi rimedio, a supportare con forza la gente palestinese e la loro identità etnica, etica, politica e territoriale, in modo da realizzare i diritti umani in Palestina e salvare, come continuava ad affermare, «la speranza di pace dall’assassinio». Per il poeta palestinese era fondamentale che le grandi potenze esercitassero pressioni sul governo israeliano, al fine di fargli rispettare quelle risoluzioni del diritto internazionale che chiedono il ritiro e il riconoscimento dei diritti del popolo palestinese all’autodeterminazione. «Non renderemo – disse Darwish – e non perderemo la fede in una pace collegata alla giustizia e alla pratica dei nostri diritti all’indipendenza e alla sovranità nazionale. Cinquanta anni di nakba non sono stati soltanto dentro lacrime fuoriuscite da dolorose memorie. Il passato non è completamente andato né il futuro è completamente con noi. Il presente è ancora aperto alla lotta. Questi anni tristi hanno testimoniato l’epica della resistenza resiliente del popolo palestinese e l’investimento di energia nella dissoluzione degli effetti della nakba, per fornire alle nostre future generazioni i diritti alla libertà e la dignità a vivere nella loro terra». E forse proprio per il suo impegno civile e politico, espresso in poesia con toni taglienti e mai banali, che ha fatto parlare di sé in Israele. Nel 2000, Yossi Sarid, Ministro dell’istruzione israeliano, suggerì di inserire alcune poesie di Darwish nel programma di studi israeliano dell’Università, allo stesso modo in cui allievi arabi studiavano le poesie di Haim Nahman Bialik, poeta nazionale israeliano. Ma il Primo ministro Ehud Barak ritenne che Israele non era pronto ancora ad ammettere le idee del poeta palestinese nel sistema scolastico israeliano. «Mahmoud Darwish – affermò il Primo ministro – è un poeta nazionale che ha esortato allo scontro con il giudaismo e il sionismo. Sono preoccupato, l’insegnamento della sua poesia inciterebbe sentimenti anti-sionisti, anti-giudaici e contro Israele». Voglio un buon cuore – racconta una sua poesia – non il peso d’un arma. Rifiuto di morire trasformando la mia pistola in amore sulle donne e sui bambini. «Mahmoud non appartiene alla sua famiglia o a una città – ha detto il fratello Ahmed in questi giorni – e sarà sepolto in un luogo dove tutti possano fargli visita». Scriveva nel suo Su questa terra  che «hanno diritto su questa terra alla vita: il dubbio d’aprile, il profumo del pane all’alba, le idee di una donna sugli uomini, le opere di Eschilo, il dischiudersi dell’amore, un erba su una pietra, madri in piedi sul filo del flauto, la paura di ricordare negli invasori…».

in il Quotidiano della Basilicata, 12/08/2008

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