Live_from_Palestine/Reportage

Israele transferisce i palestinesi di Arab a-Ramadin

La gornalista del quotidiano israeliano Hareetz, Akiva Eldar, racconta le politiche dell’Amministrazione militare israeliana nel West Bank per “ripulire” le zone di sicurezza abitate da palestinesi lungo la Linea Verde.

 

Sulla strada principale 55, che non segnala i confini fra Israele e il West Bank, il blocco stradale delle forze di difesa israeliane (Iof – israeli occupation force). Nessun segno contrassegna la strada non asfaltata che avvolge fra le baracche di latta e le poche case di mattone, da cui intonaco e colore si sono staccati, il villaggio palestinese di Arab a-Ramadin.
Né qui né là. La piccola collina tra Qalqilyah a nord, Kfar Sava a ovest e Alfei Menashe a est. La decisione del governo israeliano di avvicinare il muro di separazione a est di Alfei Menashe, per portarlo più vicino a Israele, ha allontanato i 300 beduini residenti di Arab a-Ramadin dal West Bank – centro delle loro vite. Ci sono 7.000 Palestinesi che vivono come loro, nella zona cuscinetto – né qui né là. La loro casa è a ovest e il loro cuore a est. Ora le autorità israeliane stanno offrendo loro una soluzione: fare i bagagli e spostarsi verso l’altro lato del muro, un atto volontario – o forse non così volontario – di trasferimento. Una mattina, poco più di due mesi fa, un lungo convoglio di veicoli militari è arrivato al villaggio. A capo dell’amministrazione civile, il generale di brigata Yoav Mordechai e un gruppo di ufficiali venuti a visitare il villaggio beduino. Non tutti i giorni il sindaco del villaggio Hassan Halil Shaour, 60 anni, riceve questi distinti ospiti. Da molti anni gli avvocati del villaggio stanno corteggiando le autorità, chiedendo i permessi di costruzione e un collegamento all’elettricità e alle condutture dell’acqua, ma gli sono sempre stati negati. In mancanza di permessi, un appartamento residenziale è stato trasformato in un asilo improvvisato. Più di due dozzine di bambini sono ammucchiati in una baracca di latta che la notte si trasforma in una camera da letto. I loro vicini ebrei hanno insegnato loro che nei territori ci sono leggi speciali (vedi il rapporto Sasson).

Prima di costruire e dopo, qualunque cosa può accadere. Nel frattempo, gli ordini di demolizione si stanno accatastando negli uffici legali. E allora, improvvisamente, lo stesso capo dell’amministrazione civile della zona compare. Kasab Shaour, figlio maggiore del sindaco, descrive la visita dell’influente ebreo. Salam Hamad Abu Farda, 50 anni, sindaco del vicino villaggio beduino di Arab Abu Farda, si unisce a lui. “Il comandante ci ha spiegato che non riceveremo i permessi di costruzione in questo posto. Ha detto che dobbiamo trovare un altro posto oltre il muro, con acqua, elettricità e libertà di circolazione, movimento. Gli abbiamo detto che non saremmo andati via a nessun prezzo. Abbiamo documenti da cui risulta che questa è la nostra terra. Tutto è registrato nel Tabu (il registro delle terre)”, dice il più anziano Shaour attraverso suo figlio. Shaour racconta che è stato due volte un rifugiato e non lascerà che lo espellano una terza volta (nel 1948, la tribù fu spostata dal Monte Hebron e negli anni 50 acquistò l’appezzamento di 300 dunam – ndt.1 dunam equivale a 0.1 ettari – in cui ora vivono). Salman Abdullah continua: “La corte suprema ha approvato l’entrata del muro oltre la Linea Verde, nei territori. Non ha deciso di spostare la gente. Credo che Israele sia un paese che segue la norme di legge e che tenga inoltre conto delle leggi internazionali”; Abdullah assicura che il villaggio ha rapporti eccellenti con i vicini israeliani di Alfei Menashe, che impiegano molti giovani nei lavori di manutenzione, pulizia e costruzione. “Siamo qui dagli anni 50, sin dal tempo dei giordani e sono venuti solo nel 1982. Perché ora veniamo considerati? Perché devo passare un’ora nella mia automobile ed essere controllato a due blocchi stradali per andare a far spesa a Qalqilyah, a 10 minuti da casa mia? Così andrà bene per loro magari? Voi non ci volete qui così spostate il muro verso la Linea Verde e noi torniamo ad essere attaccati a Qalqilyah”.

Ripulire. Alcuni giorni fa, come conseguenza della visita del comando israeliano, i paesani si sono rivolti all’avvocato Michael Sfard per un aiuto. Sfard li rappresenta da anni e in questa occasione ha inviato una lettera al generale Mordechai ricordandogli un passaggio di un ordine che il consulente legale della regione di Samaria e di Judea aveva trasmesso a Sfard nel novembre 2006, durante le udienze sull’itinerario del muro in quella zona. Il generale ha dichiarato: “Esiste la possibilità di offrire ai residenti beduini di Arab a-Ramadin e Arab Abu Farda una collocazione in un luogo oltre il muro”. Sfard ha risposto al generale Mordechai che ciò “sembra suggerire un trasferimento della popolazione, il cui obiettivo è piuttosto ‘ripulire’ la zona di sicurezza dai residenti palestinesi. Anche se credete che ci sia una grande differenza fra trasferimento forzato e volontario, la differenza è minima quando la gente indicata per l’espulsione dipende dai permessi dell’Amministrazione civile per ogni piccola cosa”. “Sapete – continua Sfard – che ci sono difficoltà in tutte le zone dove sono i residenti del villaggio, a meno che la gente non si conformi alla misericordia dell’esercito e dell’Amministrazione civile. In tutte queste zone avete limitato i diritti dei residenti, e occasionalmente, persino di esercitarli”. I paesani dicono che dal giorno della visita del generale Mordechai, i soldati ai blocchi stradali li hanno trattati ancora peggio, disprezzandoli e facendoli ritardare con i pretesti più stupidi. Recentemente, i soldati sono stati esigenti anche sui permessi per bambini vecchi d’un giorno. L’Amministrazione è avara con i permessi per parenti e amici che vogliono visitare il villaggio. In luglio, quando un residente ha sposato una donna di Hebron, l’Amministrazione ha permesso soltanto alla sposa e ai parenti di primo grado – più o meno una dozzina – di assistere alla cerimonia nuziale nel villaggio. L’Amministrazione ha commentato: “L’Amministrazione desidera trovare una soluzione permanente, adatta e di qualità per i residenti e sta lavorando per il dialogo e con il loro consenso, tuttavia è impiegata a far rispettare le leggi di costruzione e progettazione nella regione. Il progetto pilota presentato all’unità amministrativa parecchi anni fa è stato riesaminato per vari motivi di sicurezza e progettazione, ed è stato comunicato al rappresentante dei residenti. Le zone in questione difettano a livello di progettazione poiché tutte le costruzioni sono illegali, quindi non possono essere agganciate legalmente all’acqua e all’elettricità, né possono le strade essere costruite. Allo stesso tempo e per concedere ai residenti una normale e ragionevole vita, nessuna decisione è stata presa per quanto riguarda l’acqua ed il collegamento di elettricità, o la strada provvisoria. L’Amministrazione civile lavora in completa coordinazione con i membri della tribù e permette che parenti e amici entrino nella zona di sicurezza, in conformità con le richieste dei rappresentanti e le procedure stabilite. Non ci sono stati cambiamenti recenti in questa materia”.

di Akiva Eldar, Haaretz, 12 Agosto 2008

 
 
 

 

 

 

 
 
 

 

 

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