Lucania_report/Reportage

Estate, tempo di plastica

La cultura dell’usa e getta tra riciclo e vacanze

Ogni secondo che passa fornisce al mondo un sacchetto di plastica. Perché l’ambiente lo smaltisca occorrono 400 anni, una cifra indicibile se volessimo tradurla in secondi. Legambiente afferma che in Italia oggi si producono 300mila tonnellate di buste di plastica all’anno, che per farlo s’utilizzano 430mila tonnellate di petrolio immettendo in atmosfera circa 200mila tonnellate di anidride carbonica.

Quella molecola che ci semplifica la vita. Secondo il report 2007 della PlasticsEurope, rete di associazioni europee e non solo, della plastica, che produce più del 90 per cento di tutti i polimeri, le nuove materie plastiche, secondo il messaggio “è sicura, protegge e migliora le nostre vite”, che sembra riciclare quegli anni ’60 dove si vedevano solo vantaggi economici e non gli impatti ambientali, apporterebbero persino benefici all’ambiente. Nell’edilizia, producendo risparmio energetico nelle spese di riscaldamento, nella mobilità, con auto più leggere e minor consumo di carburante. Ma anche in settori come l’agricoltura o la conservazione delle risorse alimentari. Gli imballaggi infatti, prodotti d’una cultura dell’usa e getta, con il loro 37 per cento rappresentano il settore principale di produzione. Pur ammettendo un buon rapporto tra efficienza d’uso e impatto ambientale delle materie plastiche, resta aperta la questione dello smaltimento di materiali utilizzati per un brevissimo periodo ma che impiegano centinaia di anni per scomparire. In Italia, come rileva l’Istituto Italiano Imballaggi, nonostante nel 2007 si sono avuti sensibili aumenti delle materie prime, è stato confermato il trend positivo e una crescita del fatturato del 6 per cento. Con circa 25 miliardi di euro incamerati e 16.941.000 tonnellate prodotte, l’industria dell’imballaggio rappresenta l’1,6 per cento del Pil nazionale e il 6,2 per cento della produzione mondiale di packaging. La cui fetta maggiore va agli imballaggi di cibi e bevande (68 per cento). Ben il 70 per cento delle materie plastiche a discarica proviene dunque da questo settore. La plastica è quindi tornata di moda. Dai cataloghi Ikea a tavoli e mobili anti-tutto di aziende minori, dalle auto agli aerei d’ultima generazione su cui viaggiamo, per non parlare di iper e supermercati dove ogni oggetto, persino quello più microscopico, deve avere, paradossalmente quasi per una sorta di necessità biologica ormai, il suo magico involucro polimerico.

Vita di un polimero. Dove finiscono tutte queste tonnellate di plastica con cui abbiamo a che fare quotidianamente una volta “scartate”? La complessità del ciclo di recupero e riciclaggio delle materie plastiche sta nel fatto che tutti i polimeri avviati verso tale processo tramite raccolta differenziata o vengono ritrasformati in oggetti e materiali plastici, operazione che richiede la differenziazione degli innumerevoli prodotti che consumiamo attraverso l’uso di ingenti quantità di acqua (circa 400.000 litri al giorno), o in energia con un potere simile a quello del carbone. Questione energia che ha dato luogo allo spinoso problema delle emissioni inquinanti dei termovalorizzatori e a beghe d’ogni genere tra Enti locali, associazioni ambientaliste e popolazione. Il punto è che non sempre lo scarto arriva nel luogo dove meglio può essere differenziato e trattato per il suo riciclo. Quando troviamo per esempio un televisore abbandonato ai bordi d’una strada secondaria, possiamo immaginare il comportamento scorretto della persona che lì lo ha lasciato, o a limite, il suo menefreghismo. Quando invece di televisori buttati tra i calanchi ne troviamo a decine, qualcuno li ha raccolti e scaricarti appositamente in quel meraviglioso nulla che un giorno forse diventerà un parco. Eppure in zone come quella di Ferrandina già nel novembre del 2007 si discuteva un “Progetto ambiente per discariche e isola ecologica per rifiuti ingombranti e per i Rae”. Come quei televisori, tra i calanchi della zona si trova ben altro. Frigoriferi, cucine, e rifiuti pericolosi come materiali da costruzione contenenti amianto, batterie di auto, copertoni di macchine agricole.

Trash stories. Ma possono, semplici rifiuti, raccontarci ciò che siamo? Visto che oltre ai luoghi istituzionali li troviamo un po’ ovunque, dai parchi naturali e archeologici, ai litorali, bordi di strade, soste di parcheggio, alvei fluviali, ecc., essi rappresentano un segno distintivo di usi e costumi attuali. Il motivo è semplice. Se sono in casa, nelle pattumiere, hanno a che fare con le nostre scelte di consumo, probabilmente racconteranno di famiglie agiate o meno. Se sono in una discarica, con le scelte di Comuni, Province e Regioni e narreranno storie di smaltimenti leciti o illeciti. Siano essi ingombranti, organici o industriali dobbiamo ormai confrontarci con scarti che sono parte integrante della nostra esistenza, al punto di causarci seri problemi d’igiene e ordine pubblico. I luoghi sono indicativi soprattutto d’una relazione fra chi siamo e come ci comportiamo nei confronti degli spazi in cui viviamo. D’estate, spiagge e litorali mostrano bene l’abitudine all’usa e getta. Vi si trovano tracce d’ogni genere, in una specie d’archeologia contemporanea. È la cultura del presente. In Puglia, per esempio, buona parte dei rifiuti trovati non hanno un origine italiana. Quando compaiono assieme una crema vaginale israeliana e un Red Bull turco la provenienza non può che essere dalle innumerevoli navi da crociera che attraversano il trafficatissimo Adriatico. Così mentre Aziz o Esther si godono la loro vacanza sorseggiando un tè o un rum nella contemplazione della costa pugliese, qualcuno scarica i loro rifiuti e quelli di centinaia d’altre persone in mare, solo per risparmiare sulle spese portuali di smaltimento. La situazione sulle spiagge lucane del versante ionico è diversa. Il prodotto è interno. Nostrano. Come il panino contenuto negli innumerevoli resti di carta stagnola che si trovano in spiaggia. Così possiamo iniziare a immaginare Rocco o Maria che scartano il loro pranzo pensando a mammà che glielo ha fatto, e mentre lo gustano, bevendo un estaté o una Coca-Cola, lasciare il tutto lì dove hanno trovato posto. Possiamo immaginare qualcuno più goloso e con qualche chilo di troppo che scarta la sua confezione di würstel e stappa la birra o una signorina attenta alla linea che si gusta il suo yogurt magro chiacchierando con le amiche. Il tutto sempre condito dall’abbandono del package, termine caro all’industria per indicare il magico imballo, forza d’attrazione del prodotto, appeal su noi inermi consumatori. E poi succhi di frutta, merendine, gelati e decine e decine di bicchieri di plastica e bottiglie della meravigliosa acqua lucana. E si, perché il bicchiere di plastica è una questione di igiene personale, lasciarlo su una spiaggia o in una busta assieme a piatti, bottiglie di plastica, di vetro e tanta altra roba appesa a una pertica piantata sulla sabbia poco distante o semplicemente buttata per terra ai margini d’una pineta, non rientra nel concetto di igiene ambientale.


Sulle spiagge c’è di tutto: dalle bottiglie alle cicche di sigarette

Quelle cattive abitudini

CASA dolce casa. Non c’è dubbio, a casa nostra, utilizzando il mastrolindo tanto reclamizzato, siamo lindi e pinti, ma degli spazi comuni ce ne freghiamo ampiamente, lasciando in giro di tutto. Allora proviamo a immaginarcela come queste spiagge casa nostra. Una famiglia normale. La mamma ha voglia di gelato, compra il suo Nestlé scarta e butta a terra. Poi arriva il papà che beve la sua Peroni è tira a terra la bottiglia, poi arriva Giusi, la primogenita, che mangia il suo yogurtino Parmalat e anche lei butta per terra… e così via. Dopo qualche ora quella sarà un magnifico porcilaio, esattamente come i luoghi dove facciamo il bagno. Una spiaggia, con bambini, adulti e meno adulti che ci vanno per godersi l’ambiente, è davvero così differente dalla casa che abitiamo? Siamo talmente abituati a convivere con queste situazioni da non accorgerci che i nostri bambini, mentre giocano, trovano più cicche di sigarette che granelli di sabbia. Semplici fotografie di questa strana convivenza. Come quella d’una comitiva di giovanissimi che cammina sul bagnasciuga. Una ragazzina fuma, finisce e spegne con una tranquillità inaudita la sua sigaretta in riva al mare. O quella della famiglia allargata. Dopo una bella giornata di mare si raccoglie la spazzatura in una busta che viene comodamente lasciata in loco. Quando gli si spiega che a cento metri esiste la remota possibilità di poter scaricare il tutto in un bidone un maschio s’avvicina a grandi passi sacramentando oscene bestemmie davanti i propri figli e poi fa: embhé? E mo’ che c…o vuoi da me? Risposta semplice e agghiacciante. O quella, perché è opportuno chiudere in modo non decadente la descrizione d’una tipica giornata di mare, della comitiva smemorata che dimentica di portarsi qualche busta dove raccogliere lo scarto d’una gita al mare. Come fare? Ecco allora che l’amletico dubbio è risolto dalla natura stessa. Il vento trascina una busta di plastica, tra le tante abbandonate, una di quelle che a farla ci vuole un secondo e a smaltirla, proviamo a ricordarlo, 400 anni. «Che fortuna – ammette una di loro – è proprio vero se Maometto non va alla montagna è la montagna che va da Maometto». C’est la vie.

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