Lucida_Mente/Routines

Un indio alla ricerca di una Terra senza il diavolo

L’estinzione dei popoli indigeni e le politiche di deforestazione nel racconto di chi le ha vissute: una conversazione con Atucá

Il 29 giugno del 2006 la Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite vota la Dichiarazione sui diritti dei popoli indigeni con 30 voti a favore, 12 astenuti e 2 contrari, Russia e Canada. All’art. 8 si legge che popoli e persone indigene non devono essere assimilati con l’uso della forza né soggetti alla distruzione delle loro culture e che gli Stati debbono provvedere, attraverso una “effettiva prevenzione”, a evitare qualsiasi azione che possa privarli dei loro “valori culturali” e della loro “identità etnica”, ogni azione «che abbia lo scopo o l’effetto di spossessarli delle loro terre, territori o risorse». Ma è davvero così?
Konrad Lorenz ne Il declino dell’uomo (Mondadori) ci ricorda come la “sensibilità dell’uomo” ai valori sia una realtà d’importanza vitale per la sua sopravvivenza. Intanto per i Guaraní non ha memoria il tempo in cui iniziarono a cercare quel luogo dove gli esseri umani «vivono liberi dal dolore e dalle sofferenze». È la Terra senza il diavolo, che oggi, più che mai, tentano di trovare.

Potere alla violenza – Incontro Atucá, tra i maggiori difensori della cultura indigena, in una casa in piena campagna salentina. È lì per sensibilizzare sulla deforestazione in Amazzonia e fare chiarezza sulla condizione degli indios, per cercare di salvare gli ultimi bambini delle tribù di Arco e Freccia ancora esistenti, evitando l’estinguersi d’un popolo, d’una cultura, e di valori tramandati da padre in figlio per millenni. Atucá, sessant’anni, rappresenta le comunità indigene Xavante, Guaraní, Xucarramalho dell’Amazzonia e del Matogrosso. I Guaraní sono divisi in diversi sottogruppi tra Brasile, Bolivia, Paraguay e Argentina. Tutti condividono una credenza religiosa secondo la quale il valore della terra è posto sopra ogni cosa. È una persona semplice Atucá, “figlio della terra”, come ama ricordare. Inizia il suo racconto puntando il dito su una cartina. Mostra il luogo da cui proviene. Da tre anni può solo vederlo aprendo un libro. Nella selva tra Argentina, Bolivia e Paraguay ha vissuto la sua infanzia. La ricorda spensierata, curiosa, fino all’arrivo di garimperos (cercatori d’oro), latifondisti d’ogni tipo e mercenari, finanziati o assoldati da multinazionali per operare un vero e proprio massacro. La sua storia e quella del suo popolo è depositata lì. Sottolinea le problematiche reali del territorio, l’estinzione come atroce fenomeno di “morte lenta”, che ha ucciso pian piano. Racconta il “potere della violenza” e la macabra superiorità dell’economia globalizzata su un popolo che si è sempre comportato secondo una filosofia di vita pacifista e rispettosa dell’ambiente. Ripensa alla prima discriminazione, quell’iniziale contatto con dei maestri avuto durante l’infanzia all’interno di una scuola in piena foresta. Arrivati nudi, puzzolenti d’un intruglio d’aglio (spalmato quotidianamente addosso per proteggersi da ogni sorta di animale velenoso), la prima parola che impararono fu “poveri”. «I poveri di qua, gli altri di là». Ride, a distanza di anni trova la forza d’ironizzare e racconta che «quello è stato persino un bel momento, di vanto per noi piccoli perché non capivamo, consapevoli solo che dal nulla eravamo all’improvviso diventati “i poveri”; era il primo “titolo” che ricevevamo, perlomeno c’era una parola, un significato, che identificava per gli occidentali i Guaraní; nella nostra ingenuità di bambini tutto ciò ci rendeva importanti ai loro occhi».

La notte in cui i Guaraní divennero ciechi – Poi l’infanzia è improvvisamente scomparsa, lasciando il posto alla vista di «buldozer e macchine che riuscivano a sradicare alberi di cinque metri di diametro per 20-30 metri d’altezza, esseri viventi con un enorme sistema di vita, lì da sempre, abbattuti a grappoli nel giro d’una giornata». Rievoca il giorno in cui i Guaraní presero coscienza della portata della distruzione che si stava compiendo. Dice che, se dovesse scegliere una parola occidentale per comunicarci in modo più chiaro possibile quella consapevolezza, questa sarebbe “inferno”. Fu una notte, perché in un posto dove non esistono luci, dove il buio è sovrano dopo l’imbrunire, gli alberi, con le loro enormi chiome, pieni di serpenti, uccelli, insetti e ogni sorta di animali, rappresentano la “vista”. Per un Guaraní ascoltare la notte è l’unico modo di spostarsi nella selva sapendo dove andare. «Quella notte – continua – fu come se tutti fossimo diventati ciechi». Persi in un silenzio irreale s’accorsero di non avere più riferimenti attorno. Solo la mattina dopo, alla luce del giorno, capirono la portata di quanto la notte prima li aveva terrorizzati. Per un diametro di cinque chilometri non esisteva più alcuna traccia di foresta, né di animali, solo giganteschi alberi abbattuti. I Guaraní da allora iniziarono a osservare coloro che avevano compiuto tale distruzione. «Gli effetti sull’ecosistema – prosegue – furono tali che animali come i grandi serpenti, abituati a cibarsi in foresta, iniziarono a cacciare tra gli indios, aspettando il momento opportuno per sfilare i bambini alle madri».

Cara e dolce Benetton: spogliare un’etnia per vestirne altre – Atucá, attivo da anni in campo artistico con spettacoli per sensibilizzare chi non può o non vuol vedere, mostra attraverso i suoi disegni, che giustifica non come fare artistico quanto piuttosto come testimonianza storica, “fotografie da un’estinzione”, i modi brutali e irragionevoli utilizzati dai mercenari per cacciarli dalla loro terra per poi disboscarla. In uno di essi un indio cerca di fermare col suo corpo un buldozer. Sembra la foto simbolo di Tian’anmen. Se le immagini richiamano quanto accaduto in Cina nel 1989, ossia la rivolta di una società all’oppressione, il suo racconto orale è invece simile a quel frammento di “storia assurda” narrato da Acheng (nato nel 1949, è considerato tra i protagonisti della nuova letteratura cinese) in Il Re degli alberi. Fa ripensare al periodo in cui la Rivoluzione culturale cinese mandava migliaia di giovani a realizzare il grande piano di disboscamento delle foreste, per educarli a una nuova epoca dove persino l’albero “utile” avrebbe sostituito quello “inutile”. Se nel racconto di Acheng l’incanto primigenio d’un enorme albero riesce in qualche modo a scalfire la convinzione dei giovani verso il massacro della natura, nei disegni di Atucá è chiaro il messaggio di trovarsi di fronte gente che fa “violenza sommaria”, «completamente indifferente – spiega – a qualsiasi forma di vita, umana, animale o vegetale che sia; con un unico scopo in testa, i soldi, e con interessi enormi alle spalle. Una multinazionale come Benetton, nonostante i suoi enormi poster pubblicitari con bambini di tutte le razze uniti e fraterni, ha potuto letteralmente cacciare una popolazione come i Mapuche in Argentina, assoldando gentaglia e i loro metodi brutali. Con mazze rompevano ossa praticamente ogni giorno ai primi che incontravano nei villaggi, donne, vecchi e bambini compresi. Tutto ciò ha fatto allontanare un popolo pacifico dal proprio territorio. E quando poi questo popolo ha riottenuto per elemosina qualche pezzetto di terra, non è stato certo per mandarlo nella propria, ma in zone fredde e desertiche adibite per lo più a discariche di rifiuti pericolosi prodotti dall’opulenta società occidentalizzata. Non sono stati più in grado di tornare a far visita ai loro morti, ai loro avi» [per i Mapuche il culto dei morti, degli antenati, è parte integrante della struttura sociale; l’antenato rappresenta infatti la “storia totale del popolo” e ogni anno essi aggiungono della terra sul luogo della sepoltura, atto che serve a elevare lo spirito del defunto a un livello superiore del mondo etereo (ndr)].

Evviva la normalizzazione all’occidentale: investire nell’inutile – «In sostanza – continua – è questa l’attuale politica in Sud America. Dare il diritto alle corporation di requisire, comprando politici, poliziotti e funzionari, migliaia e migliaia di ettari di terra a scapito delle popolazioni indigene. Anzi, dirò di più, delle centinaia di milioni di dollari investiti per i Guaraní e finiti nelle tasche di persone di potere e persino di organizzazioni umanitarie. I politici hanno semplicemente sfruttato la grave condizione dei Guaraní per ottenere consensi tra la gente. Sono capaci persino di fingere il pianto, sapete. Ne ricordo uno in particolar modo che in lacrime parlava al mio popolo di recuperare i Guaraní perché essi rappresentano la storia dell’intero Sud America, perché sono patrimonio culturale dell’umanità. È finita che siamo sull’orlo dell’estinzione». I Guaraní non hanno mai visto soldi e quando li hanno visti non è certo stato per salvaguardarli in quanto etnia ma piuttosto per “occidentalizzarli”. «Soldi spesi per corrompere gli stessi indios – va avanti – metterli uno contro l’altro, o per produrre carte d’identità, inutile spreco per persone che non hanno mai saputo che farsene d’un pezzo di carta che gli spiegasse chi fossero». Oppure spesi nella costruzione d’un palazzo con telefoni, televisori e altri oggetti assolutamente inutili nella vita di un indio. «Il paradosso è che quel palazzo poi crollò – riprende con occhi lucidi – perché i materiali con cui venne costruito erano scadenti e il politico non si fece più vedere; ne venne un altro con le stesse intenzioni, lo stesso pianto». Survival da tempo denuncia le condizioni miserabili in cui versano i Guaraní, migliaia dei quali «vivono oggi ammassati in piccoli appezzamenti di terreno completamente circondati da ranch e piantagioni: questi fazzoletti di terra non sono sufficienti a sostentarli attraverso la caccia, la pesca e l’agricoltura. Gli indigeni vengono inoltre sfruttati come manodopera a basso costo dagli allevatori e dai proprietari terrieri, che li fanno lavorare nelle loro piantagioni in condizioni di semischiavitù; tra i gruppi più colpiti vi sono i Guaraní-Kaiowá del Brasile, che soffrono di gravi forme di depressione proprio a causa delle loro gravi condizioni di vita. Trecentoventi Guaraní-Kaiowà si sono suicidati tra il 1986 e i primi mesi del 2000; molti erano ragazzi, e il più giovane aveva solo 9 anni».

Un chilo di farina per uno smeraldo – «I Guaraní – continua – sono stati ridotti a mendicare poche manciate di farina scambiandole con diamanti, smeraldi, pepite d’oro, in market aperti in piena selva per garimperos e mercenari, fatti che ho cercato di raccontare nei miei disegni». Tanti i dettagli storici, gli atroci atti accaduti, come l’assassinio di decine di indios della sua tribù e della moglie e del figlio, rappresentati in Angoscia, disegno nel quale Atucá tenta di difendere con tutte le sue forze la propria famiglia senza riuscirvi. Si tratta quasi sempre di eventi che trovano le loro cause nei problemi territoriali. Atucá ricorda con fermezza tutto quello che viene perpetrato quotidianamente al suo popolo: si riferisce ai latifondisti – i facenderos – operanti soprattutto nel mercato della soia e protetti dal governo, parla della massiccia presenza d’oro e smeraldi nel territorio attuale degli indios, vera causa della distruzione della foresta amazzonica e della rottura di equilibrio ecologico e habitat naturale. «Dopo aver disboscato, se la terra sarà adibita a coltura o pascolo – ci dice – gli si sparano sopra cocktail di pesticidi inquinanti che distruggono migliaia d’anni di sedimentazione del terreno ad opera degli alberi, avvelenando falde, sorgenti, fiumi, regalando “cancro” agli indigeni che la bevono; se sarà adibita a miniera, con bombe gli si fanno buchi enormi come crateri, e spesso è capitato nella notte di perdere un compagno o una compagna che vi finivano dentro senza nemmeno avere la possibilità di emettere un ultimo urlo; ma, prima di ogni cosa, ci sono i mercenari, lì per fare “pulizia”; la logica è dunque scacciare e abbattere a ogni costo, pagato con l’estinzione da migliaia di indios e da una foresta millenaria […] Ogni albero –conclude – dall’inizio dei tempi rappresenta per un Guaraní un sistema di vita completo senza il quale la stessa vita umana non ha più alcun senso; quando l’ultimo albero del mondo sarà abbattuto cosa mangeranno i nostri figli, i soldi fatti dalle multinazionali o da spregevoli facenderos appoggiati dagli stati? Non credo che questa sia la strada giusta da percorrere per raggiungere un luogo senza il diavolo, in qualunque parte del mondo esso si trovi».

Epilogo di un indio – «Io Atucá, discendente diretto degli indios, chiedo aiuto al mondo per denunciare questa situazione perché l’indio attualmente è ammazzato come un animale, mandato via dal suo territorio come se non fosse mai esistito, egli rimane al margine delle strade gridando la sua richiesta d’aiuto attraverso i suoi umili riti, pensando che con quello potrà rivivere la sua grande speranza e piccola possibilità di sopravvivere in forma di comunità nell’ambiente in cui è esistito».

Qualche sito:
Atucá

Survival, organizzazione mondiale che sostiene i popoli tribali di ogni continente attraverso campagne di mobilitazione dell’opinione pubblica.

Survival, lettera a la Repubblica sul caso Benetton-Mapuche

Giornale on line che aiuta il popolo Mapuche

Informazione Mapuche

Peacelink

Due romanzi e un saggio per approfondire il tema della “cecità” verso la natura e verso l’essere umano:
Acheng, Il Re degli alberi, Bompiani, pp. 78, € 5,60.
José Saramago, Cecità, Einaudi, pp. 316, € 11,00.
Konrad Lorenz, Il declino dell’uomo, A. Mondadori, pp. 252, € 6,71.

L’immagine: Angoscia (1990) di Atucá.

Andrea Spartaco

in LucidaMente, anno III, n. 33, settembre 2008

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