Lucania_report/Reportage

Quando la Bonifica diventa un affare

andrea spartaco

foto:andrea spartaco

La Valbasento è sempre stata una valle di miracoli finanziari. Un puzzle di fatti eccezionali e contributi economici. Fondi girati tra amministrazioni straordinarie prima, investimenti e formazione poi, dove responsabili di reati ambientali si sono potuti dileguare sempre e comunque, spesso, come dicono troppi cittadini, col benestare della Regione che avrebbe dovuto vigilare sulle politiche industriali e ambientali. Chissà perché. Entrata qualche anno fa tra i siti di interesse nazionale, aree industriali dismesse con ettari di terra potenzialmente contaminati, la storia ha iniziato a riguardare l’affare delle bonifiche. E si, lo Stato elargisce per bonificare suoli pubblici e non privati, quindi quei terreni in qualche modo bisognava rilevarli. L’Istituto di promozione industriale del Ministero dello sviluppo economico indica il gestore dell’area della Valbasento nel Consorzio Asi di Matera. Consorzio che ha costituito pure la Tecnoparco, che produce e fornisce, a tariffe agevolate alle aziende insediate tutto ciò che occorre, compresa l’acqua industriale, 2.000.000 mc/anno prelevata dal fiume, con all’interno anche un trattamento effluenti (per 2 milioni di abitanti) e uno smaltimento rifiuti tossici e nocivi. Tanti altri soldi possono così arrivare per mettere in sicurezza zone che sono già state messe in sicurezza negli anni Novanta (come i 5 miliardi di lire messi a disposizione dalla L. R. n. 27 del 1999 per interventi di bonifica da amianto per esempio).

Miracoli dunque, che hanno demandato in precedenza i problemi a Comuni senza risorse economiche e tecniche per affrontarli, che spesso stavano al gioco solo per incamerare soldi e sopperire problemi ancor più gravi. Un consulente ricordava infervorato che la messa in sicurezza della discarica ferrandinese, contenente mercurio, era stata fatta da geometri. Oggi l’area industriale, una superficie di circa 34 kmq, con la vicinanza del fiume Basento e il pericolo connesso alla possibile presenza di contaminazione, fa si che il sito presenti caratteristiche di elevato rischio ambientale e sanitario. Secondo Decreto ministeriale è tra quelle che hanno bisogno di bonifiche di particolare urgenza. Per ora le sono stati assegnati oltre 2 Mln di euro di risorse aggiuntive a quelle già destinate al comune di Ferrandina, 500.000, per il finanziamento della bonifica dell’area

Big_bags killer

dello stabilimento ex Materit, di cui 350.000 euro già trasferiti. Soldi che hanno prodotto una messa in sicurezza, se sicurezza è lasciare l’amianto nei bigbags dentro una fabbrica che sta cadendo in pezzi (di eternit naturalmente) quando va bene, o a cielo aperto, come la discarica tra Ferrandina e Pisticci. Ora, al sicuro tra quattro paletti di legno e un po’ di nastro, una parte dentro sacchi che prendono sole, acqua e vento nei calanchi, un’altra sotto un telone fissato con le pietre, dove mucche e pecore mangiano tranquille tra pezzi di eternit. Ma non importa. «Anzi, ora va benissimo – ricorda il pastore – l’amianto è rimasto sbattuto nei campi anni e anni».

Pareri discordanti – Secondo Apat la valle rientra in quel 30 per cento di siti con presenza di discariche e rifiuti stoccati, considerata un brownfields, appartenente cioè a una particolare classe il cui contesto di riferimento normativo deve includere tanto le norme relative al settore urbanistico-territoriale quanto quelle sanitario-ambientali. Il settore sanitario-ambientale? E perché? Semplice, c’è il rischio di malattie provocate dall’inquinamento. Il dott. Nedo Biancani chiamato come consulente tecnico-scientifico nel 2002 dal Consorzio per lo sviluppo industriale di Matera, effettuò un’indagine geochimica preliminare sulle aree industriali dismesse di Pisticci e Ferrandina (ex Enichem, Snam, Chimica Ferrandina). «Sostanzialmente – ricorda – ci fu chiesto di capire cosa aveva lasciato sul territorio l’Eni e le sue consociate». Di fatto esisteva un certificato d’avvenuta bonifica ma alcuni scavi voluti dal Consorzio misero in evidenza problemi seri di inquinamento. «Siamo stati 6-7 mesi – racconta – facendo centinaia di scavi fino a 5-6 metri di profondità da Ferrandina a Pisticci, scoprendo che non era stata fatta nessuna bonifica e che di fatto sul territorio era stato sotterrato di tutto, e questi sono fatti agli atti». Spiega che si trattò comunque d’un lavoro sommario perché così volle il Consorzio, «tra l’altro le risorse messeci a disposizione furono modestissime (150.000 euro). Abbiamo fatto tutta la zona industriale tra Ferrandina e Pisticci, pista Mattei compresa, avremmo fatto molto di più se ci avessero dato le stesse risorse, 5 mln di euro, che hanno dato ad Arpa Basilicata e ad altri soggetti come la Metapontum Agrobios (ndr. società della Regione attualmente sull’orlo del fallimento) per verificare più approfonditamente la situazione». Con le risorse disponibili Biancani ricorda che esaminò, seppur speditamente, anche la mega discarica allestita da Eni in riva al Basento, constatandone la grave situazione. Il professor Rugiero Pacifico invece, in valle per una ricerca voluta dal Ministero dell’università allo scopo di individuare le forme di mercurio e le sue interazioni con i componenti del suolo, pur parlando di presenza di numerosi metalli con limiti eccedenti quelli previsti dalla normativa, per il mercurio, in alcune zone, valori anche 250 volte maggiori, e di suoli agricoli all’interno del sito tra Ferrandina e Pisticci con una certa presenza di derivati del mercurio, è cauto e assicura che per la limitatezza dei campionamenti effettuati, anche in questo caso per motivi di budget del progetto, dovuti questa volta alle poche risorse date per la ricerca in Italia, una diffusione di mercurio nel territorio circostante può essere un processo possibile, ma tutt’altro che certo. Il dott. Plama invece, di Metapontum Agrobios, che ricordando Biancani parla d’un soggetto che probabilmente ha esagerato i problemi, forse perché da privato sperava di incamerare più soldi, cosa che il pubblico non farebbe secondo lo stesso, sul fronte ambientale, assieme ad Arpab, ha ottenuto notevoli risorse dalla Regione da impiegare in programmi di monitoraggio del territorio. Le competono quelli per la definizione dell’anagrafe regionale dei siti industriali di Tito Scalo e Val Basento, per le aree a rischio di inquinamento da idrocarburi, le acque marino costiere, la qualità delle acque dello schema idrografico lucano, e uno finalizzato alla “definizione dell’inquinamento da attività industriale dell’area industriale Valbasento”. Palma non espone dati, per una questione di copyright dice, bisogna chiederli in Regione. Ma se Agrobios al 97 per cento appartiene alla Regione e il restante ad Alsia, che Palma ricorda pure Regione, che senso ha chiedere i diritti d’autore? E poi i diritti d’autore non sono sui dati, che per quanto riguarda l’ambiente devono essere “trasparenti”, ma sui progetti. Comunque, fatto importante, è che ridimensiona la questione inquinamento in Valbasento. Pur ammettendo la pericolosità di alcune aree come quella di Ferrandina, mostra la fitta rete di monitoraggio su una cartina satellitare, i punti di analisi e dichiara che dalle indagini alcuni terreni sono addirittura stati tolti da quelli a rischio previsti dalla legge per i siti d’interesse nazionale. Una buona notizia.

La qualità dell’ambiente – Certo è che ancora nel 2002 le violazioni ambientali attenevano principalmente a sversamenti illeciti nel alveo del fiume, reiterati episodi di smaltimenti abusivi registrati lungo il Basento che hanno causato episodi di moria di pesci e irregolarità nella gestione di discariche autorizzate per lo smaltimento di rifiuti solidi urbani. Gli anni dal 2002 al 2004 monitorati da Arpab (Annuario 2005- 2006) raccontano un incremento di smaltimento rifiuti speciali sul suolo o nel suolo: rifiuti di attività agricole, costruzione, demolizione e scavo, lavorazioni industriali, artigianali, commerciali, attività di servizio, recupero e smaltimento rifiuti, attività sanitarie, macchinari obsoleti e veicoli a motore dismessi. Per questo genere di rifiuti ci sono ufficialmente tre luoghi. Ferrandina, Pisticci e Pomarico. Discariche di seconda categoria tipo A, cioè adeguate ai requisiti previsti per quelle per rifiuti inerti che nel tempo, tanto quanto i pozzi abbandonati e non dell’area, hanno ospitato smaltimenti illeciti di rifiuti tossico-nocivi. Solo Ferrandina ha una data di autorizzazione, le altre due riportano l’abbreviazione “n.d.”, non disponibile. E anche sulle autorizzazioni ci sono stati sempre miracoli (vedi Lucania tra memorie di boss e procuratori). Intanto il Basento, come indicatore dello stato ambientale della valle, secondo Arpab ha, nella classificazione della qualità complessiva dell’ambiente fluviale (ndr. indice biotico esteso), un giudizio scadente. La qualità è valutata registrando le modificazioni nella composizione di macroinvertebrati, animali che vivono nel fiume e che sono sensibili alle condizioni d’inquinamento, in grado cioè di testimoniare alterazioni fisiche, chimiche e biologiche nel tempo. «Nel corso del 2001-2006 – è scritto – la maggior parte delle stazioni appartiene alla classe 3, corrispondente a un ambiente inquinato o comunque alterato». All’evidente peggioramento avuto tra il 2001 e il 2004, quando l’ambiente fluviale divenne “molto inquinato”, è seguita però un’inversione positiva nel biennio 2005-2006. Il 25 luglio Goletta Verde, approdata a Maratea, ha annunciato i dati relativi alla foce del Basento. Tutti i parametri microbiologici sono risultati fuori da quelli previsti dalla normativa di legge. Chissà perché. Palma assicura che i prelievi fatti da Goletta verde riguardano per lo più forme di inquinamento da rifiuti antropici, in sostanza depuratori comunali che dovrebbero funzionare ma che probabilmente non lo fanno. Un’altra buona notizia. Intanto alcune associazioni ambientaliste segnalavano l’anno scorso i notevoli volumi d’affari sullo smaltimento di rifiuti chimici di provenienza extraregionale, concessi alla società Tecnoparco grazie a deroghe della Regione (L. R. n. 59/95). 3,5 milioni di tonnellate negli ultimi 10 anni.

Lucania tra memorie di boss e procuratori

Un recente memoriale pubblicato sull’Espresso fotografa una Basilicata tra la fine degli anni Ottanta e i Novanta “terra di nessuno dal punto di vista della malavita”. Anni in cui ’Ndrangheta, Camorra napoletana e Mafia siciliana puntavano soprattutto al grande affare dei rifiuti pericolosi. Così Domenico Musitano, boss calabrese in attesa di processo residente a Nova Siri, nel 1986 iniziò gli affari. Con 600 bidoni contenenti rifiuti tossici e radioattivi, spiegando che era stato avvicinato dal dottor Tommaso Candelieri dell’Enea di Rotondella, che stoccava in quel periodo rifiuti provenienti da Italia, Svizzera, Francia, Germania e Stati Uniti, e che aveva l’esigenza di far sparire fusti rimasti depositati in due capannoni della stessa Enea. 500 partirono per la Somalia, finendo alla foce morta del fiume Uebi Sceseli, 100 vennero seppelliti nel comune di Pisticci, in località Coste della Cretagna, in una buca lungo l’argine del fiume Vella. Nel 1992 il memoriale ricorda un’altra modalità di smaltimento illegale. L’affondamento di navi. Una finì a largo di Maratea, con 150 bidoni di fanghi industriali. Forse ad alcuni sembrerà frutto d’una fervida immaginazione, ma nel 2005, il Procuratore della Repubblica Nicola Maria Pace ricordò una serie di elementi che portavano a constatare l’impiego di navi per lo smaltimento dei rifiuti. Possiamo intanto ricordare che il Sostituto procuratore della Repubblica presso la pretura circondariale di Matera, Franca Macchia, in una Commissione sul ciclo dei rifiuti descrisse un’indagine relativa a un traffico di rifiuti speciali e tossico-nocivi in Basilicata. Niente a che vedere con quel materiale radioattivo che Pace, anni dopo, attraverso elementi acquisiti dalle indagini sui fattori di rischio nel centro di Rotondella, ricollegò «alla giacenza di rifiuti liquidi ad alta attività dentro contenitori “marci”, che avevano già dato luogo a tre incidenti nucleari accertati». Un impianto per trent’anni mascherato come centro di ricerca dirà, e su cui il presidente dell’Enea ammise la situazione di tipo “cimiteriale”, con una pessima guardiania per i materiali depositati. E poi un manuale dell’Enea dove i Siroi, silos del IV sec. a.C., risultavano impiegati per il deposito di scorie radioattive. Per i rifiuti tossico-nocivi indagati dal Sostituto protutore Macchia si trattava invece di smaltimento effettuato solo apparentemente in forme legali. Rifiuti pericolosi partiti dalla Lombardia che dovevano raggiungere la Basilicata non furono mai smaltiti presso le discariche autorizzate d’arrivo. I gestori delle stesse negarono di averli mai ricevuti. Parlò del ritrovamento, in un pozzo minerario esaurito dell’Agip, di rifiuti di origine chimica incompatibili con le attività di estrazione mineraria, di elementi di stranezza come anomalie nei richiami normativi, irregolarità sulle autorizzazioni rilasciate dalla regione Basilicata in assenza di un’istruttoria condotta dall’Ente, che si rimise semplicemente agli studi geologici forniti da Agip stessa. Mentre l’autorizzazione prevedeva una forma di tutela ambientale realizzata con il sistema della decantazione, parte delle acque di strato venivano direttamente reiniettate nei pozzi senza nessun controllo degli enti competenti. «Quando la regione Basilicata aveva rilasciato l’autorizzazione alla reiniezione – ricorda in Commissione la dott.ssa Macchia – aveva demandato i controlli alla provincia; quest’ultima aveva chiesto alla regione come avrebbe dovuto controllare questo meccanismo di reiniezione e la regione aveva laconicamente rinviato alle previsioni di legge. Era seguita l’inazione totale e questo sistema di smaltimento non aveva subito alcun tipo di controllo (…) chiedemmo allora all’Agip di aprire il pozzo e al suo interno i nostri consulenti hanno trovato fenoli, mercurio e materiali assolutamente diversi dalle acque di strato». Quindi rifiuti illegalmente smaltiti in una cavità geologica profonda 800 metri e lì confinati. Dagli accertamenti della polizia emerse che non c’era un presidio costante di questi pozzi e che le stesse vasche di decantazione erano accessibili per gli smaltitori che avevano l’appalto, in condizioni di quasi assoluto monopolio (la BNG e la Iula), sia per il servizio di trasporto delle acque di strato, sia per gestire le discariche e i rifiuti non solo dell’Agip. «Poiché non esiste una documentazione di ciò che entra ed esce da questi pozzi – continuava il Sostituto procuratore – né si compie alcun tipo di controllo, è evidente che essi rappresentano una potenzialità molto interessante per chi voglia inserire rifiuti liquidi tossico-nocivi». Nel 1998 Gelsomino Cornetta, Procuratore di Potenza, in un’altra Commissione d’inchiesta affermò che la mancanza di prove acquisite sul fenomeno non voleva dire che non esisteva. I forti introiti ricavabili dallo smaltimento di rifiuti tossici potevano attirare l’interesse della criminalità e la provincia di Matera, per la natura del terreno, caratterizzato da calanchi e caverne, si prestava all’occultamento. Nonostante il problema dell’ecomafia non era di rilevante entità, si poteva dunque affermare che nella provincia di Matera “qualcosa c’era stato”. Ma secondo il Procuratore vi erano anche altre questioni rilevanti. Dai rifiuti dell’oro nero in Val d’Agri alle immense aree industriali come la Val Basento, «un patrimonio aziendale – dirà – costituito in gran parte da scatole vuote, che creerà un problema per quanto riguarda la smaltimento dei rifiuti». L’anno prima in Valbasento, la dott.ssa Macchia aveva ricordato che pur non esistendo una realtà industriale particolarmente attiva, vi erano ben due discariche di rifiuti tossico-nocivi, poste a distanza ravvicinata e luogo di destinazione finale di rifiuti di origine prevalentemente industriale. Dunque da una perdita di liquido definito acqua di strato  con scarsi poteri inquinanti, che distrusse la vegetazione nell’area interessata “in men che non si dica e in maniera molto penetrante”, si scatenò un’indagine sullo smaltimento di rifiuti tossico-nocivi e sulla re-immissione di fanghi o comunque di materiali pericolosi in vecchi pozzi. Un atto fattibile, secondo quanto disse in commissione Antonio Bavosi, rappresentante del WWF, per oltre 400 pozzi dismessi in tutta l’ex area Eni. E mentre la malavita da anni guardava l’idoneità territoriale della Basilicata, almeno dal ’86 secondo le dichiarazioni presunte o meno del boss pentito, associazioni come Legambente denunciavano l’Ecomafia. Nel report del 2002 veniva sottolineata la situazione di inquinamento molto preoccupante. E nel 2003, il report del Gruppo Abele-Nomos in collaborazione con Legambiente e GEPEC-EC, con il contributo della Commissione europea, della Direzione generale giustizia e affari interni e del Programma Falcone, evidenziava una Basilicata pienamente coinvolta nel business dei rifiuti.

Una pianura di veleni

Messa in sicurezza? Altri rifiuti della Materit sott'acqua tra Ferrandina e Pisticci

Intervista a Nedo Biancani. Dal 2002 più volte consulente tecnicoscientifico per la Provincia di Matera e di vari Comuni lucani, racconta i problemi ambientali e politici della Valbasento

Quale situazione avete riscontrato in Val Basento?

Una bella discarica a Ferrandina. Di circa 12 ettari e poi un’altra bella discarica, non distante, sotto la pista di volo Mattei. Abbiamo scoperto un po’ di tutto, ma soprattutto, da quel momento è come se fossimo diventati “persone non gradite”. L’aver fatto questo lavoro d’indagine non ha soddisfatto molto e

molti. Debbo dire che sulla base del lavoro da noi svolto, l’allora On. Salvatore Adduce richiese, insieme alle Istituzioni della Basilicata, di qualificare la Val Basento e l’area industriale di Tito siti di interesse nazionale, dove erano state in passato allocate le industrie chimiche di base, interpretando male, secondo me, la legge e pensando che questo fatto avrebbe consentito l’afflusso di risorse per bonificare queste aree contaminate. In realtà non è stato così. Le risorse nazionali – poche e tardive – arrivano agli Enti pubblici per bonificare siti pubblici, ma non per bonificare siti privati; andava quindi e andrà pensata un’altra strategia, in modo da dare a ognuno le proprie responsabilità e chiamare a ripristinare i luoghi inquinati i soggetti che negli anni hanno prodotto tali contaminazioni.

Uno strano meccanismo…

Il meccanismo che si è usato in queste aree contaminate sede di ex siti industriali, è perverso, semplice ed efficace: non certo per la Regione e le istituzioni locali, ma per il venditore. Un esempio è l’Enichem. A cavallo tra il 1998 e il 2000, quando è entrata in vigore la legge 471 che poneva su chi ha inquinato la responsabilità di disinquinare, in svariate località d’Italia ha venduto a soggetti pubblici locali i propri ex impianti, restituendo terreni puliti solo nella parte superficiale e abbozzando una bonifica che secondo me è stata più finta che vera. Come si usa dire, togliendo una camionata di qui, una camionata là, e mettendo tutto da qualche parte. L’Enichem ha ceduto i terreni a soggetti pubblici come il Consorzio di sviluppo aree industriali di Matera, i quali ricevevano oltre ai terreni una dote di 3-4 miliardi di Lire per eventuali bonifiche e sistemazioni ambientali. È sembrato un affare per tutti. È stata invece una delle più grosse sciocchezze che si potessero fare. Accettare queste “donazioni”, senza una verifica dello stato dei terreni e delle falde sottostanti ha portato a far si che il Consorzio Asi diventasse titolare di terreni rivelatisi contaminati, per poi frazionarli e rivenderli ad aziende che si insediavano su quel territorio. Finché non c’era la 471 andava tutto benissimo, poi con l’entrata in vigore delle nuove norme e con l’obbligo introdotto di disinquinare per le imprese che avevano inquinato, e in difetto per i proprietari attuali dei terreni, le cose si sono complicate. I terreni vanno assegnati bonificati, altrimenti accade che un’azienda, a cui è stato destinato un terreno inquinato, chieda e ottenga l’assegnazione d’un altro lotto. Ma ci sono soggetti che il lotto se lo sono tenuto.

Che genere di rifiuto hanno lasciato le industrie?

L’allora Presidente del Consorzio Asi di Matera volle capire quanti e quali problemi gli avesse “regalato” l’Enichem, e devo dare atto al Consorzio d’aver avviato successivamente alle nostre indagini un’azione legale di richiesta danni contro Enichem, mi pare nel 2002. Nella discarica (meglio nota come “area diaframmata”) di Ferrandina era stato riportato tutto il materiale contenente mercurio delle precedenti lavorazioni, e non solo. A detta di Enichem in sicurezza, perché non fuoriuscisse, ma questa è una vera favola. Molto materiale è rimasto nei siti e tutti i terreni non sono stati ripuliti. Solo le quantità più evidenti, che a mio avviso e dai documenti sono qualche tonnellata, ed è difficile valutarlo a posteriori; inoltre credo che non abbiano fatto questa verifica neppure gli Organi di controllo, e non ne conosco i motivi, ma posso pensare che se non si vuol trovare il responsabile figuriamoci se si va a vedere in che misura il danno è grande, è così e tanti saluti…

Quello che comunque ho potuto verificare è che il mercurio, che a detta dell’Enichem e delle Istituzioni era stato messo in una bella discarica sicura di 12 ettari, non c’era. La prima conclusione è stata: “se ne è andato al mare”, in barba alla sicurezza della discarica, e poiché la discarica su un lato confina con il fiume Basento, non è un’ipotesi, ma una certezza. Questo denota una superficialità senza eguali, forse anche una non conoscenza dei problemi, anche se il nostro lavoro sulla pianura dei veleni è stato inviato tra il 2001-2002 dalla Provincia alla Procura di Matera. Finita l’indagine sul sito Valbasento, il Presidente della Provincia di allora ci ha chiamato a redigere il Piano rifiuti della Provincia di Matera e ci ha affidato la consulenza per attività inerenti il settore ambientale. Un piano rifiuti e altre verifiche di competenza della Provincia. È iniziato da allora un rapporto osteggiato da tutti.

Motivo?

Venivo a sottrarre opportunità a chi aveva già deciso che quel piano rifiuti dovevano farlo altri, e mettevo anche il naso in diverse e delicate questioni ambientali.

Quindi, mi faccia capire: finché c’è stato Carelli ha fatto consulenze…

Si, mi sono occupato di Val Basento fino al 2004.

È poi?

Poi il nuovo Presidente della Provincia non mi ha rinnovato l’incarico, e non so se se ne sia occupato più nessuno.

Torniamo alla discarica di Ferrandina…

Oltre al mercurio ci sono una marea di altri inquinanti…

Cioè?

Diversi tipi di composti clorurati nella falda, idrocarburi e altri prodotti chimici di vario genere, tutti residui delle precedenti lavorazioni industriali di Enichem e altre industrie tipo Liquichimica.

Questo per Enichem e consociate, e la Materit?

Il problema Materit è emerso attraverso il Ministero dell’ambiente, con il quale collaboro. Mi è stato chiesto di verificare delle questioni, e tra queste rispondere alla domanda: “Questi soldi che diamo al Comune di Ferrandina per la Materit, come si usano?”. Erano disponibili 3 mln di Euro circa nel 2003-4…

Come si usano?

In quel periodo era Sindaco di Ferrandina il Senatore Saverio D’Amelio (ndr. Amministrazione 1998-2007). Incontrandolo gli descrissi la situazione Materit; ho pure sollecitato la Provincia sul problema. Nonostante la disponibilità di 3 mln di Euro, e la predisposizione d’un piano di caratterizzazione dell’area ricorretto più volte per poca conoscenza del problema amianto, la situazione è rimasta ferma. Poi arriviamo al cambio di amministrazione nel 2007, e ancora la bonifica della ex Materit non parte. Ho parlato con il nuovo sindaco e gli ho spiegato le problematiche, la disponibilità dei 3 mln di euro, che evidentemente conosceva e la pericolosità nel lasciare una situazione del genere senza alcun intervento. A oggi è ancora tutto fermo, nonostante si parli d’una ditta che ha vinto l’appalto per la messa in sicurezza e la bonifica. Tenuto conto che si ha a che fare con una fabbrica che lavorava amianto, tanta lentezza e tante inadempienze sono veramente da denuncia alla Procura della Repubblica…

Oltre alla Materit?

Tra Ferrandina e Pisticci abbiamo la falda e molti terreni inquinati. A Pisticci c’è una dove l’Enichem scaricava tutti i rifiuti industriali degli stabilimenti locali che nel tempo hanno creato una scarpata d’avanzamento di 6-7 metri di altezza verso il fiume, e questo per molti anni. Inoltre, al termine della pista Mattei c’è un’altra discarica di rifiuti pericolosi che serviva il territorio, che dovrebbe essere bonificata, di proprietà del Consorzio Asi, ormai esaurita. Il Consorzio intendeva allungare la pista di volo, ma avrebbe intersecato la discarica, così è nato qualche problema. Siamo in presenza di un sito di interesse nazionale, per cui qualsiasi operazione si faccia deve essere autorizzata dal Ministero dell’Ambiente, e invece qui si fa come…

Come?

Si fa così – dice mostrando una pagina del Quotidiano del 22 luglio – “Appaltati lavori alla pista Mattei”. È una sciocchezza vera e propria! Oltre che un illecito; primo, perché non si può appaltare lavori su un sito se non autorizzati dal Ministero; secondo, perché prima di fare i lavori bisogna bonificare, e questo non è stato fatto.

Quindi cosa succede?

Succede che cominceranno i lavori, e poi anche i problemi…

Che gioco è questo?

Fai finta di non sapere o qualcuno ti dice “poi si vedrà”…

Dunque si è scontrato con politici lucani?

Con i politici mi sono scontrato, anche a brutte parole. Mi sono sembrati peggio d’un branco di lupi in caccia.

Che idea si è fatto delle politiche industriali, ambientali in Basilicata?

Forse per cercare di costruire lavoro e consensi anni addietro si è concesso troppo ad aziende che hanno non dico rapinato ma quantomeno razziato, prendendo quello che c’era da prendere e poi via…

Per esempio?

Ho vissuto l’esperienza della dismissione delle attività della Snia. Ero consulente in Provincia. La Snia, con una lettera, comunicò che se ne andava, che aveva chiuso, finito. Ne parlai con l’Assessore provinciale e il dirigente dell’Ufficio ambiente e feci presente che l’azienda avrebbe dovuto mettere in sicurezza, caratterizzare l’area ed eventualmente bonificare, smaltire i rifiuti presenti prima di andarsene, altrimenti saremmo tornati ai tempi di Enichem. Prima di riuscire a discutere un piano di smaltimento dei rifiuti presenti sul loro sito ci sono voluti otto mesi di lettere di minaccia, denunce (parliamo del 2004). Io poi me ne sono andato, e successivamente ho chiesto come era andata a finire. “Tutto a posto”, mi è stato risposto; personalmente quando qualcuno dice “tutto a posto” mi preoccupo seriamente. Stessa cosa per la Dow Chemical. Arrivederci e grazie. Non è possibile: prima metti in sicurezza, bonifichi, e poi vai. Negli anni ’90 hanno preso i contributi della legge 488, si sono insediati, hanno prodotto, fatto utili, usufruito del territorio e delle sue risorse, e poi se ne vanno?

Perché se ne vanno?

Probabilmente perché andarsene era già nei loro piani industriali quando utilizzavano i contributi pubblici. È così, quando ci sono contributi che raggiungono anche il 60 per cento su impianti che costano centinaia di mln di euro. Ti finanziano una quota tale da farti ammortizzare i costi, stai un po’ per recuperare soldi, e poi saluti e ringrazi. È una politica industriale da rapina, su cui le Amministrazioni avrebbero dovuto vigilare maggiormente, capire il mercato, le prospettive future di quell’insediamento produttivo, e fargli i conti in tasca. Ma così non è stato. Chissà perché. Adesso si raccolgono le conseguenze di una de-industrializzazione dell’intero territorio lucano.

Intervista al Docente

Il professor Rugiero Pacifico si è occupato di Valbasento nel 2006, con un progetto finanziato dal Ministero dell’università. Gli obiettivi erano individuare le forme di mercurio e le sue interazioni con i componenti del suolo e valutare l’impatto dell’inquinamento da metalli sulla fertilità biologica dei suoli agricoli nell’Area. Il livello di approfondimento e l’entità del finanziamento erano tali – precisa che la scarsità di finanziamenti alla ricerca è una verità che non va dimenticata – da limitare l’indagine a microaree e a un numero ridotto di campioni.

Professore come si valuta l’impatto ambientale dei metalli pesanti?

Non è sufficiente monitorarne la presenza, cioè il loro contenuto totale in riferimento ai limiti previsti dalla legge, in quanto più importanti sono il loro comportamento nel suolo e la loro capacità di mobilizzazione, aspetti che dipendono dalla “forma chimica” del metallo.

Nel progetto dovevate identificare micro-aree in cui la contaminazione risultava particolarmente elevata. Quali le zone con maggior concentrazione?

La fase iniziale di studio ha riguardato due microzone all’interno dell’area industriale di Ferrandina. Nei suoli campionati è stata riscontrata la presenza di numerosi metalli, quali cromo, nichel, vanadio, piombo, rame, zinco e mercurio con limiti eccedenti quelli previsti dal D.M. 152/06. Sono state identificate le principali forme geochimiche dei metalli. In generale, tutti i risultati mostrano che, nonostante una elevata concentrazione totale dei metalli, questi si trovano in minerali poco solubili e, quindi, scarsamente mobili. Le forme chimiche dei metalli individuate hanno permesso d’avanzare ipotesi sulla possibile origine dell’inquinamento dei suoli riconducibili alle attività industriali che hanno operato nell’area dagli anni ’60 agli anni ‘80 relative alla produzione di Eternit, di Pvc, di cloro/soda. Data la scarsa pericolosità ambientale delle forme geochimiche dei metalli rinvenuti in queste microaree e in seguito alla sopravvenuta messa in sicurezza dell’area in esame da parte degli organi competenti, si è ritenuto di rivolgere l’attenzione ai suoli circostanti il sito campionato. Tale monitoraggio si è prefisso l’obbiettivo di verificare che la contaminazione da metalli non si fosse diffusa ai terreni circostanti. Sono stati quindi campionati  punti all’esterno dell’area e a profondità diversa. Dalle analisi è risultato che, nei nuovi punti di campionamento, l’unico problema di contaminazione riguardava il mercurio. In molti casi, questo tipo di inquinamento, che viene trasportato per “via atmosferica”, può riguardare anche suoli posti a notevole distanza dal sito industriale, con conseguente pericolo per le aree agricole circostanti. Il mercurio è uno degli elementi che presenta maggiore tossicità nei confronti degli organismi viventi e, per questo motivo, le sue concentrazioni limite nel suolo sono le più basse per quanto riguarda gli inquinanti inorganici. Nei nuovi punti campionati, la contaminazione da mercurio era presente in tutti i campioni prelevati, anche se apparentemente solo fino ad una profondità di 50 cm.

Quando dice “apparentemente” cosa intende? È possibile che il mercurio prodotto a partire dagli anni ’60 sia finito attorno o nello Ionio?

Le sue considerazioni sono corrette e certamente è possibile un’ampia diffusione del mercurio nei vari ecosistemi. Circa il significato dell’avverbio “apparentemente”, noi abbiamo riscontrato presenza di mercurio nei pochi campioni prelevati solo fino a 50 cm. di profondità. A profondità maggiori (sino ad 1 metro) il mercurio risultava assente. Ovviamente non possiamo estendere tale informazione sperimentalmente acquisita a tutta l’area. Le concentrazioni in alcuni dei suoli campionati hanno raggiunto valori anche 250 volte maggiori rispetto ai limiti di legge. Le complesse indagini condotte hanno permesso di individuare le principali forme del metallo. In particolare, nei suoli agricoli all’interno del sito industriale è stata riscontrata la presenza di solfuro di mercurio (cinabro) e di mercurio metallico, cloruro mercuroso, cloruro mercurico e mercurio legato alla sostanza organica del suolo. La presenza di mercurio legato alla frazione organica del suolo lascia tuttavia pensare all’intervento di processi di trasformazione del mercurio nel corso del tempo. Sembra trascurabile però la formazione di forme chimiche estremamente tossiche come il metil-mercurio. Inoltre, è stato accertato che il mercurio tende a concentrarsi nelle particelle più sottili di suolo, dimensioni dell’ordine del miliardesimo del metro. È in corso di studio quindi la eventuale interazione del mercurio con la frazione argillosa del suolo, quella che appunto in chimica agraria rappresenta la frazione più sottile. Eventuali pericoli rivenienti per es. dalla inalazione delle particelle sottili sono tutti da verificare. Un eventuale trasferimento dell’inquinamento al fiume Basento non è stato da noi valutato.

Lei afferma che la presenza del mercurio nell’area di Ferrandina è attribuibile a insediamenti operanti dagli anni ’60 e che questo tipo di inquinamento, trasportato per “via atmosferica”, può riguardare anche suoli posti a notevole distanza dal sito industriale. Può tale diffusione in qualche modo incidere sul territorio prossimo al sito industriale?

Rispondere alla sua domanda non è possibile per chi deve dare al lettore una testimonianza scientifica e non una opinione. Non ho disponibili dati analitici puntuali sul livello di inquinamento dell’area. Anche se li avessi in forma di concentrazione totale di un inquinante in siti diversi di una vasta area, non mi impegnerei in una opinione conclusiva sulla materia. E ciò, mi creda, non per una forma di prudenza o sottoesposizione, ma perché, come ho già cercato di far capire, è necessaria una conoscenza di dettaglio che solo una ricerca scientifica mirata può sperare di raggiungere. È questa la ragione per la quale mi riferisco a processi possibili, ma tutt’altro che certi. Tenga conto che i risultati delle ricerche condotte dal mio gruppo su un limitatissimo numero di campioni in un’area molto ristretta addirittura mettono in evidenza che una concentrazione di metallo superiore ai limiti di legge non necessariamente può rappresentare un pericolo per la salute umana o animale o, più in generale, dell’ecosistema. Per chiarire ancora meglio, può verificarsi che un metallo sia presente in un sito in una concentrazione superiore al limite stabilito dalla legge, tuttavia in forme insolubili e non mobili o pochissimo mobili e, pertanto, in forme non disponibili per gli essere viventi (piante, animali, uomo, microrganismi). Tali forme, quindi, restano confinate nel suolo e presenteranno un livello di tossicità al massimo potenziale, quindi da seguire in tempi lunghi, ma non reale. Se vuole, questi sono i limiti del “monitoraggio” che si conclude con una tabella e una elaborazione cartografica di “hot spots” (ndr. zone con alta concentrazione) che danno la prima informazione indispensabile sulla presenza/assenza e sulla quantità totale presente di un inquinante. In base a esse, tra l’altro, gli organi decisionali intervengono e le coscienze ambientalistiche si formano e si allarmano. Non intendo sollevare polemiche, anche perché altre procedure di analisi non sono semplici; intendo solo mettere in evidenza che l’approccio è molto più complesso.

Nelle indagini che avete svolto accertate l’assenza l’assenza di fibre di amianto in una zona che in un passato non tanto lontano ha prodotto manufatti in cemento-amianto e danni accertati sulla salute umana. Da un punto di vista geo-chimico la spiegazione è in una precedente bonifica dell’area (stabilimento ex Materit di Ferrandina, legge 23 marzo 2001 n. 93) o l’amianto ha seguito altre vie?

L’elevato contenuto di calcio, l’alcalinità, la tessitura, nonché le osservazioni al microscopio elettronico in particolare in uno dei suoli campionati nell’area industriale, indicano la presenza di materiale cementizio. Inoltre, in questo stesso campione, abbiamo riscontrato la presenza di fibre di amianto. La copresenza di fibre di asbesto ne escluderebbe la provenienza da processi di mobilizzazione nel suolo peraltro poco verosimili. Comunque, tali suoli sono già stati posti in sicurezza. In ogni caso, tale tipo di monitoraggio non era nelle finalità del progetto.

Nel vostro programma parlate anche di strategia di risanamento. Può spiegarla?

Lo sviluppo di tecnologie di bonifica che siano allo stesso tempo efficaci e convenienti (per l’ambiente e per la comunità) richiede una dettagliata conoscenza di come e in quale forma chimica i metalli pesanti siano presenti nell’ambiente. Inoltre, una corretta valutazione dell’efficacia di un metodo di bonifica richiede, a sua volta, la determinazione della nuova forma geochimica dell’elemento tossico in seguito al trattamento, in modo da poter prevedere eventuali trasformazioni nel tempo tra forme chimiche diverse o perturbazioni chimico-fisiche che possano alterare il sistema e quindi controllare la mobilità di un elemento. Tutte queste informazioni sono assolutamente indispensabili per una corretta valutazione del rischio in un sito contaminato. Sulla base della qualità delle informazioni sin ora ottenute, sono in corso di sperimentazione in laboratorio alcune tecnologie di bonifica da inquinamento da mercurio, con studi che proseguiranno anche a conclusione del progetto. La scelta della strategia di risanamento per il trasferimento e l’intervento in campo applicativo è ovviamente condizionata anche da altri aspetti, tra i quali anche quelli di congruità e convenienza economica.

in ilQuotidiano della Basilicata, 2-09-2008

One thought on “Quando la Bonifica diventa un affare

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