Lucania_report/Reportage

Veleni in Valbasento

Prosegue l’inchiesta sull’emergenza ambiente. Il Consorzio Asi di Matera risponde alle accuse. Il ruolo svolto dall’Eni nella vicenda

«Siamo stati noi a sollevare il problema Valbasento». Così l’avvocato Michele Pace del Consorzio Asi di Matera al Quotidiano dopo quelle che Angelo Minieri, attuale Presidente, ha definito “affermazioni imprecise se non inesistenti” rilasciate da Nedo Biancani. «Tutti sapevano – dichiara deciso l’avvocato – ma siamo stati i primi ad aver avuto il sospetto di ciò che le industrie della chimica ci avevano lasciato e a mettere in evidenza che esiste un serio problema di criticità ambientale.

Abbiamo fatto anche di più, chiamando i responsabili a rispondere sia in sede civile che penale con esposti alla magistratura». La vicenda sollevata dal Quotidiano ha in questi giorni attivato più voci e diverse problematiche. «È successo infatti che in virtù degli accordi di programma in Valbasento – continua l’avvocato – ci siamo impegnati a comprare dei terreni, una serie di cespiti, e lo stato ci dava dei soldi. Arrivati alla fine di questo processo di acquisizione si trattava di comprare l’ultimo pezzo. In quella circostanza era presente un nostro amministratore, Franco Ricciardi, che ebbe il buon senso di inserire nell’ultimo contratto di  acquisizione una clausola». Sostanzialmente, con tale clausola, il Consorzio si garantiva l’impegno dell’Eni a risolvere problemi ambientali se successivamente all’acquisto li avesse riscontrati. E in effetti, nel 2001, mentre l’Asi interveniva sull’aeroporto verificò una serie di problematiche ambientali. Pace tiene a sottolineare una prima imprecisione nelle affermazioni fatte da Biancani, e cioè che l’Asi non ha preso soldi. «Abbiamo fatto delle verifiche in tutta l’area comprata – prosegue – rilevando che esistevano le condizioni per attivare quella clausola ambientale. Poi, di fronte la sordità dell’Eni a volere intervenire l’abbiamo chiamata in tribunale, ma non è vero come dice Biancani, che abbiamo avuto 3-4 miliardi da qualcuno e soprattutto da Eni, anzi, abbiamo chiesto più volte alla stessa di fare il suo dovere e tuttora siamo in contenzioso, un contenzioso che dura da parecchi anni. Siamo gli unici ad essersi contrapposti a un gigante dell’industria ed è forse proprio per premiare questo coraggio che stiamo registrando attualmente alcuni ripensamenti da Eni e una certa disponibilità ad assumersi alcune responsabilità ambientali. Almeno per quanto riguarda la pista aeroportuale si sono fatti carico di presentare un progetto di caratterizzazione, di realizzarla ed eventualmente intervenire per la bonifica». È l’ingegner Francesco Vizziello a ricordare la cronologia dei fatti. «Abbiamo sottoscritto il primo contratto nel 1999 – spiega – comprando i terreni da Enichem. Nel 2000 l’assegnazione d’una porzione di quei terreni all’Ecoil e nel 2001 le indagini ambientali». Dalle indagini commissionate a Biancani, ricorda, vennero fuori problemi non specificatamente sull’area di Ecoil ma nel comprensorio, cioè nella zona di Ferrandina dove era allocata l’ex Liquichimica. «Biancani indagò sulle acque di falda e su alcuni terreni  lungo le mura di cinta dell’ex Liquichimica – va avanti – e ritenemmo che tali problemi potevano interessare tutta l’area in quanto la falda non è mai limitata ma si estende a porzioni più vaste. A questo punto per un verso rivedemmo l’assegnazione e prima ancora che scoppiasse il problema all’Ecoil fu assegnata un’altra area. Poi cominciammo il contenzioso con Eni perché furono disponibili le indagini ambientali». Le indagini commissionate a Biancani, come consulente acquisito dal Consorzio su consiglio del loro avvocato di Roma, furono pagate con una parcella di 180 milioni di lire. Pace ammette che la ricerca produsse dati che servirono da base per aprire il contenzioso con Eni, facendo partire quel meccanismo per inserire successivamente la Valbasento tra i siti di interesse nazionale, ma conferma che il Consorzio non ha mai venduto terreni inquinati come lo stesso affermerebbe. «In proposito – racconta – Biancani credo si riferisse all’esempio dell’assegnazione d’un altro lotto all’Ecoil, una delle società premiata dal bando Valbasento e su questo si basano le sue affermazioni, sul fatto che come vincitrice di un bando regionale l’impresa si sarebbe dovuta insediare per forza in Valbasento». È Vizziello invece a fare al Quotidiano una sintesi del caso, per chiarire l’inesattezza delle affermazioni di Biancani. «Il 2000 – chiarisce l’ingegnere – viene pubblicato il bando Valbasento. La vicenda inquinamento non era ancora stata affrontata è quindi assegniamo all’Ecoil un capannone che ritenevamo poter mettere in gioco perché andava bene per questo tipo di insediamento e solo successivamente abbiamo fatto le indagini». Pace conferma che il Consorzio non ha mai venduto terreni inquinati, ne fatto assegnazioni e che la dichiarazione di Biancani secondo cui un’attività produttiva, pur importante, si può senza problemi allocare sul terreno della Valbasento non è stata mai fatta dallo stesso. Ci sono stati casi di imprese che pur riconoscendo che su quel lotto esistevano problemi ambientali hanno insistito per avere i terreni. «Per l’Ecoil per esempio – Pace mostra la delibera sull’azienda in questione – che pur consapevole ha voluto comprare il capannone con i terreni intorno, noi abbiamo detto “guardate che lì ci sono dei problemi ambientali”, “sappiamo tutto ci hanno risposto ma a noi ci serve perchè vincitrici del bando Valbasento”». Mostra le delibere che riguardano altre società e ricorda che l’Asi s’impegna nell’assegnazione solo dopo l’effettuazione dei piani di caratterizzazione e l’autorizzazione della Regione, che, a parte le aree dove ci sono capannoni, va a verificare e stralcia dal piano di perimetrazione complessivo. Manovra che per l’Asi, critica in questo senso, costa sia economicamente sia in termini di tempo. Pace pone anche un’altra questione, relativa alle affermazioni sulla pista Mattei. «Una discarica sotto la pista – ammette – non solo non è reale ma non è nemmeno possibile. Se qualcuno leggendo le dichiarazioni di Biancani si fa l’idea che noi abbiamo fatto investimenti sulla pista Mattei che sotto di sé ha problemi ambientali dobbiamo smentire immediatamente». Vizziello ricorda che la pista risale al 1961 come costruzione. Utilizzata due volte e poi abbandonata, tant’è che fu cancellata dalle carte nautiche per via della presenza di impianti chimici con una certa pericolosità, come quello che utilizzava crio-nitrile. «Senza segnaletica – ci racconta – non si poteva permettere che gli aerei si buttassero in picchiata per atterrare ed Eni sudò sette camice per cancellarla dalle carte nautiche. Fu poi utilizzata per molti anni come nastro di stoccaggio q.p (ndr. qualità pilotata), dove tutte le balle di fibra, poliestere, poliamminica, acrilica,venivano stoccate. Quando come consorzio ci misurammo con il progetto di creare una nuova filiera dell’industrializzazione in Valbasento ritenemmo che dovessero essere costruiti nuovi strumenti, tra cui i trasporti. La valorizzazione della pista era importante quindi. La pagammo 900 milioni di Lire a terreno agricolo, e su questo fu impostato il primo progetto di ri-funzionalizzazione di quella pista finanziata dal Ministero del bilancio nell’ambito dell’accordo Valbasento, primo step di valorizzazione dell’area. Adesso abbiamo un nuovo finanziamento per fare un nuovo step». Quello che nessuno deve sospettare sostiene Pace è che sotto quella pista ci sia una discarica. «Biancani non può aver fatto analisi sotto la pista – prosegue – nessuno ha dato l’autorizzazione, quella è roba nostra, nessuno poteva permettersi di andare a bucare, non si poteva fare, cosa diversa è intorno alla pista, area sul quale abbiamo posto dei problemi alla stessa Eni. Dopo la perimetrazione dovuta all’intervento di Salvatore Adduce, la Regione con l’allora assessore Gianni Rondinone ha promosso un’operazione di caratterizzazione di tutte le aree non occupate da manufatti industriali stralciando quelle non contaminate. Tra queste molte aree  che girano intorno alla pista e questo stralcio ci ha consentito di poter appaltare i lavori del secondo lotto della pista senza problemi particolari. Sono rimaste solo alcune cose». Il Consorzio afferma che la Regione è intervenuta per fare le indagini su tutte le aree non interessate da strutture e infrastrutture industriali escludendo le parti comprese nella perimetrazione della pista. Tutta la perimetrazione è fatta da tre componenti. Da una parte il nastro e l’area sosta velivoli, dove non c’è e non ci potevano essere rifiuti secondo il Consorzio perché nasce prima la pista è poi l’area industriale. Un’altra sul versante dell’alveo del fiume su cui Eni ha riconosciuto le sue responsabilità, e un’ultima verso il complesso industriale, dove non c’è nessun inquinamento e i risultati sono stati inviati al Ministero e si sta aspettando che lo stesso convochi una riunione di servizio per emanare il decreto. «Questa è la situazione – afferma Vizziello – tutto il resto è stato indagato dalla Regione ed è stato emesso un decreto di liberalizzazione. La Regione ha fatto analisi per capire cosa c’era nella falda, rilevando solfuri, solfati e manganese in quantità notevoli. Manganese che può essere di natura endogena, date le rocce attraversate dall’acqua che s’impregnano perché il territorio è ricco di manganese, e solfuri e solfati dovuti per lo più ad attività agricola e a una fabbrica a monte che faceva desolforazione del metano, produceva cioè acido solforico che anni addietro, in assenza di leggi ambientali, andava a finire chissà dove. Per quanto riguarda l’area della ex Materit poi, non è di nostra competenza, il consorzio non ha comprato quell’area e chi ne risponde è il liquidatore. Il Comune di Ferrandina nel recente passato chiese e ottenne un finanziamento dal Ministero dell’ambiente per esercitare poteri sostitutivi. Cosa ne abbia fatto poi noi non lo sappiamo». Pace accentua la gravità di quanto detto da Biancani sull’illecito per le autorizzazioni, gravità che potrebbe per lo stesso anche invogliare il Presidente a trascinarlo in tribunale. «Noi abbiamo avuto tutte le autorizzazioni necessarie – rivendica – non abbiamo nessuna difficoltà e quindi non si può parlare di illecito. Quel che andiamo a costruire non è interessato da nessun fatto ambientale. L’altra sciocchezza che dice e che lì c’è una discarica. La discarica ci sta ed è nostra ma dall’altra parte rispetto a dove sono stati appaltati i lavori, ossia sulla parte della pista che va verso il mare. Tra l’altro è una discarica chiusa, controllata e ovviamente non c’è più nulla la sotto. Anzi, meno male che ora c’è una discarica perché prima buttavano  tutto nel  fiume». Vizziello ribadisce che la discarica nei pressi della pista è bonificata secondo un progetto approvato dagli organi competenti, in particolare la Provincia. «Già quando venne approvato il progetto la legge esigeva che l’amministrazione o chi realizzava la discarica mettesse a magazzino i teli che è ciò che costa. Quel doppio telo incrociato per poter poi mettere sopra la discarica e ricoprirla con terreno di coltivazione, vegetazione e altro. Così fu fatto obbligatoriamente e quindi abbiamo tenuto a magazzino 7-8 anni la discarica. Quando si è esaurita abbiamo presentato un progetto alla Regione e all’Amministrazione provinciale perché le competenze erano passate alla Provincia (la Regione ci disse in effetti che non era più competente). Progetto che la Provincia approvò ed è stato realizzato». Al di là delle imprecisioni di Biancani, Pace conferma che non è intenzione del consorzio sottovalutare i problemi ambientali della Valbasento proprio perché è stato il primo a evidenziarli. «Siamo ancora protagonisti nelle politiche di risanamento – chiarisce – ma quello che ci chiediamo è a chi serva sollevare polveroni e perché qualcuno si sia preoccupato di sollevare questioni che non esistono». Per quanto riguarda la discarica lasciata dall’Eni, attualmente legata alla Regione anche per la questione petrolio con gli accordi attuativi, il Consorzio indica la sua linea: dopo anni di contenzioso si sta cercando di instaurare un discorso di mediazione. Intanto mentre l’Eni si assume solo “alcune” responsabilità in Tecnoparco arriva un’altra società, la Veolia Servizi Ambientali Tecnitalia Spa (col suo 20 per cento di capitale azionario in Tecnoparco). Attiva nella raccolta, trasporto e trattamento di rifiuti, gestione di discariche e impianti di trattamento e inceneritori, vede nel Consiglio di amministrazione, dal 2007, il neo riconfermato Amministratore delegato Eni Paolo Scaroni, che opera in Basilicata col colosso industriale nel più grande giacimento in terra ferma d’Europa in Val d’Agri.

 

Intervista all’avvocato Michele Pace

«Le aree sono sufficienti»

Michele Pace, da un punto di vista di lotti disponibili a insediamenti industriali, può solo dire che l’area fattibile, con il nuovo piano regolatore, ha aree sufficienti. «Se me lo avesse chiesto un mese fa col vecchio piano – afferma – avrei risposto che tra aree inquinate e soggette a S.i.c (ndr. Siti d’Importanza Comunitaria) effettivamente in Valbasento erano esigue. Oggi è diverso perché abbiamo allargato il perimetro, come per l’area di Pisticci».

Avvocato ci sono molte industrie che continuano a lavorare la chimica in Valbasento? A giudizio della Federchimica è un’ottima area di natura chimica. Questo tipo di insediamenti non devono spaventare se l’area è attrezzata. Quest’area rappresenta una vera piattaforma ecologica dal nostro punto di vista perché ci sono gli impianti giusti per depurare, c’è la discarica, non come si faceva prima.

Che tipo di chimica viene trattata e quali le procedure di sicurezza relative all’ambiente?

La struttura può ospitare aziende chimiche di un certo grado, per esempio non abbiamo mai dato l’autorizzazione a una conceria  che pur voleva insediarsi con grossissimi investimenti perché l’area non lo sopporta. Il punto centrale è che l’infrastruttura è ben collegata. Faccio un esempio. Una navetta di collegamento fognario che permette di portare i reflui da Ferrandina a Pisticci per poterli smaltire dove c’è un grosso depuratore e poi un altro grosso depuratore a Ferrandina. Noi facemmo un collegamento anche con Ferrandina ma per scelte fatte dal Comune non è stato mai attivato, l’idea era quella di prendere in gestione anche il depuratore di Ferrandina.

Funziona il depuratore di Ferrandina? Non credo. Naturalmente l’amministrazione è stata avvertita che se qualcuno va a controllare sono cavoli loro, gli è stato detto “il vostro refluo portatelo qua” invece poi non so cosa sia accaduto. Comunque questo grande depuratore fu fatto in previsione di grossi investimenti, in particolare per la Snia. Purtroppo da noi funziona sempre la logica di chiedersi se vengono prima le fabbriche e poi infrastrutture o prima infrastrutture e poi le fabbriche. Di fronte all’annuncio di grandi investimenti Snia ci attrezzammo dopo di che la Snia ci disse che aveva problemi di mercato e ridimensionò l’investimento.

È un investimento vostro il depuratore? Si. Naturalmente poi ci siamo preoccupati di sezionarlo e renderlo comunque attivo e adesso lo gestisce Tecnoparco. Ci sono poche aziende che sono già collegate al depuratore di Ferrandina ma comunque si può portare il refluo con autobotti. In quest’area, dove non abbiamo cespiti c’è soltanto l’impianto di depurazione. Noi ci occupiamo solo della distribuzione dell’acqua industriale.

Reflui intra e extra regionali? Si. Nei limiti delle autorizzazioni che lo smaltitore ha.

Chi è lo smaltitore? È gestito da Tecnoparco.

 

Parla il presidente del Consorzio per lo sviluppo industriale di Matera, Angelo Minieri

«Non vendiamo patacche inquinate»

 

«Questo Biancani,  per quanto possa essere stato un collaboratore della Provincia ai tempi di Carelli, parliamo di 5-6 anni addietro, fa affermazioni imprecise, e cosa ne esce? Come dire, un segnale di provocazione… Prendiamo atto che in una fase delicata dove si lancia una battaglia per la realizzazione di infrastrutture nella Regione viene fuori con affermazioni gravissime sul fatto che abbiamo venduto terreni inquinati». A parlare è Angelo Minieri, Presidente del Consorzio Asi di Matera. «Un Ente pubblico – aggiunge – certificato e riconosciuto si fa passare alla Storia come un imbroglione che vende patacche inquinate, anzi a questo proposito vorrei ricordare che questo Consorzio quando iniziò la vicenda della perimetrazione ha avuto anche polemiche in Regione per l’assegnazione delle aree agli imprenditori (ndr. Regione che autorizza e stralcia dal piano di perimetrazione). Abbiamo sempre battuto il chiodo sulla questione poiché si faceva discriminazione sugli stessi in quanto avevano l’obbligo di fare a loro spese il piano di caratterizzazione ed eventualmente la bonifica. Così sul piano degli investimenti chi va a investire in Valbasento ha un costo aggiuntivo e allora si fanno fuggire gli imprenditori». «La bonifica – conclude – diventa una spada di Damocle per gli imprenditori salvo risarcimenti da chiedere a imprese che non esistono più e quindi chi deve rimborsare? Quando ci fu la vicenda della Ecoil noi contestammo pure le affermazioni di Saverio D’Amelio, sullo stesso genere di quelle di Biancani per supportare le azioni della stessa, cioè voi Consorzio siete responsabili d’aver dato a noi una patacca poiché la Regione ha avuto difficoltà a riconoscere i piani della Ecoil».

 

 in ilQuotidiano della Basilicata, 6-09-2008

 

 

 

 

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