Arte/Lucania_report

Lo sguardo morto

L'impiccato; di Rocco ScattinoUna scelta estetica, mettere assieme le forme dell’abbandono. Una costante visiva, l’impiccato, per fotografare inquinamento e spopolamento in Valbasento.

Ogni artista, in un certo senso, suggerisce attraverso la propria opera i segni della sua ricerca, fissando un codice di lettura. Un fotografo usa letteralmente un’ottica, una meccanica del visibile. È la suggestione prodotta grazie all’obiettivo. Può esprimersi attraverso frame, cioè strutture fisse, o una serialità che dirige l’occhio verso la narrazione. Secondo James Jerome Gibson, in un’ottica ecologica, e non fotografica, la percezione visiva è un meccanismo basilare per fissare credenze, proprietà fisiche del mondo dalle quali l’organismo deduce l’ambiente. Vi sarebbero dunque costanti visive, ma secondo teorie più moderne ad esse andrebbe aggiunta l’intenzionalità dell’artista, di colui che traccia il discrimine tra il semplice vedere e il conoscere.

L'impiccato, di Rocco ScattinoÈ il caso di Rocco Scattino, fotografo lucano, e della sua serie “L’impiccato”. «Ho realizzato questo lavoro per partecipare a un concorso regionale. Alla fine in Regione non me l’hanno neanche guardato e nonostante il tema dominante dell’impiccato sia senza dubbio inquietante da un punto di vista fotografico, ho capito a quel punto che dovevo mostrarlo in giro». Così inizia a raccontare al Quotidiano i motivi, le intenzioni, che lo hanno spinto a portare avanti il suo progetto artistico. Risultato d’uno storyboard meditato, uno studio attento e maturo su alcuni luoghi comuni lucani che rinviano all’incontaminato, al puro, all’antico appellativo di felix, e che invece sposta la prospettiva su una simbologia contemporanea, ambientale e umana, di questa terra. «Sono partito da architetture abbandonate – continua – poi infrastrutture, natura, il fiume, l’agricoltura, e infine una quercia solitaria, che rappresenta il massimo a livello di cedimento sociale. Il mio è un racconto visivo sull’ambiente, sull’abbandono, sulla regione». Un fiume inquinato, cementificato. Un piccolo casolare in Valbasento senza alcuna traccia umana, sopravvissuto affianco a un’enorme industria, come c’è ne sono tante, che l’autore chiama “scatole moderne”, con il paradosso implicito di contenere tutta la Storia antica e attuale della Lucania, il passaggio da un’economia agricolo-pastorale a una industriale. L'impiccato, di Rocco ScattinoImmagini di cultura e natura svuotate. Paesi, infrastrutture per usi industriali e civili fatiscenti. Un’enorme quercia che si staglia su una collina brulla, accompagnata dalla solitudine ancor più tragica del suicida che la sfrutta per compiere il suo gesto estremo. In tutte queste rappresentazioni inserisce quello che definisce un “segno personale”, la forma che prende il suo alter ego, l’impiccato-fantoccio. «In un certo senso – specifica – perché sento di non lottare abbastanza per valorizzare l’ambiente in cui vivo e opero». Nella sua decennale attività di fotografo Scattino gira il territorio, constata situazioni di inquinamento, desolazione. «Conosco bene il territorio – spiega – ed è proprio amando l’ambiente dove vivo che chiaramente vengono spontanee alcune denunce. Nella mia esperienza mi è capitato di trovarmi davanti a situazioni di degrado ambientale. Con un aereo per esempio, mentre facevo un lavoro, ho trovato diversi siti nascosti, visibili solo dall’alto. Oppure discariche abbandonate, montagne di materiale chimico polveroso nella zona industriale, lasciate sull’argine del fiume ad aspettare la prima piena in grado di portarsele via. Poi magari era la stessa impresa che denunciava. C’è un’immagine che mi è rimasta impressa in tutti questi anni, che può spiegare meglio. Dietro la Liquichimica c’era un deposito di materiale. E una pozzanghera d’acqua accanto. Un cane è andato ad abbeverarsi. È rimasto fulminato. Scattai questo primo piano d’un animale stecchito con la fabbrica sullo sfondo. Un’immagine degli anni ’80 – sorride – quando tutto funzionava capisci».Tra gli scenari molte aree in Valbasento, un sito d’interesse nazionale a livello di bonifica ambientale. «È l’area più inquinata – ci dice – ho fotografato dal nerofumo alla chimica al mercurio, ma anche discariche abusive per tutta la zona e salendo verso Potenza, una situazione che dura da sempre». Predilige un motivo forte come collante visivo della serie, prende luoghi morti e li sovraccarica di morte inserendovi la figura dell’impiccato, metafora contemporanea del suicidio, di malessere psicologico derivato dal contesto sociale, territoriale. «Certo avrei potuto privilegiare qualcosa di più morbido, delicato, ma ho voluto dare un senso di drasticità alle immagini. Drasticità che è luogo, gesto, il fatto stesso. L’idea non è creare una similitudine, un’omogeneità con la morte quanto piuttosto esaltare la vita come lotta verso ciò che sta succedendo, dunque non impiccarsi ma confrontarsi energicamente per questa nostra terra. Alla fine devi tirare fuori la grinta che non è ammazzarsi, annullarsi, ma è voglia di lottare, di vivere in questo contesto». Un gesto estremo che deve spezzare la continuità di significato che provoca la desolazione, il senso di vuoto umano, sociale, e una storia di morte a livello di salute pubblica. «Si è vero, questi luoghi hanno prodotto morte, e questo fa senz’altro parte dell’idea su cui ho lavorato – prosegue – però ai figli bisogna dire di non emulare il passato. Cerchiamo di ripulirla questa nostra terra, di amarla, in tutti i sensi, perché se non si ama non si lascia un ambiente sano, questo è il punto. Come manovra estetica diventa possibile rompere questa continuità provocando la paura, il terrore di un atto conclusivo contro l’ambiente e quindi contro se stessi, per esaltare la vita. L'impiccato, di Rocco ScattinoBisogna mostrare le brutture per provocare una reazione contraria mettendo in gioco categorie oppositive come morte/vita, inquinamento/purezza». Non si tratta quindi solo di dare un surplus di significato alla morte, riprendendo in ciò la cultura contemporanea dello spreco, dell’eccedenza inutile, piuttosto creare paradossi visivi perché è pur vero per esempio che «una ferrovia incompiuta è inservibile (la Ferrandina-Matera, mai terminata e con spese pubbliche enormi ndr), morta, ed è morta là, in un posto preciso, tu la guardi e dici è così ormai, ma l’impiccato che gli sta a fianco, la persona morta, è finita in maniera totale. Non voglio dare questo messaggio, morire, finire, ma continuare a vivere, in modo più interessato al proprio habitat». «Architettura – afferma – è abbandono. Prendi Craco, è emblematico. Un paese usato come location dai fratelli Taviani, Lina Wertmüller, Francesco Rosi per film di successo, un luogo per film d’autore lasciato a se stesso. Ma ce ne sono altri di paesi lucani che pian piano si desertificano a livello umano per mancanza di lavoro o altro. Da una parte è l’aspetto demografico a essere significante, dall’altro lo svuotamento delle infrastrutture dopo che c’è stato un intervento dell’uomo, della cultura, e della politica più che altro. Nel senso che c’è un progetto ma si sa che passano anni prima che la cosa decolli quando servono interventi immediati. È una regione piccola questa, potrebbe crescere velocemente, invece ci ritroviamo con megaprogetti tipo la galleria ferroviaria appunto o l’industria chimica di base che hanno lasciato solo vuoto umano, sociale, ambientale, e prodotto danni sulla salute e sui soldi pubblici». Forme d’abbandono architettonico, demografico, ambientali legate dal suicidio come annullamento dell’essere, della società. Un gesto violento che chiama in causa strategie amministrative e di gestione territoriale. «Creare nello spettatore una dialogicità al di là dell’Arte attraverso il dramma dell’impiccato – conclude – è riversare direttamente sulle persone la riflessione sull’abbandono del proprio ambiente che è abbandono del proprio essere, della propria cultura. È questo il senso del mio lavoro».

L’autore

Rocco Scattino è fotografo professionista dal 1982. Vive e lavora a Ferrandina. Ha maturato significative esperienze professionali in ambito regionale e nazionale. Al suo attivo numerose personali e collettive. Ha esposto al Museo di Arte e Scienza di Milano, a Roma, Bari, Matera, Potenza, Pisticci, Ferrandina. Si occupa di reportage e collabora con La Gazzetta del Mezzogiorno, con diverse riviste specializzate, nel campo della comunicazione aziendale e della promozione turistica.“L’impiccato” è l’ultimo lavoro prodotto nel 2008, frutto di uno studio di due anni.

in ilQuotidiano della Basilicata, 16 novembre 2008

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...