Lucida_Mente

Provincia di Bologna e flussi migratori

lmm6-3Intervista all’assessore Giuliano Barigazzi: sostenere le iniziative per favorire l’inclusione

Le trasformazioni territoriali prodotte dai flussi migratori hanno in pochi anni cambiato la morfologia dell’area metropolitana bolognese e la velocità di questi cambiamenti non sempre sono state accompagnate dall’adozione di efficaci politiche sociali. L’assessore della Provincia di Bologna alle Politiche sociali, Giuliano Barigazzi, ci ha spiegato perché…

Assessore, innanzitutto una domanda di rito: qual è lo stato delle politiche sociali a Bologna rispetto al fenomeno migratorio? Quali punti positivi e quali particolari problematiche emergono?
In provincia di Bologna le politiche sull’immigrazione sono parte integrante delle politiche sociali. Queste ultime sono concentrate tra soggetti pubblici e privati, gestite sempre più a livello sovracomunale e implementate da una pluralità di attori. Per l’Emilia-Romagna questo è un momento importante in fatto di programmazione delle politiche e degli interventi: è stato di recente approvato il piano sociale e sanitario 2008-2010, il quale punta fortemente all’integrazione sociosanitaria, e in autunno verranno redatti ed approvati i piani triennali di zona per la salute ed il benessere sociale, i quali vedranno la provincia di Bologna con un ruolo di coordinamento, analisi e promozione. In merito all’immigrazione, notiamo l’emergere di problematiche peculiari rispetto alle quali il nostro welfare locale dovrà attrezzarsi per offrire servizi mirati e di qualità. Innanzitutto, vanno tenuti in considerazione i processi di impoverimento che coinvolgono vaste fasce della popolazione bolognese in modo trasversale rispetto allo status di cittadinanza: è crescente il numero di persone fragili, ovvero quelle a rischio povertà e fortemente esposte alle contingenze. Fanno parte di questo gruppo anche le donne immigrate, che spesso giocano il ruolo di “volano” dei percorsi di inclusione dell’intero nucleo familiare. Esse presentano livelli di fragilità ancora maggiori, per esempio nell’accesso ai servizi e nelle competenze linguistiche, ed è per loro che vanno realizzati interventi specifici e più capillari.
Un altro tema problematico per molti è quello della casa, che dev’essere affrontato con un kit di modalità più ampio rispetto ai modelli finora prevalenti, ovvero la primaria accoglienza in strutture collettive e il solo contributo all’affitto. Infine, un investimento particolare va fatto nei confronti delle seconde generazioni, le quali rappresentano il futuro: auspichiamo di valorizzare meglio, anche all’interno del sistema dei servizi, le loro risorse “naturali” di mediazione. Il dato positivo è che in questi anni molti servizi hanno dimostrato la capacità di donare benefici a tutti e di essere già in grado di re-impostarsi in ottica multiculturale.
Qual è la relazione tra immigrazione e trasformazioni territoriali a Bologna?
Si tratta di una relazione biunivoca: da un lato, le trasformazioni territoriali aprono spazi di opportunità per le persone straniere, che quindi immigrano a Bologna e provincia, dall’altro lato, l’immigrazione straniera contribuisce a sua volta a trasformare il territorio. Ma dato che la presenza di cittadini stranieri è ormai parte integrante del nostro territorio, non è possibile distinguere chiaramente una causa ed un effetto: le dinamiche tra immigrazione e trasformazioni territoriali sono circolari e reciprocamente rinforzanti. L’impegno che dobbiamo prenderci è promuovere l’inclusione nella nostra comunità, rilanciando quei valori, come appartenenza, rispetto reciproco, dialogo, fiducia e cittadinanza attiva, che sono alla base della nostra risorsa più importante: il capitale sociale, determinante principale della salute e del benessere sociale delle persone.
È possibile che l’immigrazione incida sul territorio solo attraverso modalità criminose (spaccio, prostituzione, ecc.), come molta stampa e politica ricorda ultimamente con forza?
Certamente no. Senza sottodimensionare problemi effettivamente presenti in alcune fasce della popolazione straniera di Bologna e provincia, rimane il problema del “gap” tra percezione collettiva e realtà del fenomeno. Per un verso, questa distanza è spiegabile richiamando le regole della notiziabilità, della pubblica opinione e della competenza politica. Per così dire, “fa più rumore un ramo che si spezza che una foresta che cresce”. Per l’altro verso, ci sono delle aggravanti specifiche per la popolazione immigrata, tra cui l’ineguale accesso alle risorse di visibilità e di voice. In generale, è necessario tenere monitorate le traiettorie di carriera degli stranieri. Infatti, vari osservatori ci segnalano due problemi: l’estrema difficoltà ad ottenere il riconoscimento dei titoli di studio conseguiti all’estero e i rischi di schiacciamento verso il basso dell’inserimento lavorativo, anche a fronte di capacità e qualità personali competitive. Per questo abbiamo scelto di investire in questo campo puntando a tre percorsi principali: l’offerta di formazione e aggiornamento professionali agli operatori dei servizi; il sostegno alle iniziative di comunicazione interculturale e la realizzazione del consiglio degli stranieri e apolidi della provincia di Bologna.
Come amministratori locali, non vi sentite un po’ responsabili di un’assenza di gestione del territorio legata soprattutto ai processi migratori, considerato che Bologna tradizionalmente è stata un modello di buone prassi nell’ambito degli interventi sociali? È possibile che quest’assenza di gestione del territorio sia legata alla mancanza di lettura dei cambiamenti in atto?
Non è sempre facile leggere appieno l’immigrazione, è un fenomeno complesso non sempre pienamente visibile. È quindi possibile che alcuni ritardi nel nostro sistema di welfare dipendano anche da tale carenza, di cui siamo consapevoli. Infatti, sono già vari anni che finanziamo iniziative quali l’osservatorio provinciale dell’immigrazione, oltre a seminari e convegni per operatori.
Ma è vero anche che l’informazione sui numerosi servizi effettivamente esistenti non sempre è adeguata e di qualità: sarebbe un compito spettante innanzitutto ai gestori dei servizi, ma che potrebbe coinvolgere anche le agenzie di comunicazione.
Un contributo notevole all’integrazione sul territorio è dato dalle cooperative e quindi da tutti quegli educatori che lavorano con impegno nel sociale e, nonostante stipendi da fame, tentano di conciliare contesti spesso divisi rispetto alla questione immigrazione. La categoria lamenta da tempo la completa assenza sul piano delle trattative salariali e molti educatori con competenze lasciano il lavoro perché non arrivano a fine mese. Se il terzo settore continua così non si rischia di tornare a lavorare sui disagi in modo assistenzialistico, senza professionalità e con poca attenzione alla relazione immigrazione-territorio? Le politiche sociali hanno presente il problema e come pensano di arginarlo?
Siamo consapevoli di questo tipo di problematiche della cooperazione sociale, che hanno conseguenze sia sulla vita degli operatori che su quella degli assistiti.
Infatti, è in via di approvazione un patto per la qualità e lo sviluppo del lavoro sociale nella provincia di Bologna, sottoscritto tra comuni, cooperative sociali e organizzazioni sindacali.

in LucidamenteMAGAZINE n. 6: INCLUSIONE/ESCLUSIONE SOCIALE, 21 novembre 2008 

 

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