Live_from_Palestine/Routines

Urlo palestinese

infanziaRimango interdetto da un profondo senso di inquietudine in questi giorni. Mi turba il fatto che un conflitto appaia solo quando si sparano bombe. È pur vero, nella fredda crudeltà umana, che la notiziabilità è direttamente proporzionale al numero di morti ma i morti, bambini compresi, non sono direttamente proporzionali alle notizie. Si muore tutti i giorni in Palestina. Si io sono un illuso, uno di quelli a cui piace pensare che esista uno Stato della Palestina. O meglio che è dovuto a tutti coloro che per colpe storiche sono tutt’oggi diseredati, espatriati assetati da un ritorno impossibile nella terra che li ha visti nascere.

I morti dicevo, sono tutti i giorni. Sono le persone soggette alle pressioni psicologiche di una occupazione perenne, sono gli assetati che scavano pozzi per bere, i malati che muoiono perché un’ambulanza non riesce a passare un checkpoint o un padre che non può trovare la medicina per il proprio figlio, una madre che non può visitare la giovane sposa che è sua figlia perché qualcuno ha deciso che la strada che la porterà da lei è bloccata, i bambini che si perdono tra pensieri e che possono solo andare con la fantasia oltre l’orizzonte limitato che vivono, o gli adolescenti che si fanno domande che restano senza risposte, o gli adulti che masticano quella sofferenza che si traduce dentro di loro in astio, odio. I morti sono la vita quotidiana. In questi giorni non riesco a guardare tv o leggere giornali che mi riportino lì, in quel luogo che è una sorta di ossimoro esistenziale. S’incrociano le religioni e i loro concetti di vita pace ai destini di morte.

L’asina di Ahmed

Ahmed ha un’asina.

È tutto quello che gli rimane.

Ricorda ancora quando ad aprile sguazzava sana col papà nella brezza di primavera.

Ma durava poco,

troppo poco

per rifarsi della dura stagione secca che di lì a poco sarebbe arrivata.

D’estate se ne sta sbattuta al sole tutto il santo giorno.

Affoga nell’afa.

All’asina di Ahmed non basta,

ecco perché col caldo torrido,

ficca quei suoi denti sgretolati dal ciclo delle stagioni

dentro una terra che qualcuno ha deciso d’assetare.

Scosta ciottoli,

scava rabbiosa nell’aridità,

e con quei suoi occhi che sembrano opali giganti

fissa come se chiunque potesse strappargli quel duro boccone.

Stacca pietre l’asina di Ahmed,

cerca radici bruciate dai venti caldi del Negev.

Ma non gli basta.

Non basta nemmeno ad Ahmed che

nel giorno del sol leone l’ha uccisa.

Ha versato solo una lacrima Ahmed,

era bella quella goccia grigio perla,

scendeva sulla guancia ricordando la sua asina

e cercando tra giovani rughe di dolore una via per il perdono.

L’asina di Ahmed era tutto per il padre,

compagna di vita,

viaggio, lavoro.

E ora?

Ora è il suo nutrimento.

Ahmed non possiede più la sua asina grigio perla,

né una compagna che porti al pascolo il padre,

o a riempire l’acqua la madre.

Ahmed non ha una lacrima da versare,

né potrà più immaginare per lei e per sé un paradiso sulla terra.

Ahmed ha il gusto delle sue carni in bocca.

Ahmed ha tredici anni e il sapore del piombo in gola,

quello che ha ucciso la sua famiglia.

andreaSpartaco

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