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Israele mostra i denti e i martiri crescono

MIDEAST-PALESTINIAN-ISRAEL-CONFLICT-GAZAMilioni in armamenti, logiche ferree di colonizzazione denunciate dall’Onu. E i fondamentalisti colgono i frutti

Pioggia d’estate. Nuvole d’autunno. Piombo fuso. Non sono titoli di poesie dai toni romantici o neorealistici ma i nomi di operazioni militari effettuate da Israele negli ultimi anni di conflitto. Arrivano, e come sempre passano. Il numero di morti nella Striscia di Gaza, dopo quella in atto in questi giorni, è incerto e tendente ad aumentare, visto che il governo israeliano ha dichiarato che si tratta di un’azione lenta. La “pulizia completa” dei terroristi è in corso con raid aerei e oltre 6.500 riservisti che da terra, casa per casa, stanano il nemico di Israele e della Palestina. Apparentemente la reazione è stata giustificata come manovra per far cessare i continui lanci di razzi dal sud della striscia verso Israele.

Un seggio nella provincia di Hebron alle elezioni nel 2006 che sancirono la vittoria di Hamas

Un seggio nella provincia di Hebron alle elezioni nel 2006 che sancirono la vittoria di Hamas

Apparentemente. Perché vi sono motivi più profondi: controllo delle risorse energetiche, dell’acqua, demografico. Il più attuale fra tutti è la non accettazione di Hamas (Movimento di resistenza islamica ndr) come partito politico democraticamente eletto alle ultime elezioni del 2006. Per Israele si tratta di terroristi, ma la popolazione palestinese, stanca da decenni d’occupazione militare, di soprusi come l’esproprio di terre, case, arresti immotivati, distruzione di pozzi d’acqua lì dove non esistono infrastrutture idriche mentre per colonie ebraiche a due passi l’acqua abbonda persino per i giardini, rappresenta una speranza di cambiamento. E lo vota soprattutto perché snervata dallo stallo e dalla corruzione in cui al Fatah (letta al contrario, sigla per Al Tahir Al Falastin, Organizzazione per la liberazione della Palestina ndr), partito politico laico imperante grazie al carisma di Arafat, è finito. Da quel 2006 tutto si complica per il governo israeliano, dal momento che nessun osservatore delle Nazioni unite monitora in fase elettiva irregolarità nei seggi. Hamas è dunque un partito legittimamente eletto. A quel punto s’inizia a cercare una soluzione di intelligence per destabilizzare ulteriormente, a livello politico-sociale, un popolo già di per sé diviso fisicamente dalle strategie militari israeliane messe in atto.

Pozzi e cisterne sono gli unici modi per approvvigionarsi d'acqua

Pozzi e cisterne sono gli unici modi per approvvigionarsi d’acqua

La più brutale di tutte rappresentata dalla pressione psicologica in cui i palestinesi vengono fatti vivere. Controlli snervanti, quasi sempre offensivi, provocatori, istruzione permessa a intermittenza, sanità inesistente e un economia ridotta all’osso. Più spesso però, si attua la soluzione militare. «Desidero precisare – affermò nel 2006 John Dugard, relatore all’Assemblea generale delle Nazioni unite, dopo l’operazione Pioggia d’estate – una questione preliminare. È quella dell’occupazione. Nonostante la condotta di Israele assomigli talvolta a quella di una potenza coloniale o di un regime di apartheid, è più esatto vedere in Israele una potenza occupante e giudicare i suoi atti a fronte delle regole del diritto internazionale che si applicano in un’occupazione […] Gaza è divenuta una società mozzata dall’esterno, imprigionata. La realtà del controllo israeliano si è realizzata ancora una volta sottoforma di bangs supersonici causati dagli aerei che hanno cercato di terrorizzare la popolazione, dal bombardamento periodico di case e campi lungo la frontiera e di assassinii mirati di militanti, attuati come nel passato senza molti riguardi per il passaggio di civili innocenti». Eppure fu proprio il governo israeliano a incoraggiare dopo gli anni Settanta quel blocco islamico a Gaza, paravento dei Fratelli mussulmani d’Egitto, che prese appunto il nome di Hamas. Andava bene quindi quando si doveva destabilizzare al Fatah per diminuirne l’influenza. Stava facendo maturare, per la prima volta dopo il ‘48, un’identità politica e laica di popolo. Oggi che un altro partito di Dio sta invece avendo la meglio sull’acculturazione di nuove generazioni che crescono con una media enorme e il controllo demografico è sempre più difficile, i palestinesi toccheranno i 10-12 milioni entro il 2020 contro i 6,5 israeliani, la strategia d’Israele è appoggiare apertamente Abu Mazen, successore di Arafat per Fatah. Un Abu Mazen che ricambia e dichiara con Israele illegale il controllo di Hamas nella striscia. Si decide un embargo pesantissimo motivato da quello che è stato definito il colpo di Stato d’un partito ridotto al rango unico di organizzazione terroristica e dimenticando che prima di ricevere concessioni da Israele era il partito Fatah ad essere considerato tale. Per Hamas, dunque, che non ci sta a riconoscere uno Stato che non ha ancora ben chiari i suoi confini e continua con politiche da colonizzazione, niente concessioni. La Cisgiordania occupata, controllata in qualche modo ancora dagli uomini di Fatah, è invece fatta “sopravvivere” grazie ad accordi bilaterali tra Israele e Fatah. Ma militanti di Hamas e Jihadisti premono anche in Cisgiordania (vedi La divisione dei territori), soprattutto nella zona di Hebron, e da lì che sono partiti gli ultimi attentatori per colpire Beersheba. E a rischio e anche la centrale nucleare di Dimona nel deserto del Neghev, 36 chilometri a est di Beersheba, tra l’altro già colpita da ordigni palestinesi. A Gaza intanto non arriva più nulla. Passa un anno, due. La gente è in ginocchio, le organizzazioni non governative e le associazioni di psicoterapeuti denunciano la cronicizzazione della violenza in bambini e adolescenti, i sindacati la disoccupazione salita a un livello pazzesco, la povertà dilagante, e con essa, l’odio verso l’oppressore che monta e fa sempre più proseliti. Anche nelle scuole. A bambinifebbraio del 2007 Itamar Marcus, Direttore del Palestinian Media Watch, in un report sui testi scolastici prodotti nel 2006, From nationalist battle to religious conflict, denuncia come questi abbiano iniziato a glorificare il terrorismo religioso e l’insegnamento dell’odio verso Israele, creando, in quelle che saranno le future generazioni, un’educazione aberrante su come affrontare e risolvere la questione israelo-palestinese. Altro che pace. Le Nazioni unite intanto restano a guardare senza fare assolutamente nulla. Come solito fino al momento d’un nuovo raid militare. Poi intervengono a denunciare e a parlare di cessate il fuoco. Questa volta però, non vincolante. Cioè, potete continuare ad ammazzarvi. Appena tre mesi fa alcuni storici israeliani avevano preventivato l’attacco a fine anno e Abu Mazen, nei suoi giri per i Territori occupati, era stato più volte contestato dai palestinesi che gli ricordavano come ormai non era più possibile andare avanti e che si stava rischiando una violenza senza precedenti. Quello che preoccupa in queste ore Israele è la Cisgiordania. Avamposto della sicurezza israeliana da controllare direttamente o subaffittare a un’entità palestinese debole e disarmata. Preoccupa la possibilità che il conflitto si allarghi. La gente dei Territori occupati da anni continuava a ripetere che il sangue ribolliva, ma intanto s’allargavano colonie come quella di Ariel, Gush Etzion, Ma’ale Adumin e Talmon tra Rāmallāh e Gerusalemme, assieme a quelle dell’alta valle del Giordano, il cui controllo è basilare per impedire un’aggressione da Est e soprattutto per le sue strategiche riserve d’acqua. Quelle colonie in terra palestinese restano israeliane dunque, e lì ci pensa l’esercito a farlo capire. «Ho concordato con gli americani – affermava Dov Weisglass, braccio destro di Ariel Sharon nel 2004 – che di una parte degli insediamenti non si discuterà affatto, quanto agli altri se ne tratterà quando i palestinesi si trasformeranno in finlandesi […] l’intero pacchetto chiamato Stato palestinese, con tutte le sue implicazioni, è stato rimosso dalla nostra agenda a tempo indeterminato». È il definitivo congelamento del processo politico di pace. La colonizzazione invece continua in maniera ancor più massiccia e con notevoli finanziamenti con il governo Olmert, pupillo di Sharon a lui succedutogli. Obiettivo delle 3.500 nuove abitazioni di Ma’Ale Adumin: riconfigurare l’area attorno a Gerusalemme, espropriandola definitivamente ai palestinesi e spezzare in due quello che potrebbe essere il futuro Stato palestinese. Le altre migliaia di case sparse per i territori, in violazione alla road map e contro il diritto internazionale, sono servite invece a ridurre un’eventuale Palestina a uno staterello composto di tre sacche cisgiordane e dalla Striscia di Gaza, completamente isolate fra loro.

Il conflitto fra controllo delle risorse territoriali e interessi internazionali

Acqua e petrolio. Una pace impossibile

checkpointhebronNel diritto internazionale alla nozione di corso d’acqua sono associati due principi. Equa utilizzazione delle risorse e divieto di cagionare danno ad altri. Principi non rispettati in medioriente. Il controllo delle risorse idriche rappresenta una problematica che influisce sempre più sul contesto sociale e sulla stabilità geopolitica fra Israele e Palestina. Il bacino fluviale del Giordano infatti, comprende Israele, le alture del Golan, la Cisgiordania, la striscia di Gaza e i paesi con i quali Israele condivide risorse idriche e frontiere, Egitto, Giordania e Libano. La Siria, anche se confina con Israele, si trova in una situazione particolare a causa delle condizioni idrologiche. Solo le alture del Golan, il cui limite nord-orientale è lo spartiacque del lago di Tiberiade e non la Siria nel suo complesso, appartengono alla regione così definita. Se si guardano le caratteristiche idriche del bacino del Giordano, la situazione e l’approvvigionamento idrico di ciascuno Stato, si evidenziano i diversi interessi e l’ineguaglianza nella distribuzione. Nonostante solo il 3 per cento di esso si trova in territorio israeliano, secondo i dati forniti dall’Accademia palestinese per gli affari internazionali, i palestinesi hanno a disposizione solo 115 milioni di metri cubi d’acqua all’anno su una capacità totale di 600 milioni, vale a dire il 15 per cento. In altre parole possono essere irrigate meno del 6 per cento delle terre e il consumo idrico è limitato a 100 metri cubi pro-capite l’anno. Un israeliano medio ne consuma 400. Gli israeliani al di fuori della Cisgiordania e della Striscia di Gaza consumano tre volte l’acqua che consumano i palestinesi e i coloni degli insediamenti ebraici dei Territori occupati addirittura sei volte di più. Altro aspetto rilevante è l’interesse israeliano per le risorse energetiche. Dagli anni ‘90 la questione ha riguardato da un lato l’approvvigionamento di gas turkmeno e petrolio e gas azero, dall’altro l’espansione commerciale attraverso azioni di lobbyng sui governi locali per assicurarsi il business della sicurezza delle istallazioni e delle condotte, attraverso società nella maggior parte legate ad ex agenti del Mossad (servizi segreti israeliani ndr). Ruolo centrale è dato al gasdotto del Caspio meridionale che correrà parallelo all’oleodotto da Baku a Ceyhan in cui sfocerà il nuovo flusso di petrolio e gas proveniente dal Kurdistan. Poi l’incerto affare del gasdotto della pace israelo-egiziano, che riguarda il gas del Sinai. Prevista come condotta panaraba e israeliana è stata sviluppata solo nel tratto giordano in quanto non si sa come coinvolgere i giacimenti di gas palestinese nelle acque territoriali di Gaza. Questa direttrice energetica est-ovest tende a tagliare quella nord-sud, e dunque il nemico iraniano, come sbocco più economico del greggio e del gas russo e centroasiatico verso l’Oceano indiano e i crescenti mercati indiani e cinesi. Nella partita Israele è coinvolto in quanto gran parte del gas turkmeno potrebbe essere deviato verso la condotta nord-sud che partendo dalla Russia dovrebbe sfociare appunto nel porto iraniano di Bandar ‘Abbas. E ci sono dentro gli Stati Uniti, i cui interessi prevedono la gestione, attraverso le proprie majors, della commercializzazione di gas e petrolio centroasiatico, controllandone il percorso da sud ed est per spezzare il quadrilatero geoenergetico in formazione tra Russia, Iran, India e Cina. In tal modo i giacimenti di greggio e gas turkmeni, uzbeki, e i flussi di petrolio kazako verrebbero convogliati in Afghanistan, nella regione di Herat – che si sta mettendo in sicurezza con un’altra guerra infinita – da dove le condotte si biforcherebbero verso i grandi assetati del futuro, Cina e India.

la-divisione-dei-territori1
Fonte: Limes

Spese militari israeliane


1995199619971998199920002001200220032004
8,0798,6058,6528,9819,2999,5749,99611,08710,4219,931

200520062007

10,30311,076[12,233]

Cifre in milioni di dollari. Includono i soccorsi militari inviati dagli Stati Uniti. Per il 2007 il Sipri fa una stima tenendo conto che gli aiuti degli Stati Uniti hanno ammontato a2.34 billioni di dollari.

Fonte: Sipri, Stockholm international peace research institute

in il Quotidiano della Basilicata, 7 gen 2009

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