Live_from_Palestine

La città di Dio

di Andrea Spartaco

Gerusalemme vecchia. una sinagoga costruita affianco un minareto

Gerusalemme, marzo 2008. Cristiani, copti, ebrei, mussulmani, ortodossi s’incrociano per la città vecchia. La chiesa del santo sepolcro è piena. La nicchia che conserva la testimonianza di Cristo è un via vai continuo. Gerusalemme santa è anche la città più militarizzata al mondo, dove le relazioni poggiano sulla tensione quotidiana. Per andare a pregare nella moschea della roccia o in quella di al-Aqsā i mussulmani oltre i quaranta, gli unici accettati, devono passare ispezioni estenuanti. Per gli israeliani che vanno al muro del pianto è più semplice. Quelli che vengono da vari luoghi del mondo sono scortati da militari o paramilitari che girano imbracciando pistole e kalasnicov in mezzo la folla. Senza sicure, pronti all’uso. Freddi. Calcolatori. Certi di non sparare se non all’occorrenza. A pochi metri il mercato brulica e le religioni si fondono. Dopo la preghiera tutti uniti nella logica vendere-acquistare. È la città di Dio. Un luogo dove nemmeno l’opinione della Corte internazionale di giustizia conta. Ha definito inammissibili l’acquisizione di territorio con la forza e le misure amministrative e legislative intraprese da Israele per alterare il suo status negli ultimi anni, inclusa quella “legge base” che dichiara la città propria capitale. Una violazione del Diritto internazionale. Ma qui, siamo nella terra di Dio, un Dio che sembra purtroppo morto da un pezzo, e le cose, vanno diversamente.

Centro per l'infanziaTel Aviv, agosto 2004. «Why…d… you go in the territories?». Sono le prime parole nervose e frammentate che mi rivolge un ufficiale israeliano all’aeroporto Ben Gurion quando gli spiego dove sono diretto. Non dice Palestina, ma territori. Vuole sapere il motivo della visita in Israele. Israele appunto, e non Palestina, perché tali sono i territori. È così che vengono educate generazioni di soldati. Tre anni di leva. Maschi e femmine. Sempre ad attendere d’essere richiamati. In qualsiasi istante. Riservisti a vita. Quando spiego che sono lì per portare avanti assieme a un gruppo un’attività di educazione alla pace per bambini palestinesi la domanda che ne segue è più agghiacciante. «Shit, palestinian children! Why do you come to work with palestinian children?». Merda si. Sono merda, perché lavorare con loro e per loro? Gli ricordo che è un bene proporre una cultura di quel tipo, dare una possibilità altra, tranquillizzare le nuove generazioni per il futuro anche suo e dei suoi figli ma lui niente, non sente ragioni. «No arab is peaceful! Not will be never a peaceful arab!». Ebbene si. Nessun arabo è e sarà mai pacifico. È un nemico. Questo è lo sbraitare tipico della maggior parte dei controlli. Da quell’agosto 2004 ci sono tornato altre volte in Palestina. Nulla è cambiato. Le storie di sofferenza si ripetevano così come gli attentati seguiti da blitz dell’esercito. Nel 2008 al mio ultimo atterraggio i controlli sono stati ancora più snervanti. I turisti israeliani provenienti da ogni luogo del mondo passavano i check mentre una missione umanitaria e i palestinesi che rientravano dalle zone dove avevano trovato casa come rifugiati, controllati per ore. Tutti possibili terroristi. Idea ormai nella psicologia di un intero popolo. Adel nato a Nablus ed espatriato nel ‘68 a New York da sei ore se ne stava sbattuto qua e là per il Ben Gurion. Perché torni? Che motivo c’è? Dimmi i nomi di tuo nonno tua nonna, tuo padre, tua madre! Ore di stress per rivedere parenti e amici. Genitori e nonni li aveva già persi. La voglia e l’emozione d’abbracciare sua sorella e i suoi nipoti dopo quattro anni erano più forti di qualunque urlo. Avrebbe sopportato di tutto.

un vecchio in preghiera

Hebron, 2004. Scendo dal furgone con la mia videocamera in una strada del centro. Vengo immediatamente circondato da sette persone. Ibrahim che m’accompagna in giro interviene e dopo aver spiegato chi sono la situazione si rovescia. Si rilassano. Ci offrono il tè e il narghilè in una sala. Si scusano, italiani brava gente ripetono, brava gente. Ma per quello che succede devono stare sempre con occhi aperti e armi pronte. Il nemico è il problema. Il nemico disegnato al dettaglio anche dai bambini. L’israeliano che mangia la loro terra. Non sopporterebbero altri espropri come per la colonia di Kiriat Arba. Ariel Sharon ne autorizzò nel 2002 l’estensione in modo da creare una fascia di sicurezza che la unisse alla Tomba dei Patriarchi, distante poco meno di due chilometri. In questo modo i coloni avrebbero potuto recarsi a pregare senza problemi. Non spiegò però cosa sarebbe accaduto alle migliaia di palestinesi che vivevano in quel settore. Esproprio di terre, case e rabbia, odio. Le mura della città sono imbevute di resistenza. Girando m’aveva colpito la similitudine con i simboli di quella che fu la resistenza ebraica agli inglesi di gruppi come Haganah, Irgun, Stern fino a prima della dichiarazione dello Stato di Israele nel ‘48. Mostravano un fucile sullo sfondo dei confini della Palestina con scritto RakKah: solo così. Praticamente identici a quelli messi in giro oggi da Hamas e jihadisti, persino negli slogan. Cambiano solo gli attori che mettono in atto la guerriglia. Paradossi. Ebrei nel passato, oggi palestinesi. Così, in questa logica ciclica e distorta, si susseguono attentati e raid, chiusure e aperture. Continuamente. A sud di Hebron, in quella che è una zona cuscinetto, un lembo di terra palestinese che l’esercito israeliano ha praticamente requisito e tiene assoggettato per motivi di sicurezza, i villaggi mancano di qualsiasi infrastruttura. Fino agli anni ‘80 hanno avuto una mortalità infantile per dissenteria che sfiorava l’80 per cento. Vittime: bambini da zero a tre anni. L’acqua dei pozzi si mischiava con quella delle cloache scavate nell’argilla del Neghev. Ridevano quando gli chiedevo di parlarmi della situazione sanitaria. «Amico – continuavano a dirmi – se ti spacchi la testa qui è finita, non t’aspettare un’ambulanza». Il dottore, se va bene, arriva da Hebron una volta al mese per visitare i bambini. «Ah! Gli adulti s’arrangino – sottolineava – non ho tempo, sai che territorio mi tocca coprire?». Per i palestinesi è una zona morta. Non è possibile far niente. La vita è alba-tramonto. Col buio tutti rintanati come topi in casa. Nelle scuole costruite dall’Onu svettano i manifesti di Yasser Arafat e Ahmad Ismā’īl Yassin (fondatori di Al Fatah e Hamas ndr). Stanno insieme nonostante politicamente siano come acqua e olio. Quando chiedo ai ragazzi cosa ci vedono con gli occhi infervorati spiegano che si tratta di persone che hanno combattuto per il rispetto di sacrosanti diritti umani, per il popolo palestinese. «Che venissero loro (gli israeliani ndr) a vivere qualche mese come noi. Ci trattano come bestie». E così. Chiedono solo uno scambio, un giro di vite tra noi e loro ribadiscono, che dimostri perché lottano contro una realtà da incubo. Guardano al futuro, a un’esistenza fatta di libertà e diritti uguali a quelli d’un popolo che gli sta affianco, come se lì, a pochi passi, non fosse invece possibile la normalità. «È un’idea – proseguono – che vale la pena portare avanti, anche a costo di morire. Semplice diritto alla vita».

Arab Aramadin, provincia di Hebron. Marzo 2008. I primi a venirmi incontro sono Mohammed e Arafat. Hanno ormai 14 e 15 anni. La prima volta che li ho incontrati erano poco più che bambini. Oggi sono due adolescenti. E per l’esercito israeliano, guardando i permessi che conservano nei loro portafogli, sono diventati due possibili rischi e quindi obiettivi militari. Senza quella carta se presi e controllati rischiano l’incarcerazione. Quando li interrogo su cosa sia cambiato nella loro vita da adolescenti le risposte sono un misto d’insofferenza, astio. «Prima ci pensavo poco – racconta Mohammed – anzi cercavo di non guardarmi in giro, anche se ascoltavo mio padre e mia madre discutere era come se me ne volessi allontanare. Ora è diverso, i controlli sono molto frequenti, non capisco cosa vengono a cercare qui, ci hanno ridotti alla miseria, cosa cercano ancora». È cresciuto Mohammed, ed è maturata anche la consapevolezza dell’ingiustizia in cui vive. Ricordo anch’io un blitz al villaggio, quando era ancora un bambino. Di notte l’esercito è entrato casa per casa facendo uscire tutti fuori. Uomini donne vecchi e bambini. Tutti fuori, attaccati alle pareti delle case, con urla, fari e mitra puntati, così come erano stati fatti uscire dai loro letti e dai loro sogni notturni. Terroristi. Tutti terroristi. Come Jaffar, che a 93 anni, nella sua calma irreale rispetto a un vissuto di violenza tanto lungo racconta. «Ho visto passare ottomani, inglesi, francesi, ebrei, palestinesi, tutti con il loro odio personale, tutti con il loro carico di rabbia per un misero pezzo di terra». Gli domando cosa vorrebbe, e se si potrà mai risolvere il conflitto. «Ah chiedo solo di poter pascolare le mie pecore – risponde nella sua semplicità – non m’importa se chi governa è turco, francese, ebreo o arabo. Si potrà vivere senza pensare che l’indomani il modo giusto di stare al mondo sia solo imbracciando un fucile no? Ma qui, che ricordi, è sempre andata così, in questa terra sono tutti impazziti. Qui, non c’è tempo per restare umani, da qui, Dio se ne andato da un pezzo».

in il Quotidiano della Basilicata

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