Lucania_report/Reportage

Un tetto contro i problemi


Lo slogan

Lo slogan

L’amianto tra normative ferree, Stato assente, e smaltimento fai da te

Quando si entra negli uffici della ex Materit, sembra d’essere davanti una specie di fotografia d’una beffa che resiste indenne al tempo che scorre. La presidenza, una stanza vuota, conserva la sua paradossale memoria. La poltrona su cui il presidente sedeva, ancora lì, impolverata, lacerata da giorni, mesi, anni d’ostinata resistenza a quel luogo morto. Per terra un report sugli effetti dell’amianto. Sul muro, un manifesto. “Un tetto contro i problemi”. Era l’accattivante manovra di advertising per imprese edili e privati cittadini. Un’idea pubblicitaria che ha smerciato enormi quantità di eternit in tempi in cui nulla si sapeva, o meglio, nulla volevano far sapere gli strateghi del marketing, di tale materiale, se non che era ottimo per costi e resa (vedi Così ti vendo la Morte). Nonostante oggi qualche nuova impresa parli d’una industrializzazione in Valbasento che lascerebbe distanti gli inquinamenti della vallata sottostante nei confronti dei paesi a monte, permettendo a queste realtà di convivere senza condizionarsi, l’amianto prodotto anni addietro è, in maniera massiccia, una realtà condizionante. Smaltito abusivamente soprattutto nei calanchi, ma anche nei boschi, e naturalmente a valle. Ed è presente ubiquitariamente in diversi comuni del materano come tetti e altri sottoprodotti.


così si smaltisce l'amianto...

2009: così si smaltisce l'amianto...

Norme e prassi. Negli Stati Uniti l’Epa (Environmental Protection Agency ndr), Ente governativo che se ne occupa, afferma che esse devono dare informazioni specifiche su inizio e fine dei lavori, luogo, nome della ditta che rimuove, metodi e quantità di materiale bonificato e qualsiasi informazione relativa a operazioni di demolizione o restauro. La responsabilità di notificare un sito con presenza di amianto, case, stabili, ecc., è dei proprietari e della ditta che effettua i lavori. Se nessuno notifica, l’Ente giudica entrambi responsabili. Idem per l’Italia. Una legge del 1992 fornisce le specifiche, normativa ancor più severa dopo la direttiva europea del 2003. «Quando si parla di amianto – racconta un muratore che preferisce l’anonimato – si tratta spesso la questione Valbasento, gli operai, le loro sofferenze. È sacrosanto ricordare ’ste situazioni e chi ci ha mangiato sopra e continua a farlo. Ma qua ci sono operai edili e privati cittadini che continuano a staccarlo e spaccarlo da case e campagne senza protezioni. Io non faccio più questo lavoro, ma chi mi controllava quando segavo col flash canne fumarie senza mascherina e ne uscivo con la faccia bianca? Chi controllava quando si scaricava il tutto dove capitava?». A una normativa ferrea, fa sapere l’Associazione proprietari di casa, non corrisponde nessun supporto economico verso privati che vogliano eliminarlo dalle case. Smaltimento e incapsulamento comportano spese elevate così tutto resta insoluto.

amianto smaltito nel bosco tra Ferrandina e Salandra

2009: amianto smaltito nel bosco tra Ferrandina e Salandra

«Lo Stato – scrive – se ne infischia dei costi per smaltire. Se è tanto pericoloso per la salute pubblica si dia da fare a stanziare contributi da destinare alla bonifica in modo da andare incontro a coloro che intendono rimuoverlo o incapsularlo in modo da renderlo innocuo». A questo punto entrano spesso in scena ditte che lavorano a ribasso. Come? Abbattendo spese per la sicurezza dei lavoratori e per lo smaltimento.

discarica nei calanchi tra Ferrandina e Pisticci poco distante da una discarica autorizzata...

2009: discarica nei calanchi tra Ferrandina e Pisticci poco distante da una discarica autorizzata...

Niente tute, niente maschere, niente guanti, eternit riversato a due passi dagli abitati e discariche non autorizzate. Tra Ferrandina e Pisticci, in agro Piana d’oro c’è né persino vicino ad una autorizzata, legale e illegale assieme, una vera e propria schizofrenia normativo-sanitaria. «Prova a chiedere a una ditta specializzata quanto costa al mq la bonifica dell’amianto contenuto nelle lastre di eternit – continua l’Associazione – ti accorgerai che alla lista degli strozzini ci puoi aggiungere anche questo».

L’eredità dei figli. Effetti e pericoli per chi abita in una casa o nei pressi di uno stabile che presenta materiali in amianto sono ribaditi oltre che da normative, report, anche dalle regioni. In Piemonte già nel ‘99 l’Ufficio ispezione edilizia del Comune di Torino emise un’ordinanza per una “piccola” tettoia, obbligando un proprietario a effettuarne la rimozione per l’incolumità pubblica e privata. In Lombardia denunciati a febbraio 2008 tumori e leucemie in aumento a ridosso d’una caserma dei carabinieri col tetto in eternit. In Basilicata, dopo il dramma del terremoto e decenni in cui la gente ha vissuto a Bucaletto in prefabbricati d’amianto, finalmente piovono fondi pubblici. Eppure cambia poco. I cittadini denunciano la sistemazione del prefabbricato dell’amico, la bonifica dell’amianto contenuto nei tetti fatta con una leccatina di vernice rossa e costata quanto una sostituzione completa.

le baracche in amianto dei terremotati del '80 a Ferrandina, in evidente deterioramento i tetti

2009: le baracche in amianto dei terremotati del '80 a Ferrandina, in evidente deterioramento i tetti

Sono pochi esempi, ce ne sono altri. In comuni e campagne del materano sono presenti tetti in stato di degrado, canne fumarie, pozzi, e persino i prefabbricati del terremoto del ‘80, come a Ferrandina, con gente che tuttora ci vive dentro e attorno in quartieri ad alta densità abitativa, e senza nemmeno una leccatina di vernice a tetti in stato d’abbandono. Le stagioni continuano il loro corso. Sole, pioggia, neve, vento. L’amianto presente dagli anni Settanta, su cui nessun intervento è stato effettuato, continua anch’esso il suo deterioramento. La pericolosità del materiale nel tempo è conclamata. Tutto però, continua a filare liscio, come l’olio che si produce sotto qualche frantoio con tetto in eternit vecchio di decenni ovviamente. A una cittadinanza inattiva ed economicamente inerme rispetto a tali problematiche, le istituzioni rispondono con il silenzio e assenso verso malattie che interverranno nel prossimo futuro. Lo stato spenderà in sanità, la gente in vite umane. Ma tutto resta uguale. È un dato certo che l’esposizione necessaria a indurre patologie può verificarsi nell’ambiente di lavoro, interessando categorie come elettricisti, edili e idraulici che intervengono per attività manutentive e in casi come per il degrado e i danneggiamenti di tetti o altro, può riguardare tutti. «Oggi – ricorda in una ricerca il Centro regionale amianto della Regione Lazio – la pericolosità dell’amianto è fuori discussione e il suo utilizzo è stato bandito, tuttavia é evidente che il minerale estratto e utilizzato nei più svariati modi costituisce e costituirà, ancora per molti anni, un rischio per la salute, soprattutto per il fatto che una grande quantità é stata impiegata nell’edilizia e, pertanto, si trova presente nell’ambiente in maniera quasi ubiquitaria, rappresentando un pericolo che andrà aumentando nel tempo con l’invecchiamento dei materiali».

Case, ferrovie, sigarette, freni, tessuti, giocattoli, ovatta e bende ospedaliere

Quel magnifico materiale

fonte Centro Regionale Amianto Regione Lazio

malattie da amianto: fonte Centro Regionale Amianto Regione Lazio

In Italia tra le due guerre l’amianto entrò con forza in applicazioni industriali e in edilizia, quindi nelle abitazioni e in centinaia di manufatti d’uso quotidiano. Giocattoli, filtri per il vino, talco, pasticche dei freni e addirittura per sbiancare il riso e produrre filtri di sigarette. Negli anni Cinquanta vennero prodotte 13 miliardi di sigarette con filtro in micronite. Persino un giornale medico spiegava che era il migliore. If it’s too hot to handle, Use asbestos. Se scotta al tatto, usa l’asbesto, esaltava uno slogan. E poi il tessile, dove si è utilizzato per produrre tessuti ignifughi o con proprietà di resistenza all’azione corrosiva degli acidi. Infine, sempre per le sue molteplici caratteristiche, la produzione di guarnizioni, prodotti di frizione, cartoni, filtri per sostanze corrosive, fino a essere impiegato nella produzione di ovatta e bende per uso ospedaliero. La scoperta delle patologie a esso legate, nonostante ricerche risalenti agli anni ‘20, non é recente. La prima indagine epidemiologica sistematica fu condotta da Richard Doll nel 1955 su operai tessili inglesi. Da allora, si é iniziato ad ammettere la correlazione tra esposizione a fibre di asbesto e insorgenza di tumori polmonari e non solo. Malgrado ciò nel ventennio successivo la sua produzione ebbe un’impennata enorme nel settore nautico ed edile.

Lobby dell’amianto e strategie di mercato

Così ti vendo la morte

la presidenza della ex-Materit, fabbrica che produceva Eternit e altri sottoprodotti in cemento-amianto in Valbasento (Mt)

2009: la presidenza della ex-Materit, fabbrica che produceva Eternit e altri sottoprodotti in cemento-amianto in Valbasento (Mt)

Nel 1942 il Presidente della più grande compagnia di produzione amianto, la Johns Manville, disse a un manager che i dirigenti di un’altra azienda erano stati un branco di idioti a informare i loro lavoratori sul pericolo dell’asbestosi. A quel punto il manager chiese: «vuole dirmi che lascerebbe lavorare le persone finché non crepano?». E il Presidente: «Sì. È così che risparmiamo soldi». La Storia dell’amianto, e l’attualità, è fatta spesso di tali strategie. Gli Stati Uniti ne hanno un’esperienza dal 1918, visto che si lasciavano operai al lavoro anche se compagnie assicurative come la Prudential non li coprivano a causa delle accertate “condizioni nocive per la salute”. E l’Italia è addirittura avanguardistica. Un Regio Decreto del 1909 già denunciava la pericolosità dell’amianto in ambiente di lavoro. Tra il 1929 e il 1930 vennero ribaditi gli effetti patogeni, ma l’industria dell’amianto, conferma una relazione di Turner & Newall di quegli anni, con il nome di Saiac (Società associate di industrie amianto-cemento ndr) si costituì in cartello, dividendosi il mercato mondiale. Anni in cui l’Ufficio minerario del governo statunitense avvertiva: «è risaputo che la polvere d’amianto è una delle più pericolose a cui l’uomo è esposto». Era “risaputo” dunque, e per evitare condanne s’impedì la circolazione di informazioni sulla sua pericolosità grazie a collusioni con ambienti politico-amministrativi. Strategia non mutata in anni recenti. Nel ‘71, a Londra, vi fu un’azione comune fondata su piani di comunicazione simili a quelli dell’industria del tabacco per contrastare le prime class action di cittadini. Il cartello industriale utilizzò persino la stessa agenzia, la Hill and Knowlton, mettendo in atto un’azione sinergica sulla politica, su lavoratori, sindacati, media. La normativa francese del ‘77 ricalcò alla lettera queste direttive, e trovò di peggio solo in quella britannica di dieci anni prima. Una legge che accordava il “permesso di uccidere” secondo le associazioni delle vittime. Poi Parigi, nel ‘79, dove venne ripresa la questione, decidendo che era «necessario investire molto per sostenere le lobby dell’amianto a diversi livelli in Europa. Davanti a lavoratori, sindacati, clienti e al mondo politico». Bruxelles, nel ‘81, che fissò l’atteggiamento nei confronti della Commissione economica europea. «La sensazione – è scritto nel report – è che l’industria dell’amianto deve combattere in Europa. Le azioni devono mirare a coinvolgere i membri del Parlamento europeo nei nostri affari, soprattutto se contano fabbriche d’amianto nella loro zona elettorale». Comprare politici e non quotare in borsa le società. Questa fu la strategia della multinazionale Eternit (oggi Etex ndr), e del colosso del cemento svizzero Holcim che la inglobò. Mentre la nobiltà del mondo degli affari s’arricchiva in Belgio e Svizzera a migliaia di chilometri la gente s’ammalava. Oggi, nonostante il procuratore aggiunto Raffaele Guariniello e i sostituti Gianfranco Colace e Sara Panelli della procura di Torino hanno chiuso quella che è stata definita la maxinchiesta sui danni dell’amianto in Italia, i signori della nobiltà degli affari negano ogni responsabilità. Conoscevano la portata del problema e non hanno fatto nulla per evitare le morti. Tonnellate d’amianto, come per la Valbasento e i paesi limitrofi, restano da smaltire. Tanto da impianti industriali che da abitazioni e fabbricati. Le odierne strategie capitalistiche continuano ad agire tendendo al profitto più che alla salute pubblica. Immettendo sul mercato prodotti senza sperimentare a sufficienza la tossicità o nel caso amianto, con l’abbandono di bombe avvelenate come i vecchi siti di produzione e vendendo le macchine dismesse o rilasciando licenze a paesi in via di sviluppo, dove ovviamente, le normative sono assenti o meno ferree.

Intervista al dott. Saverio Fiore, ricercatore del Cnr di Potenza

La mappa del territorio c’è ma non si vede

smaltimento illecito nei Calanchi in Valbasento

2009: smaltimento illecito nei Calanchi in Valbasento

Nel 2003 assieme ad Agrobios, che censì e identificò i siti, il Cnr grazie alla legge 101 che imponeva alle regioni la mappatura amianto sul territorio, sia in forme naturali che antropiche, mette appunto un sistema computerizzato al quale avrebbero dovuto avere accesso, a diversi livelli di priorità, vari soggetti. La Regione con accesso totale come amministratore, le Ausl per i dati epidemiologici, i comuni per introdurli a livello di censimento e i cittadini che ne avrebbero dovuto vedere i risultati. Avrebbero, perché la piattaforma online, per rallentamenti nell’inserimento dati dovuti a reticenze di cittadini stessi ed Enti, non ha visto mai la luce. Dovrebbe essere attivata quest’anno. Il Quotidiano ha cercato di capire perché.

Dott. Fiore c’è amianto in Basilicata? L’amianto sul territorio c’è. È stato valutato ovviamente in tutto il suo peso e rischio. I dati però sono incompleti in primis perché il cittadino non ha collaborato, nonostante la Regione decise un po’ di anni fa di dare finanziamenti per bonificare. Ha avuto paura, pensando a qualcosa che comportasse limitazioni nell’uso di infrastrutture o spese per confinare il materiale. Ciò ha portato ad acquisire meno informazioni nel database. Ma questo non inficia il progetto. Chiaramente se c’è una buona azione sul territorio, mi riferisco a bonifiche ambientali, alle Ausl, alle aziende che operano nel settore, alla coscienza del cittadino, i dati continueranno a entrare aggiornandolo.

Avete prodotto anche una carta del rischio? La carta della pericolosità si rifà alla quantità localizzata e alla possibilità che vengano liberate fibre. Sul territorio non ricordo esattamente la distribuzione. Credo ci siano 140 siti. Potenza ne ha la maggior quantità, Ferrandina ha un rischio maggiore perché esistono situazioni particolari.

Tipo Materit? Il sito a maggior concentrazione è la Materit, non c’erano altre fabbriche sul territorio. Quanto sia pericoloso? Nel momento in cui non si disperdono fibre il pericolo è assente. Quel sito va comunque bonificato nella migliore delle condizioni. In generale il livello di rischio è abbastanza basso. È alto perché c’è una certa quantità di materiale pericoloso, ed è inutile fare differenze sul crisotilo o gli anfiboli dei big-bags, è come avere una macchina che va a 300 e una che va a 340. Trent’anni fa chi aveva la possibilità di contrarre patologie era il lavoratore della Materit, il lavoratore della Fibronit, il lavoratore delle cave piemontesi, oggi invece chi contrae può essere quello che sta vicino la fabbrica, cioè chi non è professionalmente esposto.

E per quanto riguarda i tetti in eternit sparsi un po’ ovunque… È pericoloso effettivamente avere tutta una serie di tetti. È ciò dev’esser chiaro. I tetti si degraderanno. Quando però una superficie si altera le persone che sono intorno all’area corrono un rischio quasi inesistente perché la probabilità che le fibre si liberino è vadano a colpire un soggetto che transita e si infilino giusto nell’alveolo sono molto basse. Diventa pericoloso quando si spezza. È li che c’è la maggior liberazione di fibre. Voglio essere critico nei confronti dell’allarmismo. Si sono messi da parte i mineralogisti, i chimici, i geologi che quando sono entrati in gioco hanno iniziato a ridurre il rischio antropico. Certo non è da sottovalutare ma per toglierlo ci vuole denaro e va fatto con il tempo e con tutta una serie di precauzioni. Sicuro per risparmiare non puoi rimuovere col martello pneumatico o col flash, non solo rischi d’ammazzare il lavoratore ma anche chi gli passa vicino.

In giro ci sono anche diverse discariche abusive? Dei rifiuti accatastati qua e là è impossibile un censimento. Per il nostro progetto avevamo le informazioni che provenivano dagli uffici regionali. Sapevamo dove andare. Ciò nonostante ha assorbito costi rilevanti. Abbiamo speso più soldi per assumere personale, per le auto che si dovevano spostare o i contatti telefonici che non per analisi.

Ma un azione capillare di mappatura sull’antropico deve mettere in conto i rifiuti prodotti sul territorio… Una cosa del genere si può raggiungere in tempi lunghi solo attraverso un azione-informazione ai cittadini.

Ci fa una panoramica territoriale? La Basilicata è divisa in una miriade di distretti per i quali calcoliamo di volta in volta a seconda la quantità d’amianto e del tipo il rischio che insiste. Significa che se parlo di rischio medio a Tito ciò non vuol dire che in tutto il comune c’è quel rischio, ma che le quantità vanno tenute sotto controllo. Comunque ricordo un territorio completamente maculato, e che la prima cosa che a noi saltò agli occhi fu l’assenza di informazioni legate alla zona industriale di Potenza o a Bucaletto. Sapevamo che c’era amianto ma non era stato censito quando fu fatto il piano nel ‘99. Così come non furono censiti lo zuccherificio di Policoro e probabilmente le case dei terremotati del ‘80 a Ferrandina.

Perché? Per il progetto Amianto1 abbiamo spedito qualcosa come circa 5000 lettere. Dal cardinale all’usciere al sindaco. È venuto qualche assessore, senatore, onorevole, ma pochi sindaci. Una perdita di tempo. Mandavano fax con frasi di rito: “ci scusiamo ma siamo impegnati in altra attività istituzionale”. Sono prima di tutto i comuni che dovrebbero agire. Le attività di censimento non dovrebbero essere di nostro compito però se queste informazioni servono per la ricerca noi le facciamo. Andare a contattare tutti i comuni della Basilicata significava mettere a lavorare per 4 o 5 anni un gruppo di persone solo su questo. Chi le paga?

Ma allora come si fa a fare una mappatura capilare? È un discorso fittizio? Le province o la Regione dovrebbero imporre queste cose ma lei sa benissimo come funziona. Molta gente fa spallucce.

La Regione non preme? Non credo che sia mancanza di decisionismo o d’iniziativa da parte della Regione. Sia chiaro, non difendo la Regione, ma anche se prende iniziative i comuni non le seguono. E ci sono due province, coordinarsi dovrebbe essere più semplice rispetto a regioni con molte più province.

Ma in quanto istituzione più alta nell’ambito territoriale potrà intervenire sui comuni per fare delle pressioni, altrimenti è come vivere nel feudalesimo, ognuno prende le decisioni per il suo feudo, è assurdo… Lei dice bene. Nei lavori che stiamo facendo ora mi è arrivata una comunicazione con una trasmissione degli atti alla Procura della repubblica.

Motivo? Perché la Regione ha dato delle disposizioni che sono state puntualmente disattese.

Mi sembra insensato se si vuole portare avanti una mappatura seria… Quando facemmo il censimento sull’amianto antropico nel progetto erano coinvolte le Ausl. Ricordo una discussione e un gesto di stizza del dott. Vignola della Regione nei confronti delle Ausl perché un giorno aveva chiamato un dirigente dicendo di non avere un calcolatore potente per far girare il software. Non è una questione di denaro, mi spiegava poi, non sono i mille euro, è che fare una cosa del genere, fare un avviso, poi la gara, significa perdere mesi, praticamente è come mettere i bastoni fra le ruote al progetto.

Il rischio di ritrovarci tra 10-20 anni con persone colpite da gravi patologie

La questione degli affioramenti naturali

Nonostante lo Stato abbia legiferato in materia di amianto antropico il dott. Fiore sottolinea un’altra questione cruciale, gli affioramenti naturali. «Il legiferatore – ricorda – ha intuito il problema. La Regione si è adoperata per fare uno screening nelle zone interessate, come i siti attenzionati al confine calabro-lucano. Abbiamo mappato l’amianto non limitandoci all’affioramento, ma tenendo conto di erosioni, frane. Solitamente quando si mappa il rischio le frane non vengono considerate ma sono più pericolose degli affioramenti. E poi ci sono le acque che vanno a finire nei fiumi portandosi il particolato. Abbiamo mappato i suoli, fatto una carta lito-idrogeologica, campionato i fiumi in cui abbiamo visto la concentrazione di fibre, studiato i sedimenti, fatto volare un aereo con uno spettrometro per capire dove potevano esserci minerali associati a serpentiniti. Il punto – conclude – è che se si fanno attività antropiche tipo infrastrutture in aree dove affiora naturalmente amianto il rischio aumenta perché la concentrazione di fibre aerodisperse è molto più elevata rispetto all’amianto antropico. Potremmo ritrovarci tra 10-20 anni con un numero di persone colpite non perché professionalmente esposte. La Regione, e lei ha anticipato di 24 ore la questione, andrò a colloquio domani (13 gennaio ndr), si è attivata per una task force per indicare ad amministratori e cittadini quali sono le cose che può fare o che è più opportuno che non faccia. Ci vuole un aiuto a comunicare ciò. La scienza deve essere qualcosa che va trasferita ai cittadini. I minerali asbestiformi sono oggetti naturali che fanno male all’uomo. Come comportarsi allora? Ci vuole un’altra mentalità: far convivere il cittadino in una situazione che può essere a rischio, l’importante è conoscere il rischio, dove è e come fare in modo che non venga attivato. Quello che stiamo cercando di fare nelle aree dove c’è amianto naturale, cioè qualcosa che starà li per sempre non come la Materit che prima o poi sarà tolta, è formare operatori del posto che facciano informazione. La Regione è attenta ma molti comuni del pollino hanno posto resistenza. La Regione premeva e dall’altra parte c’era l’atteggiamento “tiriamo a campare”».

inchiesta in ilQuotidiano della Basilicata, Lunedì 26 gennaio 2009

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