Arte

‘u Papadia

u-papadia…e i suoi suoni dallo spazio interiore

Quando la piccola porta in legno s’apre, spinta da mani timide, o sicure, dalle mani della gente che ha deciso d’assistere a un concerto, s’entra in quella che era una vecchia casa nel paese vecchio, ed è come se si venisse risucchiati indietro nel tempo. La musica arriva presto allo stomaco, al cuore. Colpisce gli umori del corpo, della testa. Trascina, ipnotica e viscerale. Poi alla coscienza arrivano le parole, e i significati esplodono nel cervello.

papadia«Ieu me crisciu qua all’infernu / stame solamente a quaije e te sinti na buscia deli santi e predicatori / sinti eterni sacrificiu penitenze de scuntare non ne lassi a nui quassuttu a chiuj sta miseria vita». È “Santu Nuddu”, e la voce è quella di Umberto Papadia che ci ricorda con la musicalità naturale del dialetto salentino un mondo di paradossi, per troppi fondato sulle menzogne, per altri, pochi e più deboli, di vite infernali, penitenze da scontare. Un mondo che ricorda quello di Antonin Artaud, commediografo, attore teatrale e scrittore francese, dove per alcuni la vita è una continua fuga dall’inferno che s’abita. Un concetto ribadito da un altro pezzo “Cuccuvascia”, che ricorda una “terra ‘nfame” dove ormai bisogna guardarsi persino dalla propria ombra, vendutasi alle leggi di mercato magari, e soggetta a una legge del pensiero ancor più cruda e disumanizzante: se non stai attento ti fottono. Dentro l’architettura è come rimasta indenne allo scorrere degli anni, con il suo soffitto a semibotte e una volta a croce sul fondo. Riporta in vita nella memoria storie di esistenze umili, lontane anni luce dall’ipertrofia che regola la società attuale e che ‘U Papadia denuncia in alcuni brani. In questo luogo ogni singolo spazio, ogni singolo momento, veniva organizzato nel modo più funzionale possibile ai bisogni familiari ma oggi, a Ferrandina, è diventata la sede dell’associazione Pensiero Attivo, e ogni tanto si riempie di eventi che anziché svuotarla della sua storia, del suo antico trascorso, cercano piuttosto di recuperarlo, spesso con grossi sacrifici, in chiave contemporanea. Ed è questo il contesto in cui ‘U Papadia e la Peronospera band hanno suonato per oltre due ore. Non una piazza, non un palazzetto, non uno di quegli ampi locali costruiti per questo genere di performance con i design più assurdi, sfiorando spesso il ridicolo o peggio l’allucinante proponendo strutture che sembrano uscite da film tipo Arancia Meccanica o Paura e delirio a Las Vegas e che nulla c’entrano con “l’arte di suonare”. No, niente di tutto questo, solo una vecchia e semplice casa di paese. Un contenitore musicale minimale, che arriva al sodo, colpisce lo spazio interiore, l’anima. Un tipo di situazione che in Italia sembra si stia estinguendo, tranne poche realtà, a favore di posti in cui trasuda un surplus inutile nel rapporto musica-ascolto. Semplice consumo. Ma la musica può a volte superare questa impasse consumistica. E a Papadia e alla sua band, quando si affronta la questione, non frega assolutamente nulla di tutto ciò, anzi, come tutti gli artisti che hanno una passione vera per la musica e per quello che essa è capace di trasmettere alla gente, sanno benissimo che un posto è solo un involucro vuoto che bisogna riempire di percezioni sonore. Farle deflagrare tra le emozioni, nelle coscienze, è solo una questione di relazione, tra musicisti e pubblico. Tutto qua. Ovunque e qualunque sia lo spazio ospitante. Di Papadia, con una ricca storia musicale alle spalle tra partecipazioni discografiche importanti e progetti personali come l’Ammaraciccappa, si potrebbe raccontare tanto. Ciò che colpisce di questo artista però, è soprattutto la malleabilità e la voglia di spaziare e sperimentare generi, suoni, dalla word all’elettronica, dal folk al post-punk come con la Peronospera band, ultimo progetto. Spesso, cercando il contatto diretto con le culture musicali, andando in paesi diversi per assumere punti di vista altri sulle sonorità e sulle loro modalità costruttive. Per scoprire in quale preciso punto del corpo, dell’interiorità, esse vengono generate. Una passione che lo porta anche a ingegnarsi nella realizzazione di strumenti e nella ricerca di suoni capaci di ibridare stili musicali differenti. È proprio l’ibridazione, una prassi contemporanea non solo dell’ambito musicale, a caratterizzare il lavoro, di cui è ideatore, con la Peronospera. Armando “Ciquita Grooving Box” alle chitarre e nockin’ groove, Manuel Francisci al basso elettrico e bouzuki, e Johnny Vozza alla batteria e percussioni, coadiuvano Umberto in questo nuovo approccio alla musica e allo sterminato universo di senso che essa rappresenta. Tutti che si portano dentro il loro bagaglio di storie professionali, e personali. Come Vozza, tarantino, scherzosamente appellato dal pubblico “batterista siderurgico” per i suoi due anni trascorsi all’Italsider e sacrifici enormi, ha frequentato il conservatorio a Bari facendo praticamente il pendolare da Taranto per portare avanti l’interesse per lo strumento. «A un certo punto c’era la passione forte per ciò che sentivo dentro, che spingeva – ricorda quando gli chiedo cosa gli sia costato lasciare la sua città e un lavoro – e il tornarmene a casa dopo il lavoro intriso di polveri di ogni sorta che a ogni doccia venivano giù nere, quasi per ricordarmi che quel posto insano s’attivava e viveva soprattutto di notte, al buio, quasi volesse evitare che la gente davvero vedesse ciò che partoriva». «L’attaccamento ai luoghi d’infanzia, alla famiglia – continua – sono si determinanti nella vita di ognuno di noi ma uscire fuori da schemi, da confinamenti anche affettivi se vuoi, è fondamentale per un artista, bisogna spaziare, incontrare, conoscere ciò che c’è oltre, naturalmente non vuol dire rinnegare le proprie radici o perdere l’affetto per la gente, anzi, tutto questo può solo migliorarti in termini umani». Tra ritmi rock, ska, reggae, punk, folk, mediorientali, l’ibridazione come forma espressiva capace di raggiungere il mondo, di allargare il concetto di comunicazione senza limitarsi a un genere piuttosto che a un altro, e parlando così d’un mondo nuovo e multiculturale, si inseriscono testi d’impegno sociale, politico, etico, e la poesia, il parlare di stati d’animo passionali, che evocano anche il dolore della perdita d’amore in modo potente e intenso. Come “Dimme l’ura”. Persi nta li ricordi de nu focu dumatu… stava proprio così quannu te ne si sciuta / me so rimaste ancoddo li duluri de tutte le ferite e non me sanano mai / dimme l’ura menaggiu uscire, natru minutu non pozzo stare / fammene essire, voglio respirare, arreta a chista porta me sento di morire.

in  il Quotidiano della basilicata

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