Arte/Lucania_report

Ulderico Pesce cala l’Asso di monnezza

1Ulderico Pesce, autore e regista teatrale, mette in scena un monologo contro il traffico illecito di rifiuti e sprona a raccogliere firme per trasformarlo in reato penale…[firma anche tu]

«Stat’m a sentì ragazzi, c’è da fidarsi poco, della destra del centro della sinistra, c’è da fidarsi soltanto dei nostri nonni. Siamo di Bernalda Pisticci Ferrandina e vogliamo difendere il territorio». Inizia così Ulderico Pesce il dialogo di presentazione che ha preceduto lo spettacolo serale, con i ragazzi delle superiori arrivati per seguirlo in una mattinata primaverile. Ma sono chiassosi, blaterano, non rispondono con partecipazione a un tema più che mai attuale. L’ambiente.

9Manca il rispetto verso la realtà che si vive e verso il teatro. Allora mette in scena un bluff, come dirà alla fine, per canalizzare l’attenzione. Va via. Quando si parla di teatro-denuncia, una forma di comunicazione importante, e che soprattutto riguarda direttamente le nuove generazioni, non ci sta al brusio, alla disattenzione stupida che esclude dalla vita dei giovani la violenza ambientale sulla terra che abitano. Ripete con forza che è lì con tutto “l’amore del mondo” per raccontare ciò che stanno facendo al sud dell’Italia. Alla Basilicata. Alla Valbasento. Si fa il silenzio. Finalmente il sipario può aprirsi su uno spaccato sconcertante. Il traffico illecito di rifiuti. Ulderico si trasforma in imbroglione. Uno di quelli che trovi per strada a fare il gioco delle tre carte. Al Quotidiano spiega che ha passato mesi a Porta Portese a Roma per imparare.

4«Ci voleva qualcosa – ribadisce – che in un certo senso alleggerisse il pesante carico di informazioni dello spettacolo sugli illeciti ambientali, perché oggi in Italia chi vuole sapere quante tonnellate di schifezze seppelliscono sotto la terra? Una montagna di 2.600 metri d’altezza e tre ettari di piedi che sparisce. Il Gran Sasso che scompare sotto terra. Nel momento in cui mi metto a raccontare ‘ste cose ma chi mi viene a vedere? La gente ormai va solo dietro ai pacchi, lo sforzo intellettuale maggiore è l’isola dei famosi». Una strategia per agganciare lo spettatore dunque, permettergli una sorta di “distrazione intelligente”, qualcosa che lo faccia entrare attraverso il teatro nella struttura dell’inganno celata da questo fenomeno attuale. Nel gioco infatti, vince sempre l’asso, di solito di denari, che rinvia in un certo senso alla truffa stessa. Ulderico cambia la simbolica delle carte.

10Qui vince l’“Asso di monnezza” che da il titolo al lavoro «perché oggi chi tiene un rifiuto e riesce a smaltirlo in modo illecito si fa i soldi». È questo il nuovo affare. E anche in questo caso la gente perde sempre. Perde perché chi lo conduce, chi manipola, ha sempre i suoi compari. Compari in politica, nelle amministrazioni, nelle imprese, tra i tecnici. Tutti pronti ad avvelenare interi territori pur di guadagnare. In Italia, ricorda, il reato ambientale «non esiste nel codice penale. In Francia Germania ti danno 30 anni, in Italia paghi una multa. E su guadagni di milioni di euro per smaltire sostanze tossico-nocive una multa di migliaia di euro è irrilevante». Vince sempre il malaffare. Perdono le popolazioni, perdono i territori, riempiti di veleni d’ogni tipo. Il gioco delle tre carte è quindi una metafora forte della truffa organizzata, che per Ulderico rappresenta la degenerazione della cultura italiana, «la truffa fatta sistema che è dappertutto. Nell’apparato politico, scolastico, universitario, culturale, nella giustizia». Parla sdegnato di come per lo smaltimento illecito un malavitoso riesca a guadagnare 25 mila euro al giorno. Una cosa indegna in un paese dove i cassintegrati non arrivano a fine mese e i genitori non possono pagare le mense per i bambini delle elementari. È un attore performativo Ulderico. Agisce con battaglie civili. Asso di monnezza cerca di raccogliere firme per far diventare reato penale l’illecito ambientale. Descrive quella andata a buon fine sulla rimozione d’un tubo radioattivo di 5 km che dal centro Enea di Trisaia ha scaricato nello ionio in passato, e continua a farlo, tonnellate di acque radioattive. Ma il punto, per tornare all’attuale, è che parte di quella tubazione tossica rimossa, 900 metri, fu abbandonata nei pressi d’un campo di duecento ettari coltivati a fragole. «Perché – si chiede Ulderico da figlio di contadini – il proprietario non si è incavolato con la ditta? Ma come, ti lasciano un tubo radioattivo vicino alle fragole e non dici niente? Allora mi informo sulla ditta che rimuove il tubo in cambio di 780 mila euro e sulla ditta delle fragole. La ditta che rimuove il tubo si chiama Icos di Policoro. Quella proprietaria delle fragole Agrifela, sempre di Policoro.

6Entrambe le ditte in Camera di commercio risultano appartenere alla stessa persona». Parliamo di quel Francesco Rocco Ferrara saltato alle cronache ultimamente per il Totalgate. Funziona così dunque. Una storia di scorie e smaltimento illecito che Ulderico ha ripreso con una videocamera. Un video rimasto alla procura di Matera per ben due anni prima del dissequestro e senza che succedesse nulla. Una denuncia arrivata anche Henry John Woodcock. «È possibile – conclude – che né l’Apat né l’Arpab si siano mai preoccupati di capire come potesse essere possibile che un tubo che per anni ha trasportato materiale contaminato fosse stato abbandonato così, in mezzo alla terra fertile?».

Ogni tanto ridere fa bene… quasi un Cabaret…

2La serata organizzata dall’Associazione Pasquale Saraceno che ha preceduto la performance di Ulderico, a cui si è unito Gino Porsenna, autore lucano e suo Presidente, in un commovente richiamo dialettale sull’abbandono della terra della Valbasento, è stata di puro avanspettacolo, o quasi un cabaret, come recitava la locandina. Un genere che negli ultimi decenni del novecento è stato il trampolino di lancio per attori poi diventati indiscussi maestri del teatro e del cinema come Edoardo De Filippo, Totò. Tanti e bravi gli attori coinvolti. paradisoMolti direttamente dalla strada, una tecnica fruttuosa e spesso utilizzata da Porsenna, come nel caso di Pier Paolo Pasolini, che ha avuto la propensione a tirar fuori il meglio dalla non-professionalità. Una concezione poetica fondata sulla soppressione delle regole decodificate dal teatro e sulla trasgressione stilistica: lo stile è già nell’attore. A chiudere Dino Paradiso, giovane autore di Bernalda che ha saputo conciliare il richiamo all’infanzia e alle sue situazioni smascherandone gli stereotipi con un effetto, a sentire le risate del pubblico, davvero esilarante.

in il Quotidiano della Basilicata, 31 marzo 2009

firmate qui per trasformare in reato penale l’illecito ambientale

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