Arte/Lucania_report

Porsenna, Lacanfora e i sogni rubati

valleDue autori lucani, due storie originate da uno stesso luogo. La Valbasento tra passato e presente…

I dettagli sono il sangue della narrativa. Lo diceva Raymond Carver. Spesso, per far scorrere questo sangue, rendeva lo strano ordinario. Un gioco letterario che troviamo confrontando due romanzi lucani. Basta con queste mensogne siamo stuffi di Gino Porsenna, presentato in questi giorni, e Gino Bino Brillo di Dino Lacanfora. Autori con un gap generazionale di trent’anni.

lo scrittore Gino Porsenna

lo scrittore Gino Porsenna

Il primo, in una prospettiva neorealista, racconta fatti storici locali e non che hanno normalizzato le anomalie della vita. Il secondo, attraverso un trucco visionario proprio al surrealismo, narra la quotidianità dissipata d’un giovane avvertendo il lettore che si trova dentro una storia vera, più o meno. In entrambi l’assurdo diventa consuetudine e si trasforma in cultura. Mi spiego. Partendo da un dato. Gli autori vivono lungo la stessa striscia di terra, la Valbasento, e descrivono questo luogo. Porsenna utilizzando la realtà storica citando personaggi e fatti veri attorno al filo della finzione narrativa. Lacanfora preferisce manipolare persone e luoghi e fa un’operazione che in semiologia si chiama “denegazione”. Nasconde la realtà pur essendo centrale per l’intreccio. Un testo che ha poco a che fare con fatti avvenuti dalle nostre parti, come il rocambolesco omicidio del sindaco di San Sao Cacao, fatto a pezzi e venduto in una paninoteca ambulante, ma ci sono sprazzi di racconto che rendono lo strano qualcosa di estremamente abituale. La descrizione del sindaco tira fuori quello che Pierpaolo Pasolini chiamava motivema letterario. La politica. Cico, uno dei personaggi del romanzo, sputa su un manifesto elettorale e dice «la faccia di ‘sto coglione mi fa venire i vermi allo stomaco. Questo è di sicuro uno che di fregare il prossimo non si stanca mai. Dite che mi sbaglio?». Risposta. «No. Ma credo che da fottere in questo paese ci sia rimasto ben poco». L’unica soluzione è un supereroe al posto delle elezioni politiche per raddrizzare il paese.

lo scrittore Dino Lacanfora

lo scrittore Dino Lacanfora

La politica non serve più, e da rubare non c’è rimasto nulla. Siamo proiettati nel vuoto di valori politici: è la rabbia dei giovani. Il romanzo di Porsenna conferma questa immagine endemica a più d’una generazione. Lo fa dilatando il tempo della narrazione dagli anni Quaranta ai nostri giorni. Lo sfruttamento dei proprietari terrieri, la riforma fondiaria, l’emigrazione, il ritrovamento del metano che avrebbe portato il futuro, sino all’arrivo della chimica. Un filo d’Arianna lega tutto. Il tracollo dell’industrializzazione, l’abbandono della terra, danni all’ambiente e alle persone e una parola che il protagonista spiega come mai sentita prima: cassaintegrazione. Una parola triste, accettata con leggerezza, che si trasforma in esempio sbagliato per i figli. Una parola che contiene altri significati che riempiono il linguaggio quotidiano. Disoccupazione. È questa la parola vera. Quella che chiunque non vuol sentire. Qualcosa che ha lasciato in eredità ai figli il nulla, e una sorta di ipnosi larvale dove la normalità consiste in un sereno ed eterno “va tutto bene”. Non c’è lavoro, dice il protagonista del romanzo di Lacanfora, va tutto bene. Qualcuno si pappa fondi pubblici: va tutto bene. L’importante è non pensare che le cose accadono. Un tradimento che si consuma, per il Rocco di Porsenna, assieme alla cattiva politica. Quella che il protagonista del romanzo denuncia riscrivendo col senno di poi il discorso d’un grande politico sull’“indottrinamento” a una società fondata sulla sussistenza. «Cari amici disoccupati, come tutti ben sapete vogliono aprire una fabbrica per la produzione di monomero, pvc, acetilene, cloro soda, acido cloridrico e metanolo. Poi verranno anche imprenditori che produrranno lastre di eternit a base di amianto. Queste fabbriche dopo appena 15 anni chiuderanno e noi ritorneremo nuovamente a essere disoccupati, sperando in un ammortizzatore sociale, ovvero in una provvidenza statale che oggi non c’è ma che tra 15 anni chiameranno cassaintegrazione. Teniamo altresì presente che molti di noi moriranno, non per cause naturali, ma per aver respirato le schifezze di cui vi ho detto. Cari amici questo è il bene che ci vogliono propinare. Ma siccome noi vogliamo l’ottimo e tra 15 anni non vogliamo né ritornare ad essere disoccupati né peggio morire, forse l’ottimo è quello di non posare questa prima pietra, e per dirla meglio a tutti, forse è bene che se ne vadano a fare in…». Chiudo con una domanda: in quanti sanno cosa sta per diventare la Valbasento oggi?

in il Quotidiano della Basilicata

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