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La centrale e l’ecobusiness

Centrale Mercure“Assicurazioni politiche” per il progetto di riavvio dell’impianto dell’Enel nel cuore del Parco del Pollino

Ad appena tre chilometri dalla sede della presidenza del Parco del Pollino, sul confine calabro-lucano, c’è una bella centrale per produrre energia. Attiva per decenni, almeno per ora, sembra essersi assopita tra i boschi. All’inizio andava a lignite, doveva sfruttare una risorsa territoriale, poi sono arrivati gli oli combustibili e infine, l’idea delle biomasse, con una autorizzazione della regione Calabria avallata, dopo un lunga trattativa, dalla regione Basilicata, nella logica di nuovi affari ecologici e dei piani ambientali sottomessi al sistema dell’energy management (vedi box Tutti gli affari gestiti “in house” sulle risorse).

Profitti e perdite tra affari e salute pubblica – «Costo – ci dice Nedo Biancani, consulente per la Biomasse Italia, una delle società che gestisce due delle tre centrali calabresi, l’altra è in mano al gruppo Marcegallia – 50 milioni di euro. È ferma da 4 anni. Ha perso 12 milioni di euro l’anno. Praticamente sono andati parecchio oltre aver già bruciato il valore d’investimento». E sì, in fumo altri 48 milioni di euro. Una centrale contestata da comitati di cittadini e associazioni per i danni provocati in passato e per quelli futuri. Per la ricaduta sul territorio delle emissioni da combustione a lignite prima e oli poi alcuni lavoratori e non solo, hanno sviluppato il cancro ai testicoli. Il nesso causale non è accertato, e, sostiene la popolazione del territorio, non è mai stata effettuata da parte degli organi competenti nessuna indagine epidemiologica, cosa che spesso accade quando gli interessi economici in gioco sono più elevati dei costi in salute. Oggi Calabria e Basilicata stanno cercando di riaprirla. Biancani racconta come in Calabria inizialmente per le materie prime le società si siano servite di cippato di legno locale, ma ben presto, per mancanza di risorse sul territorio ci si sia approvvigionati all’estero. «Nord america, Sud America, Indonesia. Impianti che sopravvivono solo se hanno contributi dallo Stato, prova ne è che sono nati con il Cipe 6 (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica ndr), che ha acconsentito l’ammortamento dei costi. Inoltre c’è da tener conto delle emissioni di polveri sottili, con problematiche diverse a seconda del biocombustibile che si brucia. Pensare poi a una centrale da 40 Mw nel mezzo del Parco del Pollino può sembrare assurdo, ma fa parte di una precisa logica».

Quale? – «Prima di tutto va ricordato che la Calabria ha già tre centrali; con un altra di tale portata avrebbe bisogno di ulteriori 700 mila tonnellate l’anno di biomasse (Enel dichiara nel 2002 di poter reperire 853.900 t/anno solo per il Mercure ndr), quindi vanno reperite altre biomasse, ed evitare che si utilizzi legname di risulta, magari preso tra i resti di qualche uragano. Se facciamo i conti il Parco, di suo, produce 100 mila tonnellate l’anno, forse sufficienti per alimentare una centrale di 10 Mw; estendendo la ricerca a tutta la regione ne recuperiamo altre 100 mila, se non se le sono accaparrate le altre centrali già esistenti. Per arrivare ad alimentare una centrale a 40 Mw bisogna andare fuori regione, e si deve cominciare a pensare seriamente alla logistica; il Pollino non è proprio dietro casa, in una zona dove la viabilità non è delle migliori». Una logica in cui rientra un affare ghiotto ma lecito solo se compatibile e in equilibrio con il territorio. Infrastrutture di comunicazione per il trasporto, intermediari di rifiuti, colture di piante utilizzabili per la centrale «difficili da ottenere – prosegue – in una zona con un clima inadeguato». Secondo i comitati ci sarebbe un via vai di Tir con una media esorbitante. Ottanta, cento al giorno sulle principali strade di collegamento necessarie ai cittadini di Laino Borgo, Castello, Castelluccio, Rotonda, Viggianello e Mormanno che interverrebbero drasticamente sulla mobilità verso luoghi di lavoro, ospedali, scuole, uffici, negozi, aziende, e un notevole impatto sul parco e sull’ecosistema fluviale Mercure-Lao, tutelato come Riserva integrale. Poi la preoccupazione per i Cdr (Combustibile derivato dai rifiuti ndr), visto che rientra nel concetto di biomassa. Per le associazioni i rifiuti a Enel renderebbero economicamente vantaggiosa l’operazione. Oltre ai guadagni sull’energia prodotta, riceverebbe l’utile per lo smaltimento. La centrale, fanno sapere, diventerebbe per dimensioni un enorme inceneritore in grado di soddisfare le richieste di buona parte del mezzogiorno. Un “funerale” per la valle del Mercure e probabilmente per il parco. E quale altro potrebbe essere l’investimento? La stessa relazione Rabitti-Casson del 2006 sulla centrale pone l’attenzione sul fatto che in Calabria le centrali a biomassa stanno già riscontrando molte difficoltà a reperire il combustibile e ricorrono a Cdr per funzionare, ingenerando ulteriori problemi di carattere ambientale.

L’ennesima soap opera ecologica alla lucana – Ma la vicenda è più contorta.  I retroscena spiegano molte cose. All’inizio il Presidente del Parco del Pollino  chiede a Biancani di occuparsene in via informale, cercando se possibile una soluzione che mettesse tutti d’accordo, comitati compresi, visto un investimento ormai già fatto e l’impianto realizzato. Biancani incontra i dirigenti Enel e i comitati e buona parte delle Istituzioni locali. Pur di riaprire la centrale, e forse rendendosi conto che da tale stallo non se ne veniva fuori, l’Enel si dice d’accordo a ridimensionare la potenza in base alle esigenze territoriali, più probabili a incontrare il favore di comitati e associazioni. Pochi giorni dopo si reca da Giancarlo Viglione, allora Capo Gabinetto del Ministero dell’Ambiente. «Sottoposi il problema Mercure, e la risposta fu che era un problema del Parco». Giova ricordare che Viglione era anche commissario dell’Apat (Agenzia per la protezione dell’ambiente e per i servizi tecnici ndr). «Scrissi così al presidente lucano dei Verdi, Franco Mollica, descrivendogli quello che si voleva fare e invitandolo a entrare nella questione, visto che era anche di sua competenza. Rividi il Presidente del Parco e gli chiesi di fissarmi un appuntamento con il presidente della provincia di Cosenza Gerardo Mario Oliverio. Non mi ha mai ricevuto, nonostante le insistenze e le innumerevoli telefonate fatte alla sua segreteria. Poi ho scoperto perché». I comitati intanto continuano a denunciare l’assenza di richieste di pareri o consultazioni agli Enti e cittadini lucani, e come l’Ente parco abbia autorizzato e addirittura riperimetrato lo stesso escludendo un’ampia area della valle, sede di un lago pleistocenico, d’un importante sito archeologico, di giacimenti fossiliferi e luogo di passo per numerosi specie di uccelli migratori. Biancani rivede l’Enel. Occasione in cui viene stilato un protocollo che dettava le nuove condizioni. «Scendere come potenza tra i 10 massimo 15 Mw – ci dice – reperire materia a livello territoriale per un raggio non superiore ai 100 km, creare una commissione aperta ai comitati cittadini per il monitoraggio, e soprattutto, nel momento in cui le biomasse non fossero disponibili, l’impianto si sarebbe fermato per consentire nuovi stoccaggi. Documento avallato e firmato dal sottoscritto e da un ingegnere Enel delegato da Sandro Fontecedro, allora direttore della Divisione generazione ed energy management dell’Enel (attualmente in vista per progetti e iniziative del Piano ambientale Enel ndr) ». Nel 2005 in sei mesi il Comando dei Carabinieri di Laino Borgo effettua diverse operazioni (vedi La centrale dei sequestri).

Motivi? – Interramento di rifiuti, contaminazione di falde acquifere, mancata messa in sicurezza amianto, trasporto di rifiuti non autorizzato. La lontra, animale tutelato da svariate leggi, inizia a nuotare in cattive acque, come alcuni tecnici dell’Enel, del Comune di Laino, della provincia di Cosenza e l’ex presidente e direttore del Parco del Pollino, che sono sottoposti a indagine da parte della Procura della Repubblica di Castrovillari. Ma la storia energia sul Mercure continua a essere riscritta dalla nuova management school, quella dedita ai piani ambientali. Biancani ripropone la questione a Gianfranco Dangelo, Mollica, Pappaterra, ai comitati e alle istituzioni locali. Unica grande assente, la Provincia di Cosenza, che intanto va avanti da sola nelle conferenze di servizi, per autorizzare la centrale per una taglia di 40 Mw (ovviamente, rispondendo positivamente alla richiesta iniziale dell’Enel per tale autorizzazione). Nonostante i comitati avessero iniziato a chiedere «perché non farla a una potenza ridotta, vista la disponibilità Enel, e quale interesse ci fosse ad ampliarla», si voleva e si è voluto procedere, e le istituzioni insistevano per questa via. Una bella centrale da 40 Mw. A questo punto i comitati chiedono quali promesse coprissero le manovre in corso. In una e-mail inviata al sindaco di Rotonda, Biancani parla di tentativi fatti dal Presidente della provincia di Cosenza al fine di far saltare tutto per una centrale da 10-15 Mw, avendo già promesso l’autorizzazione all’Enel. Garanzie politiche, nient’altro. Da quel momento la situazione si ribalta. L’accordo, dicono dall’Enel a Biancani, va rivisto. Due giorni dopo, nuovo ribaltone. Enel comunica che non se ne fa più nulla. Il nuovo responsabile dell’area Business energy management della società, Gianfilippo Mancini, e i suoi fiduciari sul territorio, tra i quali l’ing. Santamaria, a quanto pare, avevano avuto le giuste rassicurazioni dal Presidente della provincia di Cosenza, proprio quelle che l’Enel voleva sentirsi dire. «L’autorizzazione ci verrà concessa, così come l’abbiamo chiesta – ribadiscono a Biancani – gli accordi sono finiti qua». Perché dunque autorizzare una produzione d’energia per 40 Mw quando il proponente era disposto a scendere a 15? «Qualcuno – conclude – ha assicurato il buon esito dell’operazione».

affari in houseanno sequestri

in il Quotidiano della Basilicata, Martedì 8 settembre 2009

2 thoughts on “La centrale e l’ecobusiness

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