Reportage

La Madunin conta di più del Co2

Al Vero Italiano, piccola trattoria nelle stradine del quartiere latino di Copenaghen, i due ragazzi veneti che l’hanno messa su scappando dal Bel Paese perchè “affetto da senilità”, parlano subito della madunin sbattuta in faccia a Silvio Berlusconi. «Qui tutto sommato viviamo bene», ripetono in coro. Fotografano un paese, il nostro, come un’insieme di italiette fatte di notizie che arrivano e si congelano presto al freddo nordico. È vero. L’Italia secondo ultimi dati è un paese per vecchi, dove vanno alla grande i format e i reality che reggono soprattutto sul gossip. Per il filmaker italo-svedese Erik Gandini si tratterebbe d’una videocrazia che celebra o distrugge persone per mesi, digerendo fatti importanti ben più velocemente, e producendo una cultura dove impera un mito: “bucare lo schermo”, a qualunque costo. Una specie di “sindrome da saranno famosi”.

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Benvenuti nell’Era della Co2 – Ecco perchè a imporsi all’attenzione del pubblico non è quello che Ban Ki-Moon, Segretario generale dell’Onu, ha definito «un momento decisivo nella Storia», trasformata in news di secondo o terz’ordine. La madunin in faccia al Premier conta più d’un mancato accordo sull’abbattimento delle emisioni di CO2 che potrebbe comportare uno «scacco dalle conseguenze potenzialmente catastrofiche» per il pianeta. Una frase da brivido detta dalla massima carica delle Nazioni unite. Ma è l’Italia. Paese dove nonostante i massimi organismi internazionali stanno dedicando due settimane al problema clima ponendolo come prioritario per l’intera umanità, qualcuno parla di gas serra e del suo “effetto” come «madornale abbaglio pseudoscientifico collettivo». Certo di scettici sul Global warming c’è ne sono pure dentro il Bella Center dove si svolge la conferenza sui Cambiamenti climatici. Per Leighton Steward, geologo e autore di libri sull’ambiente, la CO2 farebbe addirittura bene al pianeta e all’uomo. Pensare che appena un mese prima The Copenhagen Diagnosis 2009, curato dal Climate Change Research Centre della University of  New South Wales di Sidney, esprimeva opinioni assai diverse. Scopo del lavoro, sintetizzare, tra i più rilevanti, centinaia di studi scientifici. E cosa più importante, servire da aggiornato manuale scientifico da allegare al quarto report dell’Ipcc (Intergovernmental panel on climate change, ndr), ente fondato da due organismi scientifici delle Nazioni unite (World meteorological organization e United nations environment programme, ndr), per essere utile strumento in sede di negoziazione. Il punto è che parlare di negoziazione a

gli incontri organizzati dal Wwf sullo scioglimento dell’Artico

Copenaghen vuol dire immaginare prima di tutto centinaia di delegati che discutono di “quote” sulle emissioni. Ma al report in questione interessano altre cifre. «Molti nuovi studi – afferma – hanno indicato una recente diminuzione nell’efficienza del carbonio oceanico come stabilizzatore, ossia una diminuzione della sua capacità di eliminare la CO2 antropogenica dall’atmosfera». L’Oceano del sud e l’Atlantico del nord da decenni mostrerebbero il fenomeno. Gli effetti d’un disequilibrio nel ciclo emissione-assorbimento di CO2 da parte dei mari sono serie osservazioni rispetto agli scenari prospettati, ma dentro il Bella Center l’iniziale aria da buoni propositi s’è consumata presto. Il summit è diventato un miscuglio di tensioni fra Cina e Usa, pressioni da parte dei paesi poveri, bozze di accordo circolate senza obiettivi in cifre, e come solito proposte di rinvio. L’ultima, un vertice da farsi nel 2010 per finalizzare un’intesa, quella di Copenaghen, che neanche c’è. Si lavora sul nulla e se i rappresentanti ufficiali tipo Mohammed al-Sabban, senior adviser economico dell’Arabia Saudita definito da Climate action network «the most likely villain of the conference» (per aver addirittura chiesto un risarcimento alle nazioni che passano a un’economia verde per il calo della domanda di petrolio), giocano al rialzo davanti a cene vegetariane “climate change” e a polli e agnelli “ecofriendly”, fuori s’incrociano per le strade i mondi e i popoli più disparati.

 

Il pianeta che aspetta… – A metà di Frederiksberggade, una grande strada storica del centro, si scorge sullo sfondo una sfera. È come se su piazza Rådhus, che si intravede in fondo, si fosse posata la Luna. Man mano che ci si avvicina quella sfera cambia. Prende forma. Ci si rende conto d’un movimento rotatorio. Finalmente appare nitida. È il nostro mondo. Enorme, davanti a noi. Gli organizzatori di Hopenhagen Live, uno tra i tanti eventi paralleli, hanno pensato di mettere letteralmente il pianeta in piazza, in modo che nel suo giro attorno a sé mostri bene, e lentamente, le cifre degli impatti più significativi sull’ecosistema nell’Era della CO2. Fa effetto. Così come fa effetto il verde sparso ovunque per la città. A Copenaghen nei giorni del summit è tutto “green”. Anche Hopenhagen è colorata di verde, sulla base dello slogan «possiamo salvare noi stessi». Sono green anche gli sponsor, come la multinazionale Siemens, che in un padiglione propone un bolide su due ruote alimentato a elettricità e la classifica delle città più sostenibili (non compare nemmeno un’italiana), o aziende con forti espansioni sul mercato (qui un’italiana compare invece, la Oxygen che fabbrica veicoli elettrici). È in

Piazza Rådhus: intervento di Desmomd Tutu e dei rappresentanti dei Paesi poveri

questa piazza green a metà tra una fiera e un ritrovo ecologista vengono ospitati i rappresentanti dei paesi più colpiti dagli effetti dei cambiamenti climatici (la maggior parte poveri) e Desmomd Tutu (arcivescovo sudafricano di religione anglicana premio Nobel per la pace nel 1984, ndr). «Abbiamo bisogno di soluzioni ora», è l’urlo ripetuto dall’arcivescovo, simile a un pianto prolungato, che supporta con forza un messaggio sparso con gigantografie ovunque per la città: è tempo per una giustizia climatica. Per il popolo di coloro che attendono pacificamente un’azione internazionale decisa, il summit rappresenta un conto alla rovescia per tutte le nazioni nell’abbattimento dei gas serra. La distanza percettiva da quello che accade al Bella Center, dove non sono stati raggiunti accordi, se non inconcludenti, sembra incolmabile. L’unico modo d’accettarla per l’eco-popolo è attraverso azioni pacifiche di sensibilizzazione, raccolta firme (Tutu ne ha consegnate 500 mila alla conferenza), informazione su ciò che accade al pianeta. «Una crisi che non è solo ambientale – confermano i portavoce dei paesi poveri in piazza – e dove spesso si spacciano economie che

time for climate change: lo slogan

non esistono, come l’immagine falsa di un’India in via di sviluppo mentre le zone rurali vedono la povertà dilagare». L’immagine della crisi ambientale associata all’ingiustizia climatica, sociale, economica, è ripresa spesso. Ha renderla più chiara c’hanno pensato la Galleria nazionale di Danimarca, i centri d’Arte contemporanea Den Frie e Nikolaj e l’Alexandra istitute con “Re-tink”, una mostra. Quattro percorsi, Relations, The Implicit, Kakotopia e Information per entrare nella dimensione culturale del cambiamento climatico e ripensare il mondo. Riesaminare le relazioni umane, per rompere i confini di quelle che convenzionalmente accettiamo come categorie opposte (natura/cultura, individuo/comunità) che hanno prodotto divisioni sociali, culturali, geografiche. L’Arte per farci ri-pensare il modo implicito di percepire il mondo che abbiamo, dando per scontate risorse come l’acqua, l’aria, la terra, che in qualche luogo del pianeta già scarseggiano e potrebbero venire a mancare presto in molti altri. La crisi globale e climatica causerà un cambiamento nel nostro modo di percepire l’ambiente che ci sta intorno e nei prossimi decenni la migrazione di oltre 600 milioni di individui.

 

E quello che non aspetta – Siamo per l’Arte una società cacotopica, caratterizzata dal caos e dalla sofferenza umana, dove la fede religiosa produce speranze per calmare gli animi e quella nella scienza fa credere che esista sempre una soluzione a ogni problema, mentre viviamo un momento storico nel quale, che ci piaccia o meno, i problemi ambientali devono essere risolti ora. E spesso la strada che l’Arte sceglie ci sbatte in faccia cose che non ci piacciono. Come nel caso dell’artista danese Jens Galschiot. Il Comune di Copenaghen ha prima piazzato una statua di 800 chili nei pressi del porto, poi l’ha affondata. Quel bimbo africano scheletrico che porta sul collo un’obesa dea della giustizia, provocazione al peso per l’Occidente capitalista sui disastri climatici che affliggono i paesi poveri, non è piaciuta. E spesso non ci piace nemmeno come il mondo dei giovani ci sbatte

Aboliamo il Capitalismo: noi non vogliamo la torta ma l’intera fottuta pasticceria

in faccia le cose. E così. I Black bloc non chiedono autorizzazioni a nessuno. Non aspettano che qualcuno gli dica che è arrivato il momento di manifestare un dissenso. «Basta con questa logica autodistruttiva e schizofrenica – racconta affannato Alex che arriva da Berlino subito dopo essere scampato a un poliziotto – e basta – incalza Kurd che proviene da Rotterdam – con il capitalismo, peste economica che per la legge del profitto sta distruggendo l’eco-sistema». Ragazzi arrabbiati. Al punto che dopo i primi scontri continuano a organizzare cortei, piazzandosi a sfregio davanti i furgoni della Polizia con i loro cartelloni: abbattiamo il capitalismo.

meeting a Christiania

Ragazzi che vanno a manifestare in massa sotto il centro provvisorio di detenzione dove sono reclusi i compagni fermati dalla polizia, e che nella notte fanno barricate e mettono a fuoco il quartiere di Christiania (storica comunità hippie e luogo simbolo degli “alternativi”di tutta Europa, ndr), perchè «è tempo – dicono tra una molotov e l’altra – in cui ai buoni propositi pacifisti si deve rispondere con la distruzione di ciò che causa la morte del pianeta, la proprietà privata che ha annientato il concetto di bene comune». Copenaghen è questo luogo paradosso dove per due settimane hanno convissuto individui e idee più diverse, dove sotto l’enorme insegna pubblicitaria “I’m lovin’ it” della multinazionale McDonalds svetta un cartellone: due bambini biondi, a petto nudo, mostrano i muscoli delle braccia con sotto scritto “Earth Body Guard”.

paradossi pubblicitari: slogan del McDonalds e di Hopenhagen

manifestazione

manifestazione2

in il Quotidiano dellaBasiicata, 22 dic. 2009

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