Lucania_report/Reportage

Basilicata land to land (o diciamocelo pure volgarmente, terra terra)

Quella discarica tra i calanchi. Rivoli di percolato nel fiume e pecore che mangiano erba contaminata

C’ha provato prima Coppola, e ne è uscita una visione Divina, poi e venuto Papaleo…  e con fondi regionali forse ci faremo due poetiche risate trasecolati chissà dove… ma restando coi piedi a terra si scopre un’altra “terra”, né divina né sognatrice…

Se i calanchi potranno o meno diventare un parco, sviluppare agricoltura sostenibile, fattorie didattiche che rivalutino prodotti locali, o percorsi archeologici, non si sa. Da decenni sono meta di set cinematografici internazionali ma non basta per far pensare a una Film Commission lucana capace oggi di sviluppare in maniera seria un settore che darebbe più posti di lavoro di inceneritori e discariche.

Nei calanchi c’è quindi chi va in cerca di resti archeologici (e li trova come l’Università di Milano), e chi, monitorando lo stato dell’ambiente, con meno difficoltà rinviene i resti di una ben diversa archeologia contemporanea. Per ora, pare più conveniente che restino una discarica. E di discariche c’è ne autorizzate, abusive, semisequestrate. Accompagno un amico geologo, ma soprattutto uno dei tanti giovani emigrati dai paesini della provincia di Matera nel Nord Italia che rientra per le feste, a vedere l’ex discarica comunale di Ferrandina, tra i calanchi in zona Casaleni. Nonostante sia recintata, dalla parte sottostante si riesce a entrare. «Se il capo per cui lavoro vedesse dove hanno messo questo ammasso di rifiuti gli verrebbero i brividi». Sono le sue prime parole, nonostante sia cosciente che i rifiuti siano spesso un affare sporco che riguarda ormai ogni regione italiana. «Qui non c’è nulla a norma – dice -, dai tracciati di raccolta del percolato, ai pozzi. Questa roba è pericolosa. Ma chi ha gestito? Chi ha fatto ’sti lavori?». Chiunque sia stato ci ha guadagnato, in maniera consapevole o meno al danno che avrebbe arrecato all’ambiente e alla salute pubblica. Intanto un rigagnolo marrone scuro di percolato continua a scorrere da giorni. «Bisogna augurarsi – continua – che non piova più. Vedi le canalette di scolo del percolato, è una semplice traccia scavata, tra l’altro e cosa ancor più grave, tra argilla e rifiuti d’ogni tipo». In parole povere le hanno fatte in mezzo ai rifiuti. «E poi delimita solo la parte superiore della discarica – ribadisce -, ma sotto vi sono altri rifiuti accumulati (visibili sbucano fuori perché le piogge hanno provocato il movimento della parte superficiale, ndr). C’è quindi da chiedersi dove finisca quel percolato che s’accumula più in basso e che nemmeno è incanalato nel modo barbaro qui utilizzato». Probabilmente nei canali naturali che l’acqua scava in questa zona, poi via Vella, torrente sottostante, fino al Basento. Certo dall’alto, dove è sita la discarica, si possono dedurre altre cose. «Prima di tutto che è stata costruita in una zona a vincolo idrogeologico, ed è assurdo. Può senz’altro permettere di spendere meno soldi per recuperare terra da buttarci sopra distruggendo calanchi a portata di mano, ma aumentano i costi di gestione, sempre che la si voglia gestire naturalmente, e da quanto si vede non mi pare. Poi che non è stata isolata come si deve né all’interno, facendo strati separati e isolati a loro volta l’uno dall’altro, né verso l’esterno, affinché non entrino animali o altro. E c’è di peggio. Per quanto possiamo giustificare che quando è stata fatta non c’era una normativa adeguata, i pozzi di accumulo del percolato sono di recente costruzione. Chi li ha fatti avrebbe dovuto sapere che non si ficcano semplici tubi di plastica per qualche metro sotto una collina fatta di tonnellate di rifiuti d’ogni tipo per incanalare il percolato nei pozzi di raccolta, costruiti, inoltre, fuori l’area della discarica. Pozzi che non sono nemmeno isolati. Non si fa un buco nell’argilla e si pianta sopra un tappo di cemento. Ragion per cui il percolato con le piogge trova la sua strada naturale, come è sempre stato». A marzo del 2009 il Comune di Ferrandina, sotto cui la discarica ricade, firma una determina che ha come oggetto i lavori di manutenzione straordinaria della discarica comunale di Venita e Casaleni, lavori pagati nel gennaio 2010. Poco più di 29 mila euro alla ditta La Carpia Domenico srl per «evitare qualsiasi inconveniente e danno ambientale». La ditta si rende disponibile “immediatamente” ed esegue i lavori. Cioè: «pulizia e sistemazione delle canalette di scolo del percolato e relative condotte e pozzetti di scolo acque bianche-colmature di rifiuti con terreno vegetale e tutto quanto per mettere in sicurezza l’impianto». Ancora oggi c’è la traccia impressa nell’argilla dal percolato fuoriuscito dal pozzo saturo negli anni, con piogge autunnali sempre più frequenti e impattanti in un territorio con questa morfologia. Sotto i pozzi di raccolta del percolato sembra appositamente scavato un canale nell’argilla, per dirigere probabili fuori uscite (ed è già successo), verso un pozzetto di raccolta delle acque piovane più in basso. Facile immaginare dove possa finire il percolato in eccesso. Da sopra la discarica il panorama è una meraviglia. In questo periodo il verde contrasta col bianco e quando si guarda sotto si possono solo immaginare campi coltivati, animali che si nutrono e ci nutriranno. Le capre scalano queste colline argillose, entrano dentro la discarica, mangiano erba contaminata. Pensando a dove finisca, oltre che nella loro pancia, quella roba tossica, ci si può solo fare domande. Chi può pensare di guadagnare in questo modo? Dov’è finita l’amministrazione che avrebbe dovuto monitorare la gestione dei rifiuti prima, e i successivi “lavori di manutenzione straordinaria” poi? Chi paga, sulla propria pelle, gente comune, allevatori, proprietari terrieri, e anche amministratori , sembrano non fregarsene assolutamente nulla di quanto accade sotto i loro piedi. Il disinteresse per una visibile situazione di rischio è il vero dato allarmante. L’omertà per il posto in cui si vive, per la possibilità di contaminazioni alimentari. Gli animali faranno il latte, poi verranno i prodotti caseari, infine, li mangeremo, chiamandoli “tipici” o “locali”.

L’ombra del traffico illecito

I calanchi sono anche un deserto d’argilla dove la densità demografica è quasi nulla. Qui si incrociano diverse strade (s’arriva dal vulture, dal potentino, e anche dalla Calabria e dalla Puglia). In una notte di festa, alle 2 del mattino, con forze dell’ordine impegnate ad assicurare l’ordine pubblico nei paesi o sulle arterie stradali principali, è possibile fare strani incontri. Sulla strada per Craco un camion fermo, abbaglianti accesi, e dietro, nascosta, un auto ferma anch’essa, a fari spenti. Attorno buio totale. Un uomo prende dal cofano posteriore dell’auto un contenitore di media grandezza e lo carica sul camion. Poi torna indietro per prelevare altro. L’uomo si ferma per qualche istante, come interdetto da un passaggio che non s’aspettava. Un’altra auto che rallenta. Quella in cui viaggio con tre persone. Lo capisco da come si muove. Tutto dura una trentina di secondi. La maggior parte della gente è impegnata a seguire il rito della Pasqua nei propri paesi. Perché fermarsi proprio lì per fare un carico da un auto su un camion? Al buio? Nel nulla? La macchina dietro ha i fari spenti, il camion gli abbaglianti senza le quattro frecce per segnalarsi in sicurezza ad altri possibili autoveicoli in arrivo, quasi a rendere impenetrabile lo scenario. Per caricare qualcosa normalmente non sarebbe stato più agevole farlo in un posto illuminato a soli due-tre chilometri da lì? E se proprio c’era l’impossibilità di fare pochi chilometri per cercare la luce perché non illuminare con l’auto la parte posteriore del camion dove avveniva il carico? Se insomma si trattava di qualcosa di normale perché complicarsi la vita così? Solo domande. Il punto è che tutto questo succede in un luogo che un ex Sostituto procuratore della Dda lucana denunciava come assolutamente incontrollato e dove poteva avvenire di tutto.

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