Live_from_Palestine

L’oro blu

L’importanza dell’acqua tra idro-conflitti, leggende, merchandising e inquinamento

Questa storia inizia in un deserto. Al confine tra Israele e Palestina. Afnan, 9 anni, ogni mattina compie lo stesso gesto. Con cura prende una brocca, corre a un pozzo e sforzandosi, per la sua gracilità, tira su il secchio che la riempirà d’acqua. Poi torna verso casa, dove all’esterno, Ismail, fratello di 12 anni, l’aspetta fremendo per cominciare la sua faticosa giornata. Afnan lo guarda per un attimo e con l’allegria d’una bimba versa l’acqua sulle sue mani affinché possa spargerla sulla faccia e dire buon giorno al mondo. Sotto le mani di Ismail un vecchio recipiente metallico arrugginito dal tempo sta lì per raccogliere quanto utilizzato per lavarsi. Non bisogna perdere nemmeno una goccia. Prima di concludere la sua esistenza quell’acqua dovrà compiere altri 6 passaggi di riciclo. La parsimonia e il suo uso sono una questione vitale per l’esistenza d’un intero villaggio. La sua importanza è tale al punto che una guerra moderna può oggi essere definita idro-conflitto, come quella israelo-palestinese per il controllo del bacino idrico del Giordano.

Dalle leggende alla scienza. Se ci spostiamo in un altro deserto, e proviamo a viaggiare indietro nel tempo, una leggenda Sufi del XIII secolo narra d’una notte in cui un vecchio sognò una voce che gli intimò di conservare l’acqua perché presto non ne sarebbe più rimasta. Nei giorni seguenti il vecchio iniziò ad accumularne in grosse anfore, a intimare agli altri abitanti del villaggio di fare lo stesso. Per quanto si sforzasse di comunicare quel messaggio di vita nessuno gli diede retta. Quel giorno arrivò. Tutti cominciarono a dissetarsi con acqua contaminata e a impazzire. Quando tutti persero la ragione ogni volta che il vecchio incontrava persone del villaggio veniva considerato un folle. Nessuno volle più parlargli. Isolato da tutti decise di bere quell’acqua contaminata. Che l’acqua ci premetta d’esistere, o d’ammazzarci, come negli idro-conflitti sparsi per il pianeta, è scontato. Leggende e miti come quella raccontata, presenti in tutto il mondo e in ogni cultura con differenti sfumature di significato, aggiungono attraverso la metafora qualcosa in più. L’acqua non solo fonte di sopravvivenza, ma elemento culturale grazie al quale l’essere umano condivide informazioni e valori che lo rendono sociale. Rustin Roy, della Pennsylvania State University, partendo da un dato, il cervello per lo più fatto d’acqua, ha sperimentato l’importanza della carica elettrica in essa contenuta nello sviluppo delle reti neurali, e conseguentemente nella trasmissione d’informazioni attraverso le sinapsi. Per farlo ha preso quella che ha definito l’ultima acqua pura rimasta al mondo, in Venezuela, e campioni di acque trattate per i nostri rubinetti, annotando, per quest’ultima una notevole perdita di carica elettrica. Per Roy più l’acqua è pura, maggiori sarebbero le possibilità d’accrescimento delle connessioni. Più l’acqua è contaminata, minore è la sua carica elettrica e le possibilità di migliorare lo sviluppo del nostro cervello. L’acqua dolce che troviamo sulla terra (pozzi, fiumi, sorgenti, laghi, ecc) non è composta solo da ioni di idrogeno e uno di ossigeno ma contiene batteri, minerali inorganici, e purtroppo, in un’Era contaminata, metalli pesanti, idrocarburi ed elementi inquinanti che a ogni sorso immettono nel nostro corpo sostanze non espellibili, capaci di provocare malattie letali.

La memoria dell’acqua. L’acqua trova approcci anche nelle pseude-scienze. Come quella di Masaru Emoto per esempio, per il quale le sue molecole possono addirittura essere influenzate da parole e sensazioni. Congelando l’acqua i cristalli ottenuti assumerebbero forme diverse, dal caos all’armonia in base a pensieri o a suoni a cui è esposta. In un esperimento ha conservato per un mese del riso in brocche riempite d’acqua. Alla prima ha detto tutti i giorni “grazie”, alla seconda “sei un’idiota”, mentre la terza è stata ignorata. Nella prima il riso ha germogliato, nella seconda è diventato nero, nella terza è ammuffito. L’acqua sarebbe così importante da avere una “memoria strutturale” influenzabile dal contesto ambientale e dalla energia informativa in esso presente, pensieri umani compresi. Nonostante l’incredulità che destano tali teorie, da molti considerate veri e propri miti contemporanei al limite tra pseudo-scienza e religione, con qualche tocco di merchandising, Luc Montagnier, premio Nobel, ha dimostrato “effetti di memoria” in soluzioni acquose di dna che dipendono dalle interazioni con i campi elettromagnetici dell’ambiente. Effetti spiegati come “fenomeni di risonanza”.  John Searle, filosofo importante per gli sviluppi degli studi sul linguaggio, per chiarire l’esistenza di capacità mentali non rappresentabili dalle quali dipende la possibilità o impossibilità di eventi e stati mentali utilizzò l’acqua come metafora scientifica. «Come le molecole dell’acqua – scrive Searle – pur non essendo liquide danno all’acqua questa proprietà, così il cervello tramite le funzioni non rappresentazionali realizza la possibilità o meno di eventi e stati mentali». Se l’acqua abbia o meno una “memoria” o possa aiutarci a spiegare stati non rappresentabili altrimenti c’è ancora da indagare attraverso la ricerca. È chiara però la sua importanza nello sviluppo e nell’attività del cervello. In questo contesto contemporaneo fatto di guerre per l’acqua, di studi più o meno accreditati sulla sua importanza nel migliorare o peggiorare la nostra stessa “coscienza”, s’inseriscono rivolte popolari, come quella scatenatasi in Umbria qualche tempo fa, posizioni politiche come avvenuto per la Regione Puglia, e campagne civili a più ampio spettro per far riflettere sul rapporto acqua-ambiente in quanto “bene comune”, non mercificabile da multinazionali che ne comprenderebbero l’importanza in termini di business.

in Ntnn, 14 giugno 2009

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