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Un fiume di veleni

Idrocarburi, metalli pesanti, clorurati, solventi, nitrati, amianto. Sono alcune delle sostanze tossiche riscontrate lungo il corso del Basento. Lo stato d’un fiume tra rifiuti sepolti, pressioni antropiche, risanamento ambientale urgente, bonifiche di carta e sicurezza alimentare 

di Andrea Spartaco

Qualità, rintracciabilità, trasparenza. Certo parole importanti per la nostra sicurezza alimentare, nonostante smaltiamo rifiuti industriali mischiandoli pure nella produzione di mangimi per animali, che a nostra volta, mangiamo. I residui chimici però, a volte ritornano nei nostri organismi a partire dall’origine del processo produttivo. Attraverso l’irrigazione dei campi, l’abbeveraggio di bestiame. Il Basento, sino alla piana di Metaponto, subisce pressioni antropiche e presenta aree fortemente inquinate. Interagiscono in qualche modo con il suo corso? Quali possibili effetti hanno le sostanze riscontrate sulla salute umana? E cosa si sta facendo per preservare un bene fondamentale anche per il nostro ciclo alimentare?

Seguiamo il fiume partendo da Nord. Da Tito. A poche centinaia di metri dal fiume la prima area inquinata. La storia inizia nel ‘95 quando risultò necessario bonificare. Se ne sarebbe dovuta occupare una società ma «se nel 1996 – ha affermato Maurizio Bolognetti dei Radicali lucani – i fanghi presenti erano circa 170 mila tonnellate, nel 2001 si è arrivati a 250 mila». Nello stesso anno arriva il sequestro. L’Organizzazione Lucana Ambientalista (Ola, ndr) nel suo Dossier ricorda che la zona è tra le più ad alto rischio per la salute in Italia. Sotto terra rifiuti industriali. 59 mila metri quadri, 7 campi di calcio messi insieme caratterizzati dai residui tossici accumulati dopo la chiusura della Liquichimica e da rifiuti di diversa origine sui quali «è quasi certo – denuncia Bolognetti – che qualcuno si sia arricchito facendo affari col traffico dei rifiuti. Ecomafie». Oltre alle ecomafie in Basilicata s’autodenunciano le industrie. Nel 2006, a Tito, lo fa un’impresa per un pesante atto di contaminazione della falda acquifera e del terreno. Si parla di tricloroetilene, tricloroetano, dicloroetilene, bromodiclorometano, cloroformio, bromoformio, cloruro di vinile monomero, esaclorobutadene, tetracloroetilene, sommatoria organoclorurati e idrocarburi totali. Sostanze tossiche, cancerogene e persistenti, insiste la Ola, riscontrate anche «in percentuali un milione di volte superiori ai limiti consentiti».

Il 20 agosto 2009, la situazione d’inquinamento del fiume Basento e del fiume Tora porta Bolognetti a consegnare un esposto alla Procura della Repubblica di Potenza. Ma l’acqua scorre. Raggiunge altre contaminazioni prossime al fiume. La zona industriale di Ferrandina, la “pista di volo” e l’area “ex metanolo” di Pisticci. Un report del 2001 dello Studio Omega mostra come nella prima il 41 per cento degli scavi presentano superamenti. C’è di tutto. Idrocarburi policiclici aromatici (Ipa, ndr), con una tossicità – conferma l’Università di Padova – multiorgano e particolarmente implicati nei tumori di polmone, vescica e cute, rene, laringe, mammella, e da un punto di vista immunotossicologico in allergie, immunosoppressione, degenerazione maligna linfocitaria. Rientrano in ricerche sull’aterosclerosi, sulla connessione con malformazioni, deficit funzionali e insufficienza renale dovuti all’esposizione durante la vita neonatale. Per alcune come il benzo-perilene s’arriva a superare il limite di120 volte (vedi box Le analisi). Sostanze assorbite tramite respirazione, attraverso la cute, e mangiando. Cibi affumicati, ma anche alimenti vegetali a foglia larga tipo lattuga, spinaci, e frutta come cereali allo stato grezzo.

E poi metalli pesanti tipo mercurio, che, come cadmio piombo e nichel, oltre al cancro possono causare danni ai reni, al sistema nervoso e al sistema immunitario. E c‘è tetracloro-etano. L’International Uniform Chemical Information Database afferma che è difficilmente biodegradabile e molto tossico, per le acque potabili anche in caso di perdite nel sottosuolo di quantità minime. E il benzene? Secondo l’Agenzia Internazionale per la ricerca sul cancro, oltre alla cancerogenicità, vi è una limitata evidenza per una associazione causale con leucemia linfocitica acuta, mieloma multiplo, linfoma non-Hodgkin, e una forte evidenza che i suoi metaboliti producono effetti genotossici. Il limite è 2, nell’area di prelievo segna 22. C’è dicloroetano 34 volte superiore. Come effetti sono state osservate alterazioni epatobiliari, distonie neurovegetative e alterazioni della funzione tiroidea. E per le acque? Si superano i limiti di solfati, manganese, e tricloroetilene, prodotto difficilmente biodegradabile che può provocare effetti negativi per l’ambiente acquatico. Nell’uomo il solito cancro ed è sospettato di causare alterazioni genetiche. Il tricloroetano supera di circa 3 mila volte il limite. L’Agency for Toxic Substances & Disease Registry sottolinea gli effetti sul sistema nervoso ed epatico. Oggi dall’area diaframmata di Ferrandina viene giù un tubo dritto nel Basento.

Il depuratore sembra addormentato. A dieci metri un puzzo forte e acre toglie il respiro. S’immerge nel fiume e torna a galla annerendo l’acqua attorno. Poco più sula Materit, ex fabbrica di manufatti in cemento-amianto. Nella sua caratterizzazione sono risultati livelli d’amianto nel terreno anche 62 mila volte superiori e un inquinamento della falda da esaclorobutadiene, tricloretilene. Ovviamente tutto cancerogeno. Dentro lo stabilimento, non si sa come siano entrati, lavatrici, frigoriferi, cucine. Rifiuti che devono essere stoccati con cautela per i materiali nocivi che contengono. Fuori, nei pozzi di raccolta acque di superficie, poco tempo fa galleggiava un liquido nero e oleoso. A Pisticci Scalo il 44 per cento degli scavi presentano superamenti. È riscontrato mercurio, nichel, rame. Le acque mostrano superamenti di solfati, manganese, la presenza di selenio, cromo, nichel e valori molto elevati di cloruri. L’amianto è diffuso in tutta l’area, e anche qui, come a Tito, s’evidenziano materiali estranei. Una presenza tanto massiccia da far produrre una tabella di rifiuti interrati. C’è di tutto. Persino bidoni corrosi. È lo scenario di un’area utilizzata per smaltimenti illeciti. E si va avanti così da decenni. Nel ’90 una Commissione parlamentare evidenziò gli sversamenti in alcuni pozzi. L’ex Coordinatore di Legambiente in quel periodo denunciò come le tonnellate di rifiuti tossici sversati in discariche abusive in Valbasento rappresentavano solo la punta d’un Iceberg e che nell’area emergeva una notevole incidenza di morti per cancri, malformazioni in persone e animali, un elevato tasso di malattie dell’apparato respiratorio, leucemie.

È la Basilicata borderline, sospesa tra l’idea di incontaminato e aumenti di cancri tipici di realtà pesantemente inquinate. Nel 2000 un’altra Commissione la ricordò come regione con la percentuale più elevata di produzione di rifiuti speciali cui corrispondeva una bassa industrializzazione. Risultò rilevante che su circa 600 mila tonnellate, di ben oltre la metà non si sapesse la destinazione finale. Fu verbalizzato “presunta gestione illecita”. Il Basento intanto continua a scorrere e senza presumere sfiora queste isole tossiche i cui terreni, con le piogge, diventano pantani che filtrano l’acqua e la reimmettono nel fiume. È il ciclo dell’acqua. Nel 2003 una ricerca del Cnr-Irpi di Bari s’occupò dei rischi di degrado delle acque sotterranee della piana di Metaponto. L’inquinamento caratterizzante le acque sotterranee risultò un “reale problema ambientale”. «Il degrado quantitativo e qualitativo – è scritto – costituiscono un rischio concreto che minaccia le risorse idriche della piana». Precisava che un’acqua sotterranea molto rara rispetto alle caratteristiche dell’area contraddistingueva i campioni prelevati in prossimità del Basento. Oltre a fenomeni di inquinamento da contaminanti agricoli e perdite da reti fognarie, viste le concentrazioni elevate d’ammoniaca e coliformi totali e fecali, s’evidenziò la presenza di elementi cancerogeni quali l’arsenico, lo zinco e il rame.

Risultati associati alla consapevolezza d’un fiume con un pesante carico inquinante il cui bacino, con la più alta densità abitativa e concentrazione di industrie, rendeva le acque fluviali «soggette a un maggior rischio di inquinamento e, per possibili perdite dal fiume stesso, conseguentemente anche la falda idrica». Questione seria la falda. Tanto che il 29 marzo di quest’anno il Commissario Straordinario del Comune di Pisticci trasmetteva una deliberazione al Ministero dell’Ambiente, alla Regione, alla Asl e ai comuni interessati con oggetto la bonifica del Sito di interesse nazionale Valbasento (Sin, ndr). A due giorni dalla Conferenza di servizi il Commissario fa presente al Ministero che nel novembre 2006 aveva assegnato 2.272.727 euro per intervenire, “in particolare” si legge, sull’inquinamento della falda, e che la Regione ne aveva resi disponibili altri 2.272.727. «Risultava improcrastinabile definire un percorso certo delle attività di messa in sicurezza, bonifica e risanamento ambientale dell’intero sito, in particolare attraverso gli interventi di bonifica delle acque sotterranee». E l’Accordo di programma del 2009 ribadiva che ciascuna parte, per la propria competenza, avrebbe dovuto «progettare e realizzare gli interventi di messa in sicurezza delle acque di falda e dei suoli delle aree pubbliche nonché di quelle agricole colpite da inquinamento indotto». Un’azione importante al punto da incamerare 3.845.454 euro su 4.545.454. Il soggetto attuatore doveva individuarlo Ministero dell’ambiente e Arpab (Agenzia regionale per la protezione ambientale della Basilicata, ndr), e tutti gli interventi avrebbero dovuto concludersi in 24 mesi. “Avrebbero”, perché ad oggi «non si conosce – afferma il Commissario – lo stato d’attuazione degli interventi». «È etico – ricorda un report dell’Istituto superiore di sanità del 2005 sui Sin – che gli interventi di bonifica vengano posti in opera senza attendere lo sviluppo di casi di malattia conclamata».

in ilResto


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