Reportage

Viaggio nell’Italia in crisi


Per assicurarsi il “diritto al futuro”, come pubblicizza il Ministero della gioventù, uno studente deve prima indebitarsi nei confronti d’una banca, cioè “fruire serenamente del credito”, poi da laureato chiedere il “periodo di grazia” e “accedere con tranquillità al mondo del lavoro”. E se non lo trova? Come pagherà in 15 anni? Di sicuro a tasso fisso di interesse. Quell’Eurirs altalenante di giorno in giorno che verrà rilevato trimestralmente – secondo quanto spiega uno degli istituti bancari aderenti al Protocollo d’intesa col Ministero – e “maggiorato d’un credit spread commerciale”. Cioè d’una qualche misura che determina quanto l’investitore dovrà essere pagato per il rischio. È il mercato dei derivati, dove il rischio – ricorda Assofondi pensione – è efficace solo se chi lo assume è in grado di sostenerlo. A sostenerlo è lo Stato, a cui gli istituti bancari hanno chiesto una garanzia. Il Dipartimento della gioventù, che s’avvale di 19 milioni di euro annuali, in caso i beneficiari non pagano s’impegna a tenere indenni le banche nella misura del 70% dell’esposizione. A guadagnarci, tra oneri di gestione e spese di funzionamento, oltre le banche, lo stesso Dipartimento, che gestisce, e ha già gestito negli anni 2007-2009 il Fondo rotativo per i giovani con 10 milioni di euro annui. La domanda è: in questo 2011 di crisi siamo sicuri che questo fondo sia stato e sarà utile al futuro dei giovani? Per capirlo seguiamo una studentessa in un estenuante viaggio da sud a nord. Migliaia di chilometri alla ricerca del suo diritto al futuro.

DESTINAZIONE FUTURO

Marica ha concluso le superiori qualche mese fa, diplomandosi quasi con il massimo al ragioneria di Matera. Ha una passione forte. Studiare economia in un momento storico in cui persino un premio nobel afferma che il neoliberismo ha fallito. Cerca il suo futuro, l’accesso all’Università, mentre le borse crollano e gli italiani manifestano la rabbia contro un sistema economico da strozzini. Spesso però, quando ci chiediamo cosa devono fare i ragazzi per continuare a studiare, diamo risposte superficiali che riguardano al più l’iscrizione. Bisogna invece fare i conti con un’altra porta di ingresso: i test d’ammissione. Dopo 484 Km di caldo torrido raggiungiamo in macchina la capitale. Per Marica nulla è certo. Si tratta di provare a fare il suo primo test all’Università di Tor Vergata. Costo: 50 euro. Versati tassativamente su una banca romana ben specificata. Calcolando i 1.500 iscritti solo al test di economia, Tor Vergata, per dare una possibilità a questi ragazzi, e non la certezza di frequentare, ha incassato 75 mila euro. Bella cifra, che non tiene conto di chi s’iscrive ad altre facoltà tipo ingegneria ecc. Ma nell’Era dei tagli bisogna abituarsi, gli utili si fanno così. Davanti la sede dei test la calca è enorme. I ragazzi aspettano impazienti, sudati. La tensione non gli fa sentire nemmeno il sole addosso. L’esame è alle 15.30 ma si entra un’ora dopo. È la disorganizzazione al costo di 50 euro. Da essa dipende il loro destino. Molti si sentono precari prima ancora d’iniziare una carriera che con molta probabilità, stando alle denunce di macelleria sociale fatte da sindacati e altri attori sociali, li renderà alla fine degli studi, più precari. Dopo un’ora, i ragazzi escono. Si lamentano delle domande di logica. In un paese illogico alla ragione si da’ poca importanza. Chissà se i docenti italiani, tra i quali molti molti precari, si chiedono se siano criteri educativi. Quanti ragazzi dal sud o dal nord Italia possono sostenere i costi di viaggio, pernottamento, e iscrizione a una semplice prova d’ammissione? Per molti il futuro è impossibile. E quando possibile optano per soluzioni alla portata, che danno meno probabilità di trovare la precarietà. Per Marica comunque, non c’è nemmeno il tempo di riposare, bisogna ripartire per Milano. Lì l’aspetta il test alla Bicocca. In macchina non può rilassarsi. È tesa. Studia. Alla sua giovane età conosce i sacrifici che hanno fatto i genitori. Deve tentare in più università per poter studiare e laurearsi. Non può rischiare. Dopo circa 700 km eccoci a Milano. È l’una di notte e siamo partiti alle 6 d’un pomeriggio afoso da Roma. Il tempo di svestirsi, mettersi il pigiama e andare a dormire. Sveglia alle 6.30 del mattino. Colazione veloce e via. Fuori per raggiungere la sede del suo secondo test. Nonostante la gran fatica personale è solo grazie a quella che Pierre Bourdieu chiama “rete di relazioni sociali” (assieme a reddito, patrimonio, istruzione e persino uso di simboli, è tra i tipi di “capitale” a disposizione dell’individuo per realizzarsi nella società, ndr), Marica ha potuto sopperire a notevoli impegni economici e stress aggiuntivi. A Milano fortunatamente, il test non si paga. Tutto è organizzato, orari rispettati e niente carta. Qui si fa il test davanti a un pc per avere i risultati in meno d’una settimana. Siamo al nord, nell’efficiente nord. La Bicocca, tasse a parte, è un bel esempio di come dovrebbe essere l’università italiana. Mentre Marica entra per la sua seconda possibilità, la metropoli più sviluppata d’Italia è invasa da gente arrabbiata. È il 6 settembre. È in atto uno sciopero generale.

 

BENVENUTI NELL’ERA DELLA MACELLERIA SOCIALE

Sveglia! È il capitalismo. In una sola estate una manovra da 100 miliardi di euro” recita un volantino di Resistenze metropolitane circolante tra 50 mila persone accorse per lo sciopero generale. Il corteo della Cgil nonostante sia una fila interminabile di persone che va da Porta Venezia a Piazza Duomo è ordinato. Sfoga con slogan l’indignazione verso una manovra finanziaria da “governo ladro”. “Se volete rassicurare i mercati – urla Fulvio Fammoni, Segretario generale della Cgil, al Governo – dovete andare via tutti, perché state portando il nostro Paese verso un futuro più incerto, senza mai toccare quelli che in questi anni si sono arricchiti”. E basta guardarsi in giro per toccare con mano la crisi. Nella metropoli della finanza manifestano persino bancari e assicurativi, gli operai di Mcdonalds e dell’Ikea, emblemi dei risultati della new economy. Nel Corso che conduce alla Borsa sono tantissimi i cartelli di affittasi e vendesi attaccati su palazzi ricchi di uffici e società d’ogni tipo. E mentre alla Camera di commercio i pensionati storici strillano che si stanno uccidendo i diritti, davanti al Palazzo di giustizia s’innalza un cartello per dire che non esiste libertà senza legalità. In Piazza Duomo molti giovani aspettano il corteo. Sono quelli di Sinistra alternativa. Spintonati dalla Polizia che non li ha autorizzati tentano di calare uno striscione dal Palazzo dell’Arengario. Da sotto la gente se ne accorge e inizia a strillare: “Merde! Merde!”. La tensione aumenta e finalmente, tra scrosci di applausi, l’enorme slogan va giù. “Loro il debito noi la rivolta contro manovra, Banca centrale europea, e patto sociale”. E a manifestare a Milano c’è anche un altro corteo. Quello dei sindacati di base e degli studenti incazzati. Qui le cose sono diverse. La rabbia s’esprime in modi più duri, scandendo frasi pesanti e sfiorando spesso lo scontro fisico. Polizia e carabinieri sono in tenuta antisommossa e dappertutto. Cercano di contenerli facendoli girare in tondo. Dall’alto gli elicotteri controllano eventuali fughe in caso di scontri, ma l’obiettivo del corteo resta lo stesso: Piazza Affari. “Rubano ai poveri per dare ai soliti”, questo lo slogan dei Cobas. S’urla: basta alle politiche del neoliberismo, basta trasformare l’Italia in un covo di camorristi. Intanto Marica alla Bicocca ha finito. È triste. Avrebbe voluto fare di più, ma la stanchezza e lo stress hanno avuto il sopravvento. Purtroppo non ha il tempo di riposarsi, riflettere. Bisogna ripartire per Bologna dove altri amici la ospiteranno per poter andare a Modena il giorno dopo. Sarà la sua ultima prova alla ricerca d’un futuro. Può permettersi solo un po’ di relax, passeggiando tra stradine dell’università più antica d’Italia, a scoprire scritte spraiate dai collettivi universitari come “Loro tagliano? Noi insorgiamo”. Anche a Modena il costo del test è 50 euro. Anche qui gli iscritti sono tantissimi. Anche qui, l’università italiana, recupera soldi. Anzi, fa di più. Nell’Italia in crisi chiede a Marica, prima del test e non avendo la più pallida idea se lo supererà o meno, altre 100 euro se vuole usufruire di servizi per studenti non residenti. Altrimenti niente diritto all’alloggio. Le saranno rimborsati in seguito, se non supererà il test. Una sana politica culturale ma la “cultura non si mangia”, chiosavano il giorno prima allo sciopero gli studenti a un “Governo incivile”. Intanto due bambini, seduti, tengono in mano un cartello fatto da loro con la scritta “basso Berlusconi”. Una fotografia semplice. A ricordare come il “diritto al futuro” fa guadagnare banche e Governo mentre scarica il debito su giovani e meno giovani che possono solo immaginarlo. Intanto deputati e parenti utilizzano, a danno dei contribuenti, il Fondo di solidarietà sanitaria. Circa 11 milioni di euro tra odontoiatri, fisioterapisti, omeopati, psicologi, shiatsuterapia, balneoterapia, eletttroscultura, ecc. L’importo sulla chirurgia plastica resta secretato. Che fatica governare e mantenersi sani e belli.

Andrea Spartaco

in ilResto

One thought on “Viaggio nell’Italia in crisi

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