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Laghi di Monticchio: turismo & veleni

Nel 2003 una famosa agenzia di revisione finanziaria, analizzando l’utilizzo dei fondi europei della Basilicata, ricordò alla Regione perché era importante tutelare il Vulture, e puntare su turismo e sostenibilità ambientale. Come è andata a finire?

di Andrea Spartaco

QUEL LAGO ALL’AMIANTO – Sulle pendici dell’antico cratere di origine vulcanica (formatosi 800 mila anni fa, ndr),da sempre sui laghi svetta l’abbazia benedettina. Dentro, tracce di affreschi risalenti alla metà del secolo XI, e il Cristo ligneo di un’artista lucano, immagine contemporanea d’ascensione che si sovrappone alle icone del passato. Da sopra la vista è meravigliosa. Per l’abbazia nel 2003 la Provincia di Potenza spese 150 mila euro. Altri 350 mila sarebbero stati disponibili per successivi interventi di adeguamento, l’avvio del recupero della Casina Laghi, la regolamentazione dell’attività dei natanti, e una serie di iniziative turistiche e promozionali, come la pubblicazione del volume sulla farfalla del Vulture, specie in via di estinzione grazie a cui nel ’61 l’area è diventata protetta. Si parlava pure di azioni di pulizia del territorio attraverso i soliti lavoratori socialmente utili, e personale stagionale. L’allora presidente della Provincia Vito Santarsiero disse che occorreva “fare ordine”. Sulla gestione. Nel 2001 il Dipartimento ambiente della Regione aveva ritirato alla Provincia la delega di gestore, assegnatagli nel ’94. A prescindere i contrasti nel definire le competenze, anche sulle risorse economiche, già il Programma operativo 94/99 aveva attivato finanziamenti per un circuito turistico ecocompatibile. Quello stesso anno, con il Programma operativo plurifondo si finanziavaun progetto della Comunità montana per valorizzare cratere e laghi.

I risultati, al di là dell’avvio d’una “proficua intesa” tra Comuni e Comunità Montana, girando oggi non si vedono granché. Natanti a parte, l’abbazia in parte è un cantiere aperto. Un pezzo della ringhiera in legno attaccata all’abbazia venendo dal lago piccolo, non esiste più. Col rischio di farsi un volo di 10 metri. Sul lago molti dei lampioni a terra che lo circondano hanno fili elettrici scoperti. O sono usati come bidoni di rifiuti. I cartelli che dovrebbero parlarci della storia del luogo, della tradizione, dell’ecosistema, sono spazi vuoti, non raccontano nulla. E i locali lungo le sponde? Quelli dove si mangia, si compra il souvenir, ci si prende un caffè, o semplicemente si passeggia per godersi il lago?

La maggior parte hanno un tetto fatto d’eternit con trentanni d’invecchiamento alle spalle e vegetazione che ci cresce sopra. In qualche caso fissati con mattoni appoggiati. Nessuno, nonostante gli investimenti per il turismo, e l’attenzione verso la valorizzazione, sembra essersi accorto della loro esistenza. Eppure la revisione del Programma operativo regionale 2000/2006, fatta da Ernst&Young per incidere positivamente sul mercato e sulla società”, ricorda che Rionero in Vulture, sotto cui i laghi ricadono, rientrava tra i comuni ai quali erano stati riconosciuti anche finanziamenti per 250 mila euro per la “rimozione di situazioni di degrado e interventi tesi a prevenire situazioni di pericolo per l’igienicità dei litorali”. Igienicità o meno, l’amianto è rimasto sul litorale del lago piccolo e da qualche altra parte, mentre i fondi sulla “valorizzazione e promozione turistica” volavano. Più di 15 milioni di euro in quegli anni, aggiunti ad altri 18 per progetti riguardanti lo “sviluppo della ricettività turistica e dei servizi complementari connessi”.

ACQUA E RIFIUTI – Nonostante nel ’71, per salvaguardare il patrimonio ambientale e faunistico venne istituita la riserva di Grotticelle, a valorizzare il vulcano, l’evoluzione del pianeta e del nostro territorio, o del ciclo dell’acqua, resta solo il Museo di storia naturale. Un ciclo, quello dell’acqua, tanto importante che nel Vulture ha attirato interessi multinazionali. Il fondo è ricco di sorgenti. E non si trovano cartelli che parlino al turista dei briganti. Non è facile raggiungere le “Piste dei briganti di Crocco”, un sentiero tra i boschi che conduce a 1326 metri. Attorno ontani, castagni, cerri, faggi, noccioli, frassini, abeti. Prima di raggiungere la vetta s’incontra la stazione d’arrivo della funivia. Distrutta, e anche qui non manca l’amianto in pezzi. Sulla vetta non ci si arriva. È zona militare, vietata. Si riesce a vedere Melfi però. Sotto quel vecchio vulcano ricco di sorgenti, poco oltre la città federiciana, c’è l’inceneritore Fenice, con i problemi che si porta dietro. È sempre la famosa agenzia a consigliare la Regione di riprogrammare tenendo conto che il “problema della gestione efficiente ed efficace delle risorse idriche nella Regione è prioritario per la quasi totalità del territorio”.

Così mentre si sottolinea la necessità di finanziare progetti tesi “a garantire una piena e sostenibile fruizione turistica delle aree a maggiore valenza ambientale”, l’inceneritore brucia. E produce i suoi effetti. L’anno prima un report sui rifiuti speciali aveva ricordato l’incredibile picco in tonnellate bruciate, un “caso a parte” nel meridione. Oggi si scopre l’inquinamento, e non solo nell’area attorno all’inceneritore. Da un lato con soldi pubblici la Regione paga famose agenzie per farsi ricordare che “il bacino idrominerario del Vulture rappresenta uno dei più importanti patrimoni di sorgenti e acque sotterranee della Basilicata”, ed eroga fondi per il ciclo integrato dell’acqua (53 milioni di euro nel solo triennio del 2003), per migliorare le produzioni zootecniche (oltre 600 mila euro per il Comune Rionero, 1.200.844 per Melfi), o per la ristrutturazione dei vigneti (partita nel 1998, ha ammontato a 2,7 milioni di euro).Dall’altro, sotto un territorio con la denominazione di origine controllata, con acque che vanno a tavola, autorizza un inceneritore a mandare in aria i fumi di tonnellate e tonnellate di rifiuti, anche pericolosi, che hanno già immesso nell’ecosistema metalli pesanti e altri contaminanti.

Nel 2009 mentre la Comunità montana del Vulture determinava su un “intervento di valorizzazione del cratere dei laghi di Monticchio, riqualificazione ambientale versante lago piccolo, liquidazione competenze professionali”, Maurizio Bolognetti, Segretario dei Radicali lucani, denunciava alla Procura della repubblica di Potenza l’inquinamento della falda acquifera del fiume Ofanto, appreso da responsabili dell’inceneritore che da tempo tacevano, assieme a enti pubblici di controllo, il danno ambientale. Tra 2000-2002, un’azione chiamata “Rete ecologica”, il cui obiettivo resta la “sostenibilità e la corretta fruizione delle risorse ambientali”, ha incamerato 4 milioni di euro. Oggi, allargando il campo, si scoprono gli impatti degli scavi petroliferi in un Parco ricco di sorgenti (Val D’Agri), i rifiuti da estrazione smaltiti spesso – dichiarava Mariano Cudia, Coordinatore regionale del Corpo forestale della Basilicata – in pozzi abbandonati. Si scopre che esiste il Centro petroli di Viggiano che fa danni peggio dell’Ilva, le bonifiche infinite di Siti di interesse nazionale che restano com’erano nonostante i finanziamenti, la gestione rifiuti che ha collassato di emergenze una regione di appena 600 mila abitanti, l’inquinamento di invasi, fiumi e torrenti (gli ultimi il Pertusillo, il Noce e il Basento con ennesime morie di pesci), le ex discariche che andrebbero bonificate per il pericolo che rappresentano, depuratori che non funzionano. Un lungo elenco di non conformità per gestire, in modo sostenibile, un territorio ricco di biodiversità e strategico per l’acqua.




in il Resto, novembre2011

2 thoughts on “Laghi di Monticchio: turismo & veleni

  1. Ciao Andrea,
    ho letto attentamente il tuo report, forse parlando dei laghi di Monticchio sarebbe meglio soffermarsi solo su un’analisi di quel luogo, altrimenti rischiamo di mettere sempre tutto nel calderone.
    So bene che i problemi di questa nostra terra sono tutti connessi, ma a volte è più efficace affrontarne uno per volta, nella consapevolezza che la soluzione a tutta questa distruzione è solo quella di demolire questo sistema fondato sul profitto, sulla crescita e sulla gestione mafiosa e autoritaria dei territori, come farlo? Cominciando a fare rete, tutti, e cominciando a proporre azioni alterantive, di altra economia, di altra gestione dei rifiuti, di altro modo di creare partecipazione… a volte tante piccole azioni, chiamiamole simboliche, possono dimostrare e dare la speranza che un’altra società è possibile.
    Un abbraccio
    Paolo

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