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Le stagioni dell’amianto

RAEEABBANDONATI-INTERNOMATERIT2011

Lo stabilimento Materit, 2011

E’ un freddo marzo del ’87. Dentro l’Ufficio Provinciale del lavoro di Matera le rappresentanze sindacali hanno un’accesa discussione con i dirigenti della Materit del Gruppo Fibronit, che ha sede a Casale Monferrato, ma lavora l’amianto pure in Valbasento. Dirigenti che dal ’72, stando alle carte venute fuori al processo di Torino, sanno che quella roba è pericolosa. Che non bisognerebbe lavorarla. Nonostante ciò, vanno avanti. A Casale come a Ferrandina. Con l’Eternit e con la Fibronit. Immaginate ora che l’estenuante trattativa sia finita. Vi chiederete, visto che da più di 10 anni erano al corrente della pericolosità del materiale e che per lo stabilimento nel materano s’era pure verbalizzato di sostituirlo con la cellulosa, stanno contrattando sull’esclusione della fibra killer dal processo produttivo? La risposta è no. Accettano solo che al personale venga “consegnata una tuta invernale e una estiva”. Indumenti che secondo la dirigenza sarebbero dovuti bastare “almeno due stagioni”. Gli operai invece, sanno bene che per le massicce dosi di amianto e cemento che accumulano addosso il deterioramento è veloce. Sanno, loro, che devono non “almeno”, ma necessariamente lavare le tute più volte nell’arco d’una settimana. Sanno che andrebbero sostituite dopo qualche mese. Altro che stagioni. E sanno pure che circolano per casa, dove ci sono figli. Che le mogli le lavano, e che per scrostarle dalle polveri prima di metterle in ammollo le devono sbattere violentemente all’aria. Fuori dai balconi, mentre magari qualcuno, lì sotto, in paese, fa la sua tranquilla passeggiata domenicale. I sindacati accettano le prescrizioni aziendali. Accettano le tute inidonee a evitare il contatto tra il corpo e l’amianto che sopra si depositava. Accettano che a ogni doccia, a ogni bagno, quegli operai guardino depositarsi le polveri sugli scarichi. Per giorni. Mesi. Anni.

La realtà oggi è sofferenza

Ripartiamo dalla domanda giusta. Qual’è il risultato di questa strategia aziendale, sindacale, e dell’azione dei politici? Che il Comune in cui lo stabilimento ha operato non si è costituito parte civile al processo di Torino, pur consapevole che l’Eternit ha operato in Valbasento. Ma soprattutto, il risultato è che a maggio del ’99, nel silenzio più totale, anche dei politici che hanno voluto l’Eternit, è morto Vincenzo, affetto da carcinoma indifferenziato rinofaringeo con metastasi polmonari. Tre anni dopo lo ha seguito Prospero, ucciso da una neoplasia polmonare e un carcinoma squamocellulare. A maggio del 2006 è toccato a Casto, affetto da bronchite cronica con deficit ventilatorio restrittivo. E tre mesi dopo a Tommaso. A ucciderlo, questa volta, un’asbestosi polmonare. La risposta dunque, la dobbiamo cercare nell’elenco delle patologie di cui soffrono oggi gli ex operai della Materit di Ferrandina. Nelle decine di altre malattie. Bronchite cronica, brocopatia, versamento pleurico, epatocarcinoma, placche pleuriche, ispessimento pleurico, bolle di enfisema, linfonodi calcifici, noduli e micronoduli, adenopatia, broncolo ectasie, strie fibrotiche, intersiziopatia, cancro gastrico pre-pilorico. Patologie per i più incomprensibili, che facciamo persino fatica a leggere. Potremmo certo aprire qualche dizionario medico, consultare uno specialista, ma basta incontrarli. Molti soffrono per un flusso respiratorio ridotto. Quel “breve deficit ventilatorio” che abbiamo trovato scritto su schede mediche abbandonate ancora oggi dentro la fabbrica, a spregio della dignità. Nel silenzio d’un luogo morto. Persone che oggi faticano a fare anche poche scale. Qualcun altro invece, di notte ha i polmoni così ostruiti che spesso si risveglia bruscamente. E non si tratta d’un incubo, ma d’una realtà di sofferenza chiamata sindrome delle apnee notturne. La risposta dunque, è nella condotta del datore di lavoro, in quella di politici, sindacalisti, di chi, quello stabilimento, lo ha voluto anche quando sapeva della sua pericolosità. La risposta è in una bonifica non fatta, e nel pericolo che il sito rappresenta tutt’ora per i paesi circostanti. Ma come è potuto accadere?

Quella calda accoglienza

Mucca che mangia in una discarica abusiva di amianto, 2009

Mucca che mangia in una discarica abusiva di amianto, 2009

Mario Di Nitto, Letizia Mongiello, Paolo Pesacane, Simone Sabatini e Michele Amarena, rappresentano il pool di avvocati che ha preso in mano la situazione. Due di loro si sono già occupati dei processi di Casale e Rubiera. Conoscono bene la situazione. Nella dettagliata ricostruzione evidenziano diversi aspetti interessanti. Prima di tutto di come pur se nel’ 72 l’Organizzazione Mondiale per la salute già spiegava i pericoli dell’amianto in Valbasento, nell’area di Ferrandina, ne prese invece avvio la lavorazione. La scusa? Sempre la stessa ancor oggi dall’epoca delle lotte del metano. Combattere gli elevati livelli di disoccupazione ed emigrazione senza calcolare il consumo del territorio e il possibile impatto sulla salute pubblica. Così mentre anche in Italia, in minima parte rispetto ad altri contesti europei, s’iniziava a porre resistenza a progetti industriali che utilizzavano la sostanza killer, il forte bisogno di industria in un territorio come quello della provincia materana, scrivono, rassicurava gli investitori sulla “calda accoglienza” che avrebbe ricevuto l’insediamento. “L’affare – scrivono – venne subodorato innanzitutto dal Ministero per le Partecipazioni Statali per il tramite delle aziende del gruppo Iri (Istituto per la ricostruzione industriale, ndr), illuminate a tal proposito da autorevoli personalità politiche del materano”. Sotto l’ombrello protettivo dello Stato, e la spinta di politici e sindacalisti, arrivarono gli investimenti di alcune società della galassia delle partecipazioni statali. La Nordamianto spa di Novara cambiò nome, assetto e compagine societaria per realizzare lo stabilimento a Ferrandina, e nell’ottobre del ’71 venne costituita la Cemento Amianto Matera spa (Cemater, ndr). Lo Stato entra in Cemater sia attraverso Finsider, tra le più grandi società del gruppo Iri che tramite la Spi (Società per la promozione e lo sviluppo industriale spa, ndr) acquisisce il 45% dell’intero pacchetto azionario, sia col 10% Cementir (sempre gruppo Iri-Finsider, ndr). E mentre lo Stato garantiva l’investimento con le fideiussioni Finsider, la gestione dello stabilimento andò in mano, grazie a quel 45% di quota societaria della Icar di Rubiera, alla multinazionale svizzera Eternit. 

la contaminazione dell'area Materit

la contaminazione dell’area Materit

Il modus vivendi

Che ruolo ha svolto la Eternit condannata a Torino nello stabilimento ferrandinese? Di primo piano. E in un contesto in cui i dirigenti italiani venivano psicanalizzati affinché la multinazionale verificasse se erano all’altezza del ruolo che avrebbero ricoperto. Per esempio sottacere la pericolosità dell’amianto anche stabilendo contatti con i sindacati per trovare un “modus vivendi comune”. Obiettivi raggiungibili concedendo miliardi di lire agli stabilimenti italiani prendendoli paradossalmente dallo stesso Stato. Comprare e vendere. E in un mercato in crisi si sarebbero comprati pure sindacalisti e politici. E in Valbasento? Quello che sappiamo è che l’amministratore delegato Cemater Emilio Costa era il referente della Eternit in Italia. E che Costa è quello che in Basilicata partecipa per Eternit agli accordi con i sindacati, ai tavoli di trattativa. Lo fa assieme al ragionier Pini, responsabile delle relazioni con il sindacato che s’occupa pure della contabilità interna e per lungo tempo è a capo dello stabilimento. Anche l’ingegner Silvano Benitti partecipa ai tavoli. A Ferrandina, uno stabilimento segnalato per le forti criticità, il gruppo Eternit a quanto pare lo piazza per fargli fare esperienza. Al processo di Torino dichiara che nel materano lo avevano messo gli alti vertici Eternit. E c’è l’ingegner Wey che partecipa alle trattative sugli aspetti economico-lavorativi, sulla sicurezza. A ottobre del ’76 Benitti e Wey accolgono parte delle richieste dei lavoratori per ridurre il livello delle polveri nell’ambiente di lavoro. Ad aprile dell’anno dopo la Cemater produce addirittura un verbale sottoscritto da alcuni operai del consiglio di fabbrica e dalla Cgil in cui si prevede di sostituire la fibra killer in produzione, ma solo un anno prima del sequestro, nel ’88, si parlerà di riconversione. Perché il sindacato non accertò mai il rispetto di tali impegni? In questa storia dimenticata ruotano altri personaggi. Enrico Gaetz, che fa parte della direzione aziendale, i geometri Missana e Berruti impegnati a dirigere lo stabilimento, e quel Hans Thoeni che per molto tempo ha rivestito la carica di presidente del consiglio di amministrazione (cda, ndr) della Icar,e rappresentaun’altrafigura di rilievo del gruppo svizzero. E infine, c’è il ragionier Governato, che subentra a Pinisul finire degli anni ’70 e che negli anni successivi si ritroverà, in soluzione di continuità, tra i consiglieri della Finanziaria Fibronit, il socio privato che di fatto gestirà la nuova nata Materit. Qualche ex operaio ricorda oggi che col sindacato si parlava solo di tesseramento, mai dei problemi. Ricorda che nel periodo del collasso Cemater alla dirigenza gli avevano dato il segnale affinché i lavoratori si mettessero in malattia mentre i sindacati già dicevano quanti bei soldi avrebbero preso da quella chiusura. E invece solo mobilità. Qualcun altro ricorda quel politico che aveva voluto la Cemater, presente anche in una riunione dopo il passaggio al Gruppo Fibronit e che lì faceva finta di non conoscere l’ingegner Michele Cardinale (consigliere della Finanziaria Fibronit e amministratore delegato della Fibronit, ndr), nonostante ci avesse già collaborato a Roma.

Debiti pubblici, guadagni privati

domenico, ex lavoratore materit dentro ciò che resta dello stabilimento

domenico, ex lavoratore materit dentro ciò che resta dello stabilimento

Alla fine degli anni Settanta Eternit decide dunque di tirarsi fuori dall’affare e cede il pacchetto azionario. Ricompare la solita forte azione politica e sindacale, le solite personalità importanti e lungimiranti del materano a parlare d’occupazione. E il solito Stato, attraverso Finsider, che interviene a metterci una pezza. Una scena già vista. Soldi sparpagliati chissà dove, chissà a chi, perché questa volta va peggio. Da subito si hanno perdite, e si prospetta la messa in liquidazione della società. I 97 dipendenti sono messi in cassa integrazione. E si riparte con la solita storia chiamata “fusioni societarie”. La società mista pubblico-privata Cemater nel luglio del ’80 è messa in liquidazione e a dicembre del ’81 l’ingegner Cardinale firma l’accordo con Finsider che impegna il nuovo gruppo a rilanciare la produzione e riassorbire i lavoratori. Fibronit rileva l’intero pacchetto azionario e lo conferisce alla Vic Italiana spa, che a sua volta lo cederà alla Materit srl che diventerà poco dopo spa e poi nuovamente srl. In questo vorticoso trasmutare societario la maggioranza azionaria sarà detenuta dalla Finanziaria Fibronit, che in cambio dell’impegno a rilevare la Cemater otterrà ovviamente dallo Stato il solito impegno a sborsargli soldi. Incentivi li chiamavano. La Materit così, a luglio del ’84, ricomincia a produrre. In quella Materit che prima di chiudere dimezza i miliardi di lire di capitale, da 8 a 4, oltre Fibronit e Vic Italiana ci sta pure Iniziative industriali spa, che a ben vedere ha sede allo stesso indirizzo della Materit a Casale Monferrato. La soluzione di continuità con Torino va avanti. Per il gruppo Fibronit subentrato a Eternit, un ruolo attivo nell’acquisizione e nella gestione dello stabilimento di Ferrandina è svolto proprio dal torinese Cardinale, vice presidente del cda Materit dalla sua costituzione fino al ’85. C’è poi l’altro torinese Teodoro Manara, anch’egli consigliere della Finanziaria Fibronit e della Fibronit. E ci sono i vertici Materit.Giuseppe Materia, presidente del cda fino al ’87, e il suo successore, dopo dimissioni del Materia, Gianfranco Cuniolo. E c’è Michele Bonanni, componente del cda, ed Enrico Ferrari già ai vertici della azienda nel periodo di gestione Vic e poi amministratore delegato Materit fino al ’86. Infine Lorenzo Mo, spesso presente nello stabilimento di Ferrandina per verificarne la produttività, che da consigliere Fibronit sino al ’87 passa a componente del cda Materit, e poi amministratore unico e liquidatore della società. Quel Mo che intimava al Consorzio industriale di Matera di risolvergli il problema dei rifiuti tossici altrimenti chiudeva la fabbrica. E abbiamo anche raccontato dalle pagine del nostro giornale di contratti in cui figurano società connesse alla Camorra, e di quei rifiuti fatti passare dal comune di Matera come assimilabili agli urbani. Passaggi societari a parte la strategia dirigenziale resta comunque invariata. Ci chiediamo infatti il senso dell’accordo del giugno ’84 tra rappresentanza aziendale e sindacale che pattuiva il 4,15% in più ai lavoratori esposti a consistenti livelli di polveri per alcune mansioni. Ma sindacalisti e politici erano mai entrati lì? Avevano notato che l’interno dello stabilimento era sostanzialmente un ambiente unico? Che quelle polveri circolavano ovunque coinvolgendo tutti? Avevano notato che i lavoratori s’erano auto organizzati per evitarlo? A quanto pare quei “leggeri incrementi economici” servivano, come ricordano gli avvocati, per salvaguardare gli interessi dell’azienda, e forse di qualcun altro, scoraggiando qualsiasi iniziativa di contrasto sindacale. Tutti sapevano ma quei lavoratori dovevano accettare una filosofia di vita propinatagli dalla politica. Un principio di vita, o di morte sarebbe più appropriato ricordare, purtroppo ancora attuale nell’Era della sostenibilità: meglio morire di cancro tra vent’anni che di fame oggi.

Ricette all’amianto e bonifiche di carta

notevoli volumi di amianto in una discarica abusiva nei calanchi. Polveri, sfridi e lastre tra i calanchi in mezzo campi di grano.

notevoli volumi di amianto in una discarica abusiva nei calanchi. Polveri, sfridi e lastre tra i calanchi in mezzo campi di grano.

Oggi che invece di cancro si muore senza occupazione un ex operaio ricorda che solo un politico ebbe il coraggio di dire che lì non doveva nascere una fabbrica d’amianto, ma di albicocche, o di olio d’oliva. Ricorda che loro ci mangiavamo su quei sacchi d’amianto. E fino agli inizi degli anni ’80 l’amianto arrivava in sacchi di juta o canapa provenienti dalla Russia e contenenti il tipo più pericoloso sul mercato. Da quei sacchi usciva costantemente polvere d’amianto in dosi massicce. “Il rischio strettamente correlato alla tipologia e natura dei sacchi utilizzati – riportano gli avvocati nell’esposto – aveva rappresentato motivo di allarme sin dal ’77”. L’Ufficio igiene professionale della Amiantus aveva raccomandato agli stabilimenti Eternit Sicilia, Icar, Cemater, di sostituirli. Quei sacchi, rievocano gli ex lavoratori, nell’incoscienza, ma anche nella secretazione della pericolosità da parte di chi sapeva e taceva, furono persino utilizzati per la raccolta delle olive a Ferrandina. Un problema ancora attuale quello di salvaguardare oltre la popolazione un prodotto unico nel suo genere, e che davvero potrebbe ingenerare quell’occupazione da sempre paventata in Valle come eco compatibile a colpi di sostanze tossiche però. Attuale perché un intero versante della collina ferrandinese, piena dei preziosi uliveti, è esposto verso quello stabilimento la cui gravità del rischio ambientale, scrivono gli avvocati, caratterizza “l’intero territorio di Ferrandina”. Un rischio chetrova indiretta conferma sia nel decreto ministeriale con il quale il sito industriale della Valbasento, entro cui si colloca la Materit, è stato qualificato come “sito inquinato d’interesse nazionale”, sia nello stato d’abbandono in cui versa la fabbrica. Una condizione che aumenta i rischi di diffusione nell’aria di sostanze altamente cancerogene. Oggi, continua l’esposto, “non è dato sapere quale sia stata e sia effettivamente l’incidenza sulle delle patologie asbesto-correlate nelle popolazioni dell’area, non essendo mai stato approntato un registro (al di là del registro regionale mesoteliomi), volto a censire in maniera accurata il numero e la tipologia delle malattie asbesto-correlate, così da consentire di individuare con tendenziale certezza la reale platea delle vittime”.

come va con la bonifica?

come va con la bonifica?

Dietro la Materit intanto, i piezometri per monitorare la falda sono in stato di abbandono, e nei pozzi di raccolta acque piovane abbiamo più volte documentato sostanze nere e oleose che sembrano fanghi petroliferi. Per la bonifica della fabbrica c’era la disponibilità di 3 milioni di euro ma a quanto pare nessuna amministrazione ferrandinese che si è succeduta li ha mai utilizzati. Perché? La risposta è in quella predisposizione d’un piano di caratterizzazione rivisto e ricorretto decine di volte per incompetenza mi ricordava nel 2009 l’ex consulente della Provincia Nedo Biancani. Motivo? Era stato commissionato, diceva infervorato, a persone che in vita loro questo lavoro non sapevano neanche da che parte cominciarlo. “Pare fosse stato dato un incarico a una ditta di Siracusa – proseguiva – che però non aveva eseguito i lavori o non gli aveva cominciati, insomma una situazione da passare alla Procura della Repubblica di Matera affinché ci desse un’occhiata”. Occhiate o meno, oggi che il processo di Torino ha accertato le responsabilità d’uno scempio sulla salute di operai e popolazioni, e che in altri contesti italiani s’inizia a indagare, si riuscirà a ottenere giustizia per gli ex lavoratori e per un territorio violentato?

in Basilicata24

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