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Il gusto dell’affare

Chili d’olio, litri di vino, mozzarelle e cocktail. Il buongusto tra multinazionali, imprese locali e amministratori pubblici

di Andrea Spartaco

ecocidioNel ’81 William Gibson, tra gli scrittori più prolifici per la sua capacità di dipingere il futuro, coniò la definizione “fantasmi semiotici”. Si tratta di significati che a un certo punto iniziano a diffondersi nell’immaginario collettivo come concetti autonomi della nostra cultura. Prendendo a prestito questa definizione proveremo a raccontare alla luce degli ultimi sviluppi i retroscena dimenticati di un’inchiesta, il Total Gate, e i fantasmi lucani della corruzione. Fantasmi che non raccontano di navicelle spaziali o futuristiche metropoli, ma mettono semplicemente in scena il linguaggio del malaffare e dello sfruttamento a danno del territorio. Da decenni s’afferma di conservare un futuro ai figli, lo ha ribadito per l’ennesima volta in questi giorni al solito inconcludente meeting il presidente Giorgio Napolitano (Assemblea generale dell’organizzazione mondiale degli agricoltori, ndr). Purtroppo però, mentre eminenti cariche blaterano di sostenibilità e salvaguardia dell’ambiente dobbiamo porci altre domande. Da quale terra vengono fuori i nostri prodotti alimentari? E come si è trasformato il nostro senso del gusto?    

La malattia

estorsioneDagli una 500 euro che mi ha rotto il cazzo! Sembra la frase d’un esasperato riccone dopo le lagnanze della moglie che lo invita a elargire la solita paghetta al figliolo per la seratina a Mojito Rum-Cola e Negroni. E’ invece un episodio tra tanti che secondo la magistratura dimostra “in maniera lampante la natura, l’approccio e l’impostazione sistematicamente e istituzionalmente patologica di tutti i rapporti instaurati dall’imprenditore Francesco Rocco Ferrara con i rappresentanti di tutti i pubblici uffici”. Attività delittuosa? Associazione a delinquere? Reati gravi? Elementi indiziari evidenti? Nemmeno per sogno. E’ semplice patologia. L’attività criminale riconducibile al sodalizio tra imprenditore, politici, funzionari pubblici, dirigenti di multinazionali e imprese varie, è una malattia. Secondo i pm di Potenza così grave da averne richiesto a suo tempo l’arresto. E il rinvio a giudizio poco tempo fa. Ma noi abbiamo provato a capire come si prende questo tipo di malattia. Per farlo bisogna partire dal semplice. Una tangentina a un funzionario della Regione all’epoca dei fatti in servizio presso l’Ufficio Ciclo delle acque del Dipartimento Ambiente regionale. Mille euro in cambio del rilascio, a favore di una delle società dell’imprenditore d’una attestazione indispensabile per prorogare l’autorizzazione all’estrazione di materiale inerte dall’alveo del fiume Sinni, dove sempre secondo la magistratura, avrebbe anni addietro pure seppellito rifiuti industriali del nord Italia. Cave e rifiuti dunque. Scavi e seppellimenti. Ciclo del cemento, ciclo dei rifiuti. La solita storia. Ci torneremo. Per ora basta ricordare che per la malavita, secondo la Direzione distrettuale antimafia, si tratta d’un sistema collaudato. La norma. E tumori, naturalmente, come quelli in aumento denunciati dall’attore e regista lucano Ulderico Pesce lungo il Sinni, perché il ciclo alimentare, chiacchiere a parte, anche quando s’inquina continua inesorabilmente a fare il suo corso.

La morale da prosciutto e salsicce

ABBEVERAGGIOBASENTO, andreaspartaco2011A descrivere la mazzettina, è questa nuova semiotica enogastronomica, è lo stesso imprenditore di Policoro in una intercettazione del gennaio 2008 con un socio in affari. I due parlano e giudicano il comportamento di alcuni funzionari pubblici. Per la magistratura a seconda del grado di “compiacenza” mostrato nei loro confronti la valutazione cambia. Così i due dopo aver stigmatizzato la condotta professionale dei Carabinieri del Noe, “eccessivamente zelanti per l’attivismo profuso nei controlli sulle aziende che si occupano di rifiuti”, si scambiano impressioni a proposito del pubblico dipendente in questione, uno che “mangia e sputa”. I due partono da un “presupposto”. “Con prosciutto e salsicce” chiunque può elargire favori. Ma, secondo il socio di Ferrara, “c’è un problema di fondo”. Quale? Lo spiega lo stesso imprenditore. I corrotti poi sputano nel piatto in cui mangiano. Il socio afferrato il concetto conferma e ribadisce la contorta morale catto-familistica della corruzione che li anima e dice “se è vero come è vero che Don Gaetano diceva ‘le bocche sono sorelle’, gli dovevano essere sorelle!”. Ferrara allora s’incazza e fa “gli feci dare mille euro. Ma soprattutto perché non veniva a rompere i coglioni coi tempi, perché le misure non le prendono loro”. E sì, le misure le prendono gli imprenditori. Come? Pagando appunto i funzionari pubblici. Come fa Ferrara, che entra nel vivo della questione “misure” da prendere, e afferma “dovevano fare una due righe, dicendo che siccome c’era stato maltempo, eccetera, doveva essere prorogato il periodo”. Gli accertamenti e i riscontri della polizia giudiziaria hanno appurato come una delle imprese del Gruppo Ferrara, la Ferrostrade srl, ha ricevuto nel 2005 dalla Regione l’autorizzazione a eseguire un intervento di ripristino di un tratto del fiume Sinni mediante rimozione e asportazione, chiaro riferimento all’attività estrattiva. Nel 2006 l’imprenditore presenta istanza presso l’Ufficio Geologico e Attività estrattive del Dipartimento Ambiente della Regione per un’ulteriore proroga dell’originaria autorizzazione, sostenendo che non era stato possibile eseguire i previsti interventi a causa degli eventi di piena causati dalle piogge torrenziali del periodo invernale. Un mese dopo il funzionario dell’Ufficio Ciclo delle Acque del Dipartimento Ambiente della Regione redige un verbale a propria firma, vistato poi dal dirigente, con il quale conferma e avalla la sussistenza delle motivazioni invocate dal Ferrara e scrive “a causa delle avverse condizioni meteo-climatiche che hanno ostacolato la regolarità e la continuità dell’esecuzione dei lavori, così come dichiarato dal richiedente la proroga”. Un verbale che rispecchia per gli inquirenti in tutto e per tutto le direttive dell’imprenditore. A consegnare la tangentina sarebbe il cugino dell’imprenditore.

Il libro paga

UnknownMa siamo solo all’inizio. E la patologia è più complessa. La corruzione in fondo, è una malattia abituale e sistematica. Così l’imprenditore intrattiene rapporti anche con il Dirigente della Provincia di Matera con l’incarico di Responsabile dell’Area Tecnica. Il Dirigente assieme ad altri tra cui l’ex presidente della Provincia Carmine Nigro, come affermato dallo stesso Ferrara nel corso d’una intercettazione, è nel suo “libro paga” per diversi affari oltre al petrolio. E mentre Ferrara s’aggiudica ed esegue lavori di adeguamento dell’ex-statale 175, naturalmente finanziamenti pubblici arrivati dalla Regione Basilicata a favore dell’Associazione temporanea di imprese da egli capeggiata, il Dirigente della Provincia sarebbe destinatario di tangenti pagate dal menzionato imprenditore. La magistratura ci arriva grazie a una serie di sms e telefonate tra l’imprenditore, la moglie, l’amico e confidente Gionni Giliberti, e vari esponenti politici e pubblici funzionari. Il 16 gennaio 2008 alcuni mass media nazionali lanciano la notizia relativa a una serie di ordinanze di misure cautelari spiccate dal Giudice per le indagini preliminari di Santa Maria di Capua Vetere a carico di alcuni influenti esponenti del partito politico Udeur e di pubblici funzionari, tra i quali, appunto il Dirigente. L’imprenditore s’allarma e invia alla moglie un sms invitandola a stare all’erta. “Marcè – dice – hanno arrestato l’ingegnere della Provincia di Matera, stasera stai in campana”. E anche l’amico Giliberti deve stare in campana. A lui, prestanome in alcune società secondo i magistrati, l’imprenditore comunica la notizia mostrandosi preoccupato. Il giorno dopo l’esecuzione del provvedimento di custodia cautelare nei confronti del Dirigente della Provincia di Matera chiama anche un altro dirigente, dell’Anas questa volta, al quale esplicita il suo stato d’apprensione. Il timore è che nel corso degli accertamenti sull’ingegnere della Provincia l’autorità giudiziaria possa rinvenire elementi penalmente rilevanti a suo carico. Il dialogo tra i due è un emblema, per la magistratura, “della scala di valori che anima la condotta professionale sia dell’imprenditore che del pubblico funzionario”. I due giudicano la predisposizione all’omertà del Dirigente pubblico. Ferrara dice d’essere un po’ preoccupato “perché naturalmente quando poi a uno lo pigliano e gli fanno lo screening”. E il dirigente dell’Anas risponde “no, se è una persona che ha i coglioni, Franco!”. L’imprenditore conferma la capacità del Dirigente della Provincia con l’incarico di Responsabile dell’Area Tecnica di Matera, “ho capito – dice – sì, no, quello ce l’ha”. Dunque c’ha i coglioni per Ferrara, per i magistrati invece “l’ammirevole manifestazione di fermezza di carattere” del Dirigente ribadita dal Ferrara e dall’amico dell’Anas a garanzia dei complici, dimostra un comportamento che offre preziose rivelazioni sulla natura dei rapporti intrattenuti dal Ferrara con lo stesso. Ma l’imprenditore teme che di fronte agli inquirenti l’omertà del funzionario scricchioli, e non basti a scongiurare il pericolo che emergano le sue responsabilità penali. E ciò, dal momento che le vicende giudiziarie che hanno condotto all’arresto del capo dell’Ufficio tecnico della Provincia di Matera potrebbero costituire solo la tappa iniziale d’una più vasta attività d’indagine che, attraverso approfondimenti successivi condurrebbe inevitabilmente a lui. Gli inquirenti per il Ferarra indagando sui conti correnti del Dirigente della Provincia di Matera potrebbero rinvenire una somma di 200mila euro che lo stesso non sarebbe in grado di giustificare come provenienza, appunto, dicono i magistrati, perché frutto di una tangente. “La paura mia – dice al funzionario Anas – sai qual è? Che lo portano dentro per un cazzo e gli cominciano a contestare qualcos’altro. Poi gli cominciano a dire: ‘senti, ma io poi sul tuo conto ho trovato 200mila euro. E come fai tu ad avere 200mila euro?’. Magari una perquisizione domiciliare, gli hanno trovato un bigliettino”.

Coca-Cola, negroni e tangenti

L’imprenditore ha paura dunque. Paura che possano essere scoperti sui conti correnti del Dirigente della Provincia o presso il suo domicilio somme di denaro o appunti compromettenti che evidenzino l’esistenza d’un collegamento illecito tra i due. E ancora più chiare, perché “non lasciano adito ad alcun dubbio” dicono i magistrati, sono le affermazioni fatte dallo stesso imprenditore a una confidente. Gli rivela che qualche giorno prima Nigro lo aveva ripetutamente invitato a far “scomparire documenti compromettenti” relativi all’appalto in cui il Dirigente della Provincia avrebbe preso la tangente. Nigro allarmato dall’acquisizione documentale che il 18 gennaio 2008 la polizia giudiziaria delegata aveva eseguito presso l’Area Tecnica della provincia di Matera, e temendo che Ferrara potesse essere destinatario di perquisizione, lo aveva messo in guardia sollecitandolo a nascondere “le carte” che, evidentemente, avrebbero potuto costituire una prova degli illeciti commessi proprio in merito all’appalto. Mentre resta preoccupato nelle intercettazioni con altri funzionari e soci alla confidente dice di non avere motivo di temere, avendo già provveduto a eliminare ogni traccia cartacea e a conservare le informazioni “delicate” su di un supporto informatico, “una pennina”, con la registrazione dei soggetti iscritti sul suo “libro paga” ricorrendo a nomi in codice. “L’altra sera – afferma – si sono andati a prelevare tutte le carte. Erano tutti allarmati e mi hanno mandato i messaggi, Nigro, quello dice: ‘se tieni qualcosa, se tieni dove ficcare le carte, questi sequestrano le carte, quindi se hai qualche carta in giro, togli, togli le carte’. Ma io – continua l’imprenditore – non ne ho carte! Tengo una pennina io, su cui scrivo tutto”. In quella pennina Ferrara conferma che ovviamente non riporta i nomi veri ma quelli in codice. Con una banalità sconcertante, per l’ovvia similitudine tra nome e nomignolo in codice, l’ingegnere della provincia diventa “Coca-Cola” e l’ex presidente della provincia, tra i rinviati a giudizio dell’inchiesta, da Nigro si trasforma in “Negroni”.

Olio, vino, mozzarelle e soldi in nero

mozzarella-e-bocconciniAl di là delle metafore da cocktail, all’indomani dell’arresto del Dirigente della Provincia di Matera alcune conversazione tra Ferrara e Giliberti tra il 16 e il 18 gennaio 2008 mostrano un imprenditore che “appresa la notizia dell’arresto dell’ingegnere non solo manifesta il proposito di scappare all’estero ma anche quello di partire con i documenti compromettenti comprovanti la natura illecita dei suoi rapporti con il funzionario di Matera”. “Pensavo di partire – dice – per dove sai tu ma non da qui, forse in macchina fino in Francia e poi da lì si vede”. In un sms Ferrara ribadisce a Giliberti che forse lo dovrà raggiungere con dei “documenti” che gli dovevano dare. L’altro aspetto inquietante è relativo al contributo di confidenti “intranei ai pubblici uffici interessati all’attività d’indagine” o comunque in grado di rivelargli “notizie riservate”. Un poliziotto di Bari, amici dentro gli apparati pubblici, politici. Ma i soldi per le tangenti da dove li prende Ferrara? Secondo la magistratura dal suo “tesoretto”. Una provvista in nero di denaro, poco più di un milione di euro, di cui l’imprenditore lucano dispone per pagare tangenti “sistematicamente erogate”. Soldi protetti e gestiti dalla moglie, “tesoriera e custode” per gli inquirenti. Per la procura proprio a tal riguardo vi è un elemento di “riscontro oggettivo” che dimostra in modo inconfutabile come l’imprenditore e la moglie utilizzavano metafore enogastronomiche per riferirsi alla provvista in danaro. Dopo aver ascoltato alcune conversazioni nel corso delle quali i due coniugi parlavano di 150 litri di vino, viene allertata la Polizia di Frontiera dell’aeroporto di Bari che al controllo sull’imprenditore trova in valigia 150mila euro in contanti. Ferrara comunica l’accaduto alla sua confidente in numerose conversazioni e sms, mostrandosi insospettito del controllo avvenuto proprio mentre stava per imbarcarsi sul primo volo del mattino diretto a Roma, città – scrivono i magistrati – dove “aveva programmato un appuntamento presso il Ministero dell’Ambientecon un’influente esponente di quel dicastero possibile destinatario della somma in oggetto”. Parlando con la confidente rivela il sospetto sulla non casualità del controllo, e anche Roma, come riporta una telefonata, incontra soggetti che gli confermano proprio come il controllo subito all’aeroporto non fosse stato casuale, ma specificamente diretto alla sua persona. Anche a Roma dunque, fughe di notizie relative alle indagini in corso. Alla base del linguaggio enogastronomico relativo all’appalto Total ci sta la “ridda di incontri e di abboccamenti” che Ferrara ha intrattenuto con soci e uomini politici incaricati di fare pressione per l’aggiudicazione dell’appalto. Un vero e proprio “protocollo operativo” per i magistrati. E’ allora che partono chili d’olio e litri di vino, o bisogna far sparire da casa le mozzarelle prima dei controlli delle forze dell’ordine.

Il business dei fanghi e delle bonifiche

IMG_0850In questa sorta di pubblicità progresso al contrario dei prodotti tipici lucani, dove eminenti esponenti politici e imprenditori s’incontrano in ristoranti chic del nord Italia magari per mangiare cibo bio, o a teatro con i dirigenti politici e di multinazionali per secretarsi, come affermava Lionel Levha della Total ai suoi fidi discepoli in terra lucana, dagli occhi e dalle orecchie indiscrete, dove sindaci come Ignazio Tornetta e presidenti di organismi pubblici come Nigro non vanno al di là dei loro affari personali in cambio di voti, come solito, e dove c’è chi ha vuoti di memoria, e chi fattura in nero per alimentare questo mercato occulto degli appalti e dei voti, una cosa colpisce più di tutto il resto. Da un lato una sorta di guerra dei rifiuti per i milioni di euro che ci girano intorno, come quelli Total per i fanghi, una guerra che lo stesso Ferrara definisce in termini di “minaccia” e “rapporti di forza” con l’altro leader dei rifiuti lucani, Giovanni Castellano, di cui dalle pagine di questo giornale abbiamo già raccontato i precedenti in merito agli appalti per il Centro olio di Viggiano o il suo essere finito in Commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti e le attività illecite ad esso connesse nel ’98, dall’altro la superficialità con cui si parla di rifiuti speciali da estrazione. In merito al bucare la terra per estrarre petrolio, come affermava il sindaco di Gorgoglione Tornetta preso da quello che definiva ridendo al telefono ad altri soci “olimpo dei miracolati”, chiede all’imprenditore di Policoro di quale tipo di rifiuti si tratti. Ferrara gli ricorda che si tratta di rifiuti speciali e il sindaco risponde “vieni, ci facciamo una passeggiata, vediamo un attimo l’ambiente” e Ferrara secco chiede “c’è una buca?”. “Ai voglia a buche” è la risposta, e più avanti ricorda che “devono andare a 6mila metri” di profondità e allora Ferrara gli risponde “sai quanto fango di costruzione esce?”. E’ la stessa magistratura a ricordare che si trattava di un appalto relativo alla fornitura dei fanghi di perforazione (dai 5 agli 8milioni di euro, ndr), e al successivo trattamento e smaltimento (tra i 2,5 e i 10milioni di euro, ndr). Nella guerra dei rifiuti da estrazione e del loro smaltimento la procura ricorda in nota un’altra “significativa” conversazione. Quella intercorsa tra l’imprenditore di Policoro e un altro socio nell’affare, Nicola Montesano (anch’egli tra gli indagati rinviati a giudizio, ndr). Per vincere l’appalto sullo smaltimento e il trattamento dei fanghi s’ipotizza di stringere un’alleanza. E il socio oltre a ricordare al Ferrara che là hanno fatto “Tecnoparco e Castellano” ricorda pure che bisogna allearsi con un altro imprenditore che oltretutto, al telefono, affermava come “gli impianti costano!” e che “là Tecnoparco con tutti i giri che deve fare non so come li deve smaltire”. I pm ricordano poi alcune circostanze inquietanti delle vicende petrolifere lucane di cui abbiamo dato ampio risalto dalle pagine e dal sito della nostra testata. Negli anni ’90 a Tempa Rossa si effettuarono lavori di perforazione e il business era in mano alla francese Lasmo per la quale la società dei Donnoli, anch’essi rinviati a giudizio nell’inchiesta Total assieme a Ferrara col quale erano nell’affare, aveva costruito le vasche dove venivano sversati i rifiuti di perforazione. Morirono capre a cui si spappolò il fegato e per tumore diverse persone della zona. Un teste ricordava pure che all’epoca della copertura delle vasche da parte della Donnoli i manager della Lasmo avevano avvertito uno dei proprietari della zona di non coltivare i terreni. Nella costruzione del pozzo Gorgoglione 1 in territorio di Corleto Perticara, e del centro oli, i fanghi di perforazione erano finiti nel torrente Borrenza che presentava sempre una melma nera e maleodorante. La Commissione parlamentare del 2000 censì 445 siti inquinati connessi alle attività di prospezione ed estrazione petrolifera. Ma, come dice al telefono uno dei più stretti collaboratori di Ferrara, in fondo quello delle bonifiche dei terreni degli impianti “è un business”. Proprio come quello dei prosciutti e dei formaggi.   

inchiestapubblicatain Basilicata24

2 thoughts on “Il gusto dell’affare

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