Lucania_report

Scorie nostre


di Andrea Spartaco

La tirannia intergenerazionale nostrana

copertinaLa storia distorta della tassa chiamata “inquinamento” imposta alle generazioni future riguarda anche la Basilicata. Una probabile contaminazione, tra le peggiori perché si tratta di radioattività. Riguarda livelli di radioattività oltre quella che dovrebbe esserci (fondo naturale, ndr) in un luogo tra i calanchi del materano da noi monitorato per un anno. “Prima di parlare di quelli che vengono definiti gli spettri delle 3 misure per comprendere la radioattività del sito – scrive il geologo Vincenzo Briuolo che ha fatto a luglio scorso il terzo monitoraggio con noi –, bisogna tener presente che il fondo naturale di radiazione gamma nell’area in cui siamo andati (misura n° 49, ndr) è di 0.068 microSievert/ora (mSv/hr, ndr)”. Ricordiamola la misura n° 49, perché dovremo compararla alle altre due misure effettuate. L’altro spettrogramma infatti (misura n° 50, ndr), ci dice che nel punto in cui da un precedente monitoraggio fatto a settembre 2011 avevamo riscontrato qualcosa che bisognava approfondire con strumenti più adeguati, presenta un aumento di radiazioni ionizzanti. Parliamo di 0.192 mSv/hr. Cioè d’una radiazione gamma 3 volte il fondo naturale e 7 volte, ci spiega, oltre quello naturale misurato al livello del mare (misure fatte a Metaponto Lido, ndr). Lo spettrogramma all’interno d’una forra poco più a valle della misura 50, adiacente a campi di grano, e scavata, ci dice, da acque meteoriche (spettrogramma 51, ndr), è pari a 0.124 mSv/hr. Quasi il doppio, ma in questo caso, specifica il geologo, “risultano evidenti spettri di elementi da valutare”. Ma cosa sono gli spettri?

In parole povere, la firma del radioisotopo registrata dallo strumento e capace di farci capire quali elementi emettono l’attività radioattiva. “E’ evidente – conferma – una zona anomala rispetto alla radiazione gamma, zona che denota un inquinamento dovuto al dilavamento di acque meteoriche per qualcosa che è accaduto nel sito a monte”. A monte c’è una discarica che diverse persone ci avevano indicato come luogo del seppellimento dei fusti radioattivi. Da qui era partito il nostro monitoraggio. Dal racconto di una storia. Un interramento avvenuto in tutta fretta e con una buca già trovata dentro la discarica. Una discarica che un massaro incontrato tempo fa durante una piena di quel torrente Vella indicato dallo ‘ndanghetista Francesco Fonti come luogo dell’interramento dei fusti radioattivi descrisse come una “disgrazia”. “Lì – affermò – hanno messo amianto senza isolamento, buttandolo in buche e mettendoci sopra pancali con 5cm di terra sopra”.

Storie di scorie

Nel maggio 2003 per la prima volta il pentito Fonti raccontò al Pocuratore Francesco Neri i traffici internazionali di rifiuti iniziando a descrivere una rete inimmaginabile di persone di alto livello coinvolte. Indicò l’itinerario. I fusti sarebbero partiti dal Centro Enea in Basilicata e in parte interrati sul posto in parte trasportati in Africa. La direttrice africana è stata confermata nell’ultimo report di Greenpeace. Dichiarò d’avere notizie certe del trasporto e di conoscere i luoghi di interramento in Basilicata. Un’operazione curata assieme a Domenico Musitano, ‘u fascista, mafioso di Platì (Rc) mandato in soggiorno obbligato a Nova Siri. Al boss di Platì il dottor Tommaso Candelieri dell’Enea di Rotondella aveva comunicato l’esigenza di far sparire 600 bidoni di rifiuti tossici e radioattivi. ‘U fascista dopo le riunioni con le cosche calabresi che si rifiutarono di seppellire veleni in Aspromonte dove i boss facevano le ferie, s’era offerto all’Enea d’effettuare il lavoro sporco tra Basilicata e Africa, terre di nessuno. Musitano venne poi ucciso a Reggio, e Fonti, che ormai aveva i contatti con il dottor Candelieri, dichiarò che ne prese il posto portando a termine l’operazione di seppellimento in Basilicata nel gennaio ’87. ‘U fascista è quello che ha battezzato con la “santa” Renato Martorano, lo ha fatto cioè, capo società della ‘Ndrangheta qui da noi. Martorano che, secondo il pentito Gino Cosentino in quegli anni aveva preso in mano il traffico illecito di rifiuti in regione. Cosentino ha ricordato al Procuratore antimafia Francesco Basentini come l’idea di guadagnare dallo smaltimento di rifiuti venne pure a loro perché era un affare ghiotto. Ha affermato che assieme a Leonardo Stolfi s’era parlato di non lasciare il business in mano a don Renato. Stolfi sapeva come muoversi. Prima stava con la ‘ndrina di Martorano e Gianfredi (Giuseppe, ndr) che si occupavano anche di questo. “Smaltivano rifiuti – dice Cosentino – che erano difficili da smaltire e lui (Martorano, ndr) li faceva arrivare dietro forti compensi”. Una cosa che colpisce e che ribadiamo, è che a un mese di distanza dalla data del presunto seppellimento di fusti radioattivi in quella zona prossima al Vella Legambiente Basilicata denunciava animali nati malformati e morie. Ma andiamo avanti.

La vetrina Enea

Quando il Presidente Gaetano Pecorella in Commissione di inchiesta sui traffici illeciti chiese a Nicola Maria Pace che s’era occupato dell’Enea di Rotondella se individuarono imprese che avevano effettuato la movimentazione dei materiali, Pace rispose che era proprio quello il filone d’indagine che lo portò a collegarsi con la Procura di Reggio Calabria. Affermò che furono fatti accertamenti sulle segnalazioni di camion che entravano e uscivano di notte, e che non era un “fatto normale” per un luogo così controllato. I registri contabili che riguardavano materiali esterni e dovevano avere una caratterizzazione come rifiuti con le specifiche di trasporto erano stati custoditi in un armadio metallico trovato vuoto. Erano stati fatti sparire? Fu rinvenuto invece un libretto che riportava la foto d’un contenitore di materiale radioattivo calato dentro i siloi (vecchi granai costruiti dai greci lungo le coste, ndr) con la dicitura “così i siloi sono tornati alla loro funzione, una discarica”. Guido Garelli – c’è scritto in un report di Greenpeace del ’97 sui traffici internazionali di rifiuti tossici – che alla fine degli anni ’80 assieme a Luciano Spada fu uno degli organizzatori del “Progetto urano” che prevedeva l’esportazione di milioni di tonnellate di rifiuti, anche radioattivi, verso l’ex Sahara spagnolo e nella zona del Corno d’Africa, usò una frase per definire quanto avveniva alla Trisaia: l’Enea era una vetrina. Ma per capire meglio il business sui traffici illeciti di rifiuti in regione bisogna ricordare l’esistenza d’una rete di società incassate come bambole russe. Negli anni ’90 ci fu il sequestro di una discarica gestita, grazie a un’autorizzazione provvisoria rilasciata dalla Regione, dalla Sateco (Servizi applicazioni tecnico-ecologiche srl, ndr), società in grado di gestire anche rifiuti radioattivi registrata a Roma in via Valleranello 281 nel ’88, la cui quota maggioritaria (80%) era in mano alla Sir (Società imprese riunite srl, ndr), implicata in pesanti illeciti ambientali in Italia, e il restante 20 % alla Progetto Ecologia snc operante nella “raccolta, trasporto, stoccaggio e smaltimento dei rifiuti” costituita da Alessandro Albano e Antonino Lascala a Policoro. Nel 2001 diventa Progetto Ecologia di Albano A & C srl con a capo un’ attempata manager d’un paesino calabrese e s’è occupata di recente anche dei rifiuti del San Carlo di Potenza.

Le bambole russe dei rifiuti tossici

La Sateco, gestita da Albano ricorda Legambiente, resta in Basilicata 2 anni. Poi torna allo stesso indirizzo romano. La Commissione d’inchiesta parlamentare del ’97 evidenziò come a quell’indirizzo, oltre a risultare registrati un laboratorio Sir e la Sateco, vi era anche la Ines Sud srl che avrebbe smaltito illecitamente le ceneri della centrale Enel di Brindisi. Ceneri che venivano spedite anche alla Materit di Ferrandina come materiale d’approvvigionamento. E vi era pure la Bohemia srl con sede a Palermo. Allo stesso indirizzo siciliano vi era poi la gemella Bohemia Sicilia srl e il Co.Si.Ri, consorzio costituitosi nell’aprile del ’93 (che trattava rifiuti speciali ospedalieri, tossico-nocivi e radioattivi) con il contributo dell’ingegner Gian Mario Baruchello con incarichi nella stessa Ines Sud. Oltre agli intrecci calabresi pugliesi e siciliani, interessanti risultavano i collegamenti tra soggetti operanti in Lombardia e Campania oggetto di accertamenti della magistratura. Versante ricondotto alla Ecolservice Italia srl con capitale detenuto per l’87% dalla Ecoltecnica Italiana spa. Procuratore della società fu Gabriella Colombo, presidente del consiglio di amministrazione sino al ’96. Il marito invece, Giancarlo Motta, è arrestato su disposizione della magistratura astigiana per associazione per delinquere nell’ambito del procedimento relativo alla discarica di Pitelli in Liguria dove c’è stato un sistematico smaltimento illecito di rifiuti tossici agevolato dalla “notevole capacità penetrativa dei soggetti coinvolti negli enti pubblici”. Sino a prima dell’acquisizione di quote da parte della Ecoltecnica Italiana la Ecolservice era controllata dalla Elektrica con sede amministrativa a Roma, in via Buccari 3, lo stesso indirizzo sottolinea come “rilevante” la Commissione, dove fu registrata la Sir. Elektrica in cui figurava Giuseppe Giordano, direttore tecnico sino al ’88 e in quegli stessi anni amministratore unico della Ines Sud e titolare di due società (C.i.t.e.t srl e Cise srl, ndr) incorporate dalla Di.Fra.Bi spa (gruppo Di Francia-La Marca-Gaeta, ndr) in mano ai Casalesi e coinvolta nel traffico illecito dei fanghi tossici dell’Acna di Cengio e nella gestione di 1.500.000 chili di fanghi industriali della Materit in Valbasento. Ma gli intrecci non finiscono qui. E tutto torna. Sino al ’96 la Elektrica controllò direttamente la Cetan srl, società satellite del gruppo italo-svizzero facente capo a Celtica Ambiente srl. Nel ’98 il capitale sociale della Cetan era detenuto al 95% da La Marca e Di Francia. Sempre nel ’98 la Elektrica passa al gruppo Celtica, presidente del consiglio d’amministrazione diventa Patricia Vila Armangué, moglie di Giulio Bensaja, amministratore unico di Celtica ambiente di Milano con reati ambientali che includevano l’accusa di associazione a delinquere con un esponente di Cosa Nostra. Presidente della casa madre elvetica di Celtica fu Arcasio Camponovo che Greenpeace ricorda investigato a Palermo per corruzione e associazione mafiosa. Quel Camponovo che oltre a essere fondatore della sede milanese Celtica è consulente finanziario della Ocean disposal management, il cui Direttore tecnico, Giorgio Comerio fu iscritto nel registro degli indagati delle procure di Reggio Calabria e Matera. Parliamo proprio dell’inchiesta sull’Enea di Rotondella. Di affondamenti di navi cariche di rifiuti radioattivi avvenuti lungo le coste lucane, calabresi e siciliane. E di interramenti.

La firma dei bidoni?

Ma torniamo al presente. Il geologo che ci ha supportati nel monitoraggio ha analizzato la cartografia della discarica (dal 2003 sino a quella più aggiornata del novembre 2006, ndr). “La prima cosa che risalta dal confronto tra le 3 carte – afferma dall’analisi delle ortofoto – è la trasformazione morfologica della zona immediatamente a valle della recinzione alberata delle 2 vasche di discarica e i cumuli disordinati di materiale di rifiuto nella parte centrale delle vasche. Ne distinguiamo 2. Una regolare, quadrata. L’altra trapezoidale, distinta in 2 settori. Il primo orientale in fase di coltivazione, il secondo ovale, occidentale e non ancora interessato in maniera evidente da sversamenti. Nella foto satellitare dell’agosto 2006 il settore orientale della vasca trapezia è ancora sede di accumulo di materiale in elevazione e il capping del settore occidentale (rapida ricopertura dell’area, si tratta di un’azione preliminare di messa in sicurezza di siti inquinati e in particolare per le discariche, ndr), diviene sede di ulteriori sversamenti. In particolare si notano degli elementi regolari disposti in un piccolo scavo effettuato quasi nell’angolo dell’invaso”. Ma quale l’ipotesi nella relazione del geologo che con noi ha effettuato l’ultimo monitoraggio per capire la radioattività nell’area nei pressi di quella discarica? Ci ricorda nelle sue conclusioni che “è evidente una zona anomala rispetto alla radiazione gamma, zona che denota un inquinamento dovuto al dilavamento di acque meteoriche per qualcosa che è accaduto nel sito a monte”. Nelle sue sintetiche parole, oltre a ricordarci che “la dose di radiazione nei punti sospetti risulta 3 volte il fondo naturale dell’area di Ferrandina e oltre 7 il fondo naturale misurato al livello del mare” è un’altra l’informazione che ci colpisce. “Il contenuto di Cesio 137 (Cs 137, ndr) nel sedimento dilavato – scrive –, risulta triplo del Cs 137 dello spettro sulla misura di fondo naturale n° 49, con presenza di Cesio137 in quantità doppia rispetto al fondo naturale”.

Quel materiale che lì non dovrebbe nemmeno esistere

Dunque radioisotopi ancora da valutare e presenza di Cs 137. Ma cos’è il Cs-137? Certo qualcosa che non dovrebbe nemmeno comparire tra i calanchi. Si tratta, afferma lo studio “Toxicological profile for cesium” dell’U.S. Department of Health and Human Sevices, d’un sottoprodotto di fissione nucleare intrappolato nei liquidi di riprocessamento o nelle barre di combustibile irraggiato. Cioè rifiuti radioattivi. Scorie che restano in attività 30 anni. Per le future generazioni dunque. Negli Usa solo due siti di stoccaggio accettano questo tipo di scorie, che assieme al Cs 134 vengono definite dal Nuclear Waste Policy Act altamente radioattive e “risultanti dal riprocessamento di combustibile irraggiato, inclusi i rifiuti prodotti direttamente nel riprocessamento e ogni materiale solido derivato da rifiuti liquidi che contengono prodotti di fissione in concentrazioni sufficienti”, la maggior parte dei quali, generati dalla produzione di plutonio, e una piccola quantità da uranio arricchito (che restano attivi centinaia di anni). Ma in Commissione Ilaria Alpi il boss della ‘ndrangheta Fonti non parlava d’un accordo con dirigenti dell’Enea in Basilicata per smaltire illegalmente mille fusti di fanghi di plutonio? Abbiamo ricordato che davanti ai magistrati dichiarò che in Somalia era andato personalmente per un’operazione commissionata dal responsabile dell’Enea di Rotondella e consisteva nel seppellimento di mille fusti provenienti dalla centrale del Garigliano contenenti fanghi di plutonio. Una parte di quei bidoni sarebbero finiti proprio tra i calanchi del materano. L’International Agency for Research on Cancer (Iarc, ndr) afferma che i fattori di esposizione al Cs 137 includono dose (quanto ne assorbiamo, ndr), durata (per quanto tempo), e in che modo ne veniamo in contatto. Ci dice che è uno dei radioisotopi che pongono maggiori rischi per la salute. E’ chimicamente tossico in piccoli quantitativi e si distribuisce nell’organismo in modo più o meno uniforme raggiungendo concentrazioni maggiori nei muscoli scheletrici e del cuore. Gli studi epidemologici su questo isotopo, riporta l’Hazardous Substances Data Bank (Hsdb, ndr), mostrano effetti collaterali come leucemia (anche infantile), linfomi, cancro al seno, agli organi respiratori, allo stomaco, al cervello. Ci vengono in mente le parole di chi, di questa storia d’interramenti di rifiuti radioattivi, se ne è occupato con impegno affermando che quanto diceva Fonti si sovrapponeva con l’indagine portata avanti nel materano assieme alla procura di Reggio Calabria “con una precisione addirittura impressionante”. “L’analisi del rischio – affermò Pace in Commissione 2010 ricordando l’inchiesta sulla Trisaia – è raccapricciante. Segna la mappa di tutti gli eventi possibili, dalla nitrazione sino a quanto cesio mandiamo in mare e lì apprendemmo dei pescatori di Nova Siri, con tante ore in mare tanto cesio tante morti, tanti tumori, oppure di paesi che per una questione di venti venivano assoggettati ad apporti di radioattività tali che diventavano a rischio”. Secondo Pace che conosceva bene una delle tracce di lavoro seguite dalla Procura di Reggio Calabria riguardante affondamenti e seppellimenti, il rischio era ancora attuale. Pensava ai dati del reparto cancerologia dell’Ospedale regionale di Reggio Calabria che evidenziavano dall’analisi dei casi di leucemia un’anomalia nella ripartizione geografica. Alcune zone rurali nonostante la bassa densità abitativa contavano molti più casi rispetto a una città come Reggio Calabria. Cifre che facevano ipotizzare una possibile correlazione con la presenza di affondamenti e interramenti di rifiuti radioattivi.

Un serpente che si morde la coda

Non è facile oggi riflettere semplicemente sul rapporto tra industrializzazione (comprese contaminazioni dovute a eventuali illeciti), stili di vita e incidenza del cancro ma già uno studio del ’67 dal titolo “Cancer Epidemiology: Methods of Study” di A. Lilienfield confermava che “fattori carcinogenici ambientali sono stati collegati al 75% dei cancri umani”. Nel ’83 prima e più di recente nel 2005, rispettivamente T. Deeley con “A brief history of cancer” e C. Roberts e K. Manchester con “The Archaeology of Disease”, hanno confermato che la rarità dei casi di cancro nell’antichità suggerisce come tale patologia sia limitata alle moderne società con i loro stili di vita (tipo l’uso di tabacco, ndr), e agli effetti collaterali “dell’inquinamento provocato dall’industrializzazione”. Cosa confermata qualche mese fa da uno studio pubblicato sull’autorevole rivista Nature dal titolo “Cancer: an old disease, a new disease or something in between?” di A. Rosalie David e Michael R. Zimmerman. “Ogni anno – iniziano i due studiosi – più di 1.350.000 persone negli Usa e nel Regno Unito sono colpite dal cancro. Alla velocità di 165mila decessi l’anno”. Per i due ricercatori i dati raccolti dall’analisi di fossili, resti umani e animali, dimostrano la rarità di tale malattia nell’antichità e la sue correlazione con l’avvento dell’Era industriale e dell’inquinamento prodotto. Non ne parliamo quando si tratta di illeciti ambientali. Dove spesso chi contamina è anche chi bonifica. Da un sopralluogo effettuato nel ’94 presso la discarica della Di.Fra.Bi di Napoli che ormai conosciamo, nella quale erano stati smaltiti rifiuti tossici, un dossier di Alleanza Nazionale di Acerra correlava agli aumenti di rifiuti tossico-nocivi interrati nell’area un aumento di mortalità negli ultimi sette anni del 100% l’anno. E un preoccupante aumento di linfomi, leucemie e tumori al fegato. La commissione che se ne occupò ribadì come necessaria la costituzione di osservatori epidemiologici. La gestione della residua capacità volumetrica della discarica venne affidata all’Enea e la Commissione parlamentare inchiesta (XI legislatura, ndr) sul fenomeno della mafia oltre a mettere in luce l’interesse del clan dei casalesi parlò di inusuale intervento dell’Enea, chiamata a gestire direttamente l’impianto. Sull’area requisita a quanto pare venne previsto un progetto di bonifica della stessa Di.Fra.Bi, i cui titolari erano già stati condannati dalla Corte d’Appello di Napoli per smaltimento illecito di rifiuti extraregionali.

Il Cs 137 nell’ecosistema

Il cesio radioattivo può essere assorbito dalle piante tramite ricaduta sulla superficie delle foglie. In studi epidemiologici su aree contaminate è stato individuato sulla superficie dell’acqua e in molti alimenti tipo latte materno o pastorizzato. La quantità di cesio Cs 137 e Cs 134 nel cibo o nel latte dipende da fattori come un fallout da esplosione nucleare, test per armi nucleari, incidenti di centrali nucleari, e ovviamente smaltimenti illeciti di rifiuti. Le piante vascolari non accumulano alti livelli di cesio radioattivo tramite radici perché è fortemente assorbito dai terreni. Tuttavia il depositarsi di detriti radioattivi sulla flora (licheni o muschio, ndr) in ampie aree fa si che gli animali che mangiano su questa vegetazione ingeriscano larghi quantitativi di radiocesio che rientra poi nel consumo umano. Nonostante è possibile l’esposizione epidermica e per inalazione, l’ingestione di cibi contaminati, afferma lo studio “Toxicological profile for cesium” è la principale causa di esposizione interna. Sia il Cs 134 che il Cs 137 emettono raggi gamma e beta che ionizzano le molecole penetrando nelle cellule, danneggiando così tessuti e distruggendo le funzioni cellulari. Gli effetti vanno dai danni al sistema immunologico e linfatico, a quello riproduttivo, a quelli sullo sviluppo (riduzione del peso corporeo alla nascita, cambiamenti morfologici nel cervello, ritardo mentale, comportamento aggressivo, ecc.). E ovviamente modificazioni genetiche e cancro, che colpisce una varietà enorme di tessuti e organi. Il cesio è rapidamente assorbito nel sangue tramite inalazione o ingestione. In una sperimentazione l’ingestione tramite cibo contaminato da Cs137 da parte di volontari ha presentato un indice di assorbimento del 78%. Molte le ricerche che indicano come il tasso di assorbimento di cesio solubile tramite ingestione è altissimo nel duodeno. Seguito da intestino digiuno, ileo e colon. E in piccole dosi stomaco. E’ inoltre bioaccumulante per la fauna acquatica e terrestre, rientrando poi nella catena alimentare. Alcuni studi hanno confermato come in pazienti con policitemia vera quando esposti a stimoli ambientali come le radiazioni sviluppino leucemia. Innumerevoli altri studi confermano le potenzialità di sviluppare cancro alla tiroide, leucemie, e tumori maligni in vari organi e tessuti. Parliamo di carcinoma mammario, melanoma, carcinoma al fegato, linfosarcoma, tumore ai polmoni. Ai polmoni, specificano le ricerche di B. Muggenburg, si ha una frequenza maggiore con l’avanzare dell’età. Un report del Crob di Rionero ci dice che i tassi di incidenza dei tumori al polmone tra il 2002/2006 nelle femmine (per la Ausl 4 di Matera, ndr) passano dal 12,9 tra i 64/65 anni a 23 nella fascia 75/79 (32,6 per la fascia 80/84, ndr). Per i maschi, dai 104 dei 60/64 anni si passa a 237,3 della fascia 75/79. fumo a parte, in generale in Basilicata tra il 2002/2006, secondo i dati di tale report, possiamo annotare tassi di incidenza dei tumori al polmone di due punti più su della media nazionale (45,8 Italia contro i 47,5 della Basilicata). E di un punto in più per patologie come tumori allo stomaco (18,1 contro il 19,2 lucano), al colon (26,7 contro i 27,6). Per le leucemie quella mieloide ha un tasso di incidenza nazionale del 6,1, da noi è 6,6. L’incidenza di quella linfatica è 6,5 contro uno standard nazionale di 6,2.

video: http://basilicata24tv.com/inchieste/scorie-storia-chiusa-162.php 

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