Lucania_report

Alla canna del gas

Geogastock? Sì, grazie”. E’ il messaggio scritto circa un anno fa su uno striscione. Riguardava il progetto di mega stoccaggio di gas in Valbasento della società appartenete al gruppo russo Renova. A promuoverlo un Comitato disoccupati. E dopo le ultime vicende di stabilimenti in chiusura la disoccupazione in Valbasento (e non solo), è diventato un problema pesante. Se poi teniamo conto che molte amministrazioni locali sono alla canna del gas, e che a farla da padrone in valle è cassa integrazione, mobilità in deroga, straordinaria, ecco allora che diventa più chiaro il motivo per cui le amministrazioni cerchino ritorni economici più facili, allargando le braccia alle multinazionali. Un affare di milioni di euro per il profitto pluriennale della Geogastock che in caso di danni ambientali (e sulla salute), ha accordato ai comuni coinvolti una “compensazione” di 1 milione di euro a testa.

Il lavoro mobilita(‘) l’uomo_Il lavoro dunque. In Valbasento più che nobilitare, pare metta i lavoratori in mobilità, facendoli muovere attraverso vari ammortizzatori sociali. Una questione importante questa. E vecchia. Dodici anni fa Nicola Savino, presidente del Consorzio industriale di Matera (Asi, ndr), dichiarava che per la Valbasento l’obiettivo era rilanciare l’attività di Tecnoparco spa e le sue potenzialità per erogare servizi competitivi e sviluppare l’area. Ma se nel 2000 in organico Tecnoparco aveva 170 addetti, oggi in bilancio leggiamo che è a quota 104. Unico cambiamento Savino. Da presidente Asi è diventato presidente di Tecnoparco. In ogni caso stabilimento di Tecnoparco a parte, la situazione dei paesi della valle, in questi tempi di crisi, è drammatica. Ma quanto lavoro produrrà lo stoccaggio? Saranno probabilmente impiegate 20 persone tra i comuni coinvolti in maniera stabile. Gli altri, per l’indotto (costruzione metanodotto e via di seguito, ndr), precari. Mesi fa un dipendente Eni addetto al controllo dei pozzi di gas tra i comuni di Salandra e Ferrandina raccontò che lui era tra i fortunati. Se ne andava in pensione. Gli altri, in vista del subentro Geogastock sarebbero stati, nella migliore delle ipotesi, trasferiti a Viggiano o chissà dove. In uno dei diversi convegni sulla questione, in cui furono invitati il referente del Ministero dello sviluppo economico e quello della Geogastock, un ragazzo che lavorava con Eni da precario sugli stessi pozzi da vendere alla Geogastock s’avvicinò per chiedere se era possibile che lo si aiutasse in qualche modo a restare in zona a lavorare. Era certo che sarebbe stato licenziato dall’Eni e voleva relazionarsi con il referente della Geogastock. Dettagli questi, che gettano interrogativi su un possibile guadagno in termini di unità lavorative da produrre, vista la fame di lavoro.

 Qualche domanda_Disoccupazione o meno è lecito chiedersi, come fanno da tempo diverse associazioni del territorio, se quello che s’intende fare rispetta le regole. Il quantitativo di gas che sarà pompato nei pozzi dismessi Eni e di 1,5 miliardi di metri cubi. Le associazioni hanno denunciato diverse falle progettuali. La gestione rifiuti, per esempio. Si scoprì che il progetto prevedeva una “vasca di decantazione acque semi-oleose per il recupero dell’olio e il convogliamento delle acque chiare a dispersione nel terreno”. Poi una carenza nella valutazione del danno sul patrimonio naturale, con la riperforazione dei pozzi e il rifacimento del metanodotto. In pratica una zona di riserva floro-faunistica che prevede insediamenti turistici, agro-turistici, ricettivi e sportivi messa a rischio. Osservazioni considerate legittime dalla Direzione generale delle risorse minerarie ed energetiche. E c’è la questione aria. Nella zona interessata si stanno concentrando altri progetti industriali, per ora in stallo. Parliamo di centrali, d’un inceneritore a biomasse della Iea srl, una controllata della multinazionale francese Veolia, finita in inchieste per danni ambientali in altri luoghi in Italia, già socia in Tecnoparco spa e con una quota pure in Basento Ambiente srl, società quest’ultima, in quota anche nell’altro inceneritore di Potenza (in mano all’altra controllata Veolia, la Tep srl, ndr), e che assieme alla multinazionale francese, alla Finpar spa (in quota in Tecnoparco, ndr ), e alla Ecobas srl del Gruppo Iula, vuol costruire affianco all’inceneritore una mega discarica di rifiuti tossici. Teniamo conto che ci sono già attività con impatti sulla qualità dell’aria. Che c’è un Centro oli anche. Ricordiamo che proprio a Pisticci Scalo, in cui insistono diverse attività le esalazioni sono state denunciate varie volte dai cittadini. Le ultime cronache ricordano quelli subiti dalla squadra femminile di calcetto mentre si allenava. Ma almeno esiste un piano di qualità dell’aria? No. Così come non c’è uno studio sulle conseguenze simultanee dei vari progetti. Né è stato presentato alla cittadinanza un piano di evacuazione in caso di incidente rilevante sotto cui il progetto ricade.

 Giacimenti di gas tra possibili effetti collaterali_Ogni ciclo di stoccaggio comprende una fase di immissione a forti pressioni e una di estrazione. In parole povere si fa “respirare” il sottosuolo. “Non c’è nessuno studio che ci sa spiegare – ricordano oggi le associazioni lombarde dove abbondano tali concessioni – quali effetti avrà tutto questo nel sottosuolo e come reagiranno i territori”. La regione Lombardia di suo ha emesso una delibera che ricorda che tali impianti oltre al rischio incidente rilevante sono a rischio sismicità indotta e a rischio subsidenza. Una subsidenza nuova spiegano le associazioni. A doppio binario perché legata non solo all’estrazione come in passato, ma anche all’immissione. Cosa potrebbe accadere in un territorio che il foglio 201 della Carta geologica d’Italia cataloga tra le zone più a rischio frana del meridione? “Alcune aree sulle quali poggiano centri abitati – c’è scritto – sono colpite da fenomeni franosi: ad esempio Pisticci, Bernalda, Pomarico, Montescaglioso e Ferrandina”. Per iniettare il gas nel sottosuolo s’usano turbocompressori. A Rivara a fronte degli 8,5 miliardi di metri cubi di gas stoccati negli anni sono stati immessi in atmosfera 130 tonnellate di monossido di carbonio, 742 tonnellate di ossidi di azoto, 1 tonnellata di ossidi di zolfo, 6 tonnellate di polveri, 7.632 tonnellate di gas metano, e 237.636 tonnellate di anidride carbonica, alla faccia dell’effetto serra che si vuole combattere. L’ossido di azoto sprigionato nei processi di stoccaggio è considerato un “inquinante primario”. Chi si è occupato di Rivara spiega che tale composto in alta concentrazione può trasformarsi in presenza d’umidità atmosferica in acido nitrico e, di conseguenza, in nitrati che ricadono sul suolo con le piogge producendo una notevole quantità di radicali liberi, con danni alle colture e alle persone (e parliamo di tumori ovviamente).

 Storie di uomini e Company_Della Geogastock sappiamo che fa parte della Energetic Source di Paderno Franciacorta (Bs), controllata da Avelar Energy Group, holding europea della Renova, un colosso energetico russo da 11 miliardi di fatturato posseduto da Viktor F. Vekselberg, da sempre legato a Massimo D’Alema e a Roberto De Santis, imprenditore pugliese e consigliere di amministrazione della Avelar. Il fondamentale controllo delle nuove rotte del mercato del gas hanno fatto sì che i russi, indipendentemente da chi governasse l’Italia, proseguissero gli affari con Berlusconi. Viktor in madrepatria si è impossessato anche del terzo operatore russo dell’energia, la Tnk, in società con la British Petroleum. Quella del disastro ambientale più grande della storia, ricordate? Quelli che hanno fatto un pozzo di petrolio a 1500 metri sotto il mare senza prevederne, visti i risultati, i rischi. Altro che “compensazione”. Ma è business. Viktor e la sua Company sbarcano in Italia nel 2007 con l’acquisto del porto di Rimini, nel cui consiglio di amministrazione sedeva proprio De Santis, e un altro amico personale di D’Alema, Massimo De Caro, anche lui, guarda caso, in Avelar e responsabile delle relazioni istituzionali di Renova. Ma le mire russe s’allargano a Puglia e Basilicata. Per i russi e De Santis il salento diventerà nodo di smistamento per gran parte del gas, la Valbasento un mega deposito. De Santis ricompare nell’inchiesta sulle squillo fornite da una maitresse a D’alema quando era primo ministro (mentre faceva fare a Bersani accordi suoi gasdotti con Viktor, ndr), la stessa che le ha fornite poi a Berlusconi. E compare nel più grande crack finanziario della storia ligure, quello della Festival crociere. 272 milioni di euro di passivo. Nonostante non risulti indagato nell’inchiesta fu uno degli amministratori della Festival. Negli anni in cui la società falliva a Ginevra, patria delle società senza nome, nasceva la Trustmark Corporation che secondo indiscrezioni faceva capo a De Santis. Ne rilevò le quote per entrare nella costruzione della centrale a biomasse di Casarano, contestata da decine di comitati ambientalisti. De Caro invece, compare in quello che diverse testate nazionali hanno definito “intreccio tra petrolio, politica, mafia e affari”. Tra il 2007 e il 2008 Marcello Dell’Utri e Aldo Miccichè, ex politico della Dc calabrese in strettissimi rapporti con la cosca dei Piromalli di Gioia Tauro, parlano di affari petroliferi e di chi li porterà avanti. Miccichè gli dice che “Massimo è un ragazzo in gamba”. De Caro, vicepresidente della Avelar Energy del gruppo Renova è l’uomo di Dell’Utri. Ma Miccichè punta anche al gas. “Dopo il petrolio – dice infatti a Dell’Utri – cominciamo l’operazione gas, che è di un’importanza colossale”. Il tutto con la copertura di Gazprom. E l’anno scorso proprio Gazprom e Renova firmano un documento che prevede l’istituzione di una società incorporata tra le due multinazionali che “gestirà l’attività di distribuzione”.

 Gli affari sono affari_Renova, che controlla Geogastock, quando si tratta d’affari non guarda in faccia nessuno. Un altro lo fa con la Agecos spa del Gruppo Bonassisa che ha sede legale a Paterno (Pz), comprandosi i permessi perun impianto eolico a Deliceto, in quel foggiano dove i russi sono interessati a molti altri affari. Una storia attenzionata dalla Guardia di Finanza di Foggia che ci ha visto il solito giochetto delle società “cartiera”. Fa affari con un Gruppo, Bonassisa, noto alle procure lucane da anni. Entra infatti nel business dei rifiuti tossici con Eni per smantellare pozzi di petrolio esausti in giro per il mondo. In Basilicata inizia mettendo su la Eco Geo Drilling anche per trattare fanghi petroliferi. Come? Lo spiega Legambiente. “Dal punto di vista processuale – s’afferma nel Rapporto sulle ecomafie del ’98 – è da segnalare anzitutto la chiusura del processo relativo alla gestione dei rifiuti di alcuni impianti per le prospezioni petrolifere: secondo la Pretura di Potenza la piattaforma di stoccaggio utilizzata dalla Eco Geo Drilling era in realtà una discarica abusiva, in quanto i residui andavano considerati rifiuti speciali e non materiale riutilizzabile come invece sostenuto dalla società”. Il Procuratore della repubblica di Potenza e il Prefetto revocavano alla società l’autorizzazione a trattare fanghi e cosa fu fatto? Fu creata un’altra società. La Agecos appunto, alla quale ancora nel 2006, come si evince dai modelli di dichiarazione ambientale, gli venivano rispedite da Tecnoparco, in quanto arrivate lì via Semataf srl, 898.420 chili di fanghi e rifiuti di perforazione non pericolosi contenenti barite. Un Gruppo, i Bonassisa, finito di recente nella“Gomorra dei Monti Dauni”. Una sentenza della Cassazione del 2009 riporta che smaltivano “circa 325mila metri cubi derivanti dalle operazioni di scavo della erigenda discarica di Orta Nuova e dalle confinanti discariche comunali di RSU e illecitamente conferiti in parte nella ex cava Di Lascia, in parte presso la ex cava Ramundo in parte presso la discarica comprensoriale di Deliceto e in parte smaltiti illecitamente in altri luoghi sconosciuti”. Terreni contaminati trattati come terreni vegetali e disseminati persino lungo un fiume. Una prassi già usata in Basilicata per i fanghi petroliferi come abbiamo visto. Pensare che appena l’anno prima di questa sentenza l’Agecos s’era occupata per il Comune di Pisticci dei bidoni sepolti illecitamente a fosso lavandaio. Dopo 4 anni che se ne stavano lì buoni buoni, alcuni sepolti altri mezzi in superficie, quei 127 fusti standard, che a 200 litri ognuno fanno 25.400 chili di rifiuti catalogati come pericolosi (tra pitture, vernici, solventi e altre sostanze, ndr), vanno finalmente in fumo a Melfi, nell’inceneritore dove i rifiuti li portava pure la Ecopartenope dell’ecomafia avanzata. I mud di Fenice del 2008 riportano che da Pisticci, di chili, ne erano arrivati 30.440. Cinque mila in più. Solo dettagli.

Qualche retroscena_C’è poi, a prescindere scelte industriali compatibili o meno al consumo del territorio e al suo sviluppo, la parte misterica dell’affare gas. Nel 2008 un’associazione contattò un importante ricercatore dell’Istituto per lo studio dei materiali nanostrutturati del Centro nazionale per le ricerche (Ismn-Cnr, ndr) per approfondire i diversi progetti ricadenti nel territorio di Pisticci. Tra essi il mega stoccaggio di gas. Negli ultimi mesi del 2011 e dopo vari tiri e molla tra l’amministrazione comunale e l’associazione, si riesce a convincere il sindaco Vito Di Trani a contattare il ricercatore per affidargli un’indagine preventiva sulle aree nelle quali dovevano insistere i pozzi di gas. Il ricercatore risponde che avrebbe dovuto riferirsi al suo capo, direttore di un altro Istituto del Cnr, quello di Geologia ambientale e geoingegneria (Igag, ndr), al quale avrebbe fatto formale richiesta per l’intervento, e che, una volta ricevuto preventivo e parere favorevole, a fare le indagini sarebbe sceso lui stesso con un’equipe a Pisticci. Nel gennaio 2012 però, e dopo che Di Trani aveva cercato una strategia comune con altri sindaci della Valbasento, ancora non si riesce a sapere nulla di quest’indagine. La referente dell’associazione ci ha raccontato che, dominando questo silenzio contattò di persona il ricercatore del Cnr, il quale, e in via del tutto confidenziale, gli rivelò che il direttore dell’Igag era “uno senza palle”. Motivo? Il ricercatore spiegò che per la questione stoccaggio il direttore dell’Igag aveva incontrato altri ricercatori che gli avevano “sconsigliato d’accettare l’incarico” perché, dicevano, “lì c’è la merda”. Ribadendogli di “lasciar perdere” per non finire “in mezzo a un casino”. Di quale merda si tratta? In quali casini si sarebbero ritrovati? Il ricercatore comunque conforta il referente dell’associazione affermando che avrebbe insistito col direttore dell’Igag per fargli “accettare” l’incarico. Passa un altro mese, e risposte non ne arrivano. L’associazione richiama il ricercatore. E a questo punto la storia si complica ancora. Il ricercatore conferma al telefono, probabilmente dopo aver parlato con il direttore Igag, che questo signore è “davvero uno senza palle”, precisando che “a quanto pare aveva avuto un’identica proposta d’indagine preventiva sui pozzi da adibire allo stoccaggio in Valbasento da una multinazionale”. Chi? Geogastock? Eni? E per quale motivo? Consiglia allora all’associazione di far chiamare direttamente il direttore dell’Igag dal sindaco di Pisticci, in modo che, messo di fronte al fatto compiuto (lo stesso incarico accettato per una multinazionale, ndr), avrebbe dovuto dire sì o no, svelando i motivi del suo doppio gioco intorno all’affare gas. Di Trani lo chiama. Il direttore gli risponde d’avergli già inviato una mail. Il sindaco di Pisticci è nervoso a questo punto. Non era arrivata nessuna mail. E alza i toni. “Ora – urla – esigo una risposta sulla mia personale casella di posta elettronica, e mi dica comunque, chiaramente, se deve dar conto ad altri che le hanno richiesto lo stesso rapporto che le ho chiesto io”. Il direttore dell’Igag non risponde. Dice solo che gli avrebbe inviato al più presto la mail. Di questa mail avremmo voluto chiedere qualcosa a Di Trani che da noi contattato si è reso inizialmente disponibile a rispondere. L’abbiamo ricontattato più volte, ma non siamo riusciti ad oggi a fare le nostre domande. E così, tutto tace.

Quella “merda” che si deve tacere_In ogni caso, possiamo farci un’idea della “merda” di cui forse parlavano i ricercatori del Cnr? Certo nel 2010 in una Conferenza di servizio si ritrovano allo stesso tavolo il sindaco di uno dei paesi interessati al progetto, due referenti dell’Arpab, due della Regione, due dell’Eni e uno dell’Azienda sanitaria locale di Matera. Stanno lì per prendere atto dell’esito di alcune analisi e approvare un piano di bonifica dell’Eni su 10 aree pozzo tra Pisticci e Ferrandina. Stanno lì pure per approvare i progetti di bonifica di due aree pozzo e di una “condotta pozzi” a Ferrandina. E si parla di analisi dei rischi delle aree. La Conferenza decide che di altre aree pozzo tra Ferrandina e Pisticci, definite “contaminate”, non si considereranno i progetti. Spulciando le analisi allegate sui pozzi previsti dalla concessione, che Geogastock intende anche allargare riperforandoli, possiamo capire diverse cose. Nel pozzo 39 per esempio, quello di Serrapizzuta in territorio di Pisticci, l’acqua di falda prelevata dal piezometro n. 1 è risultata inquinata da metalli pesanti come piombo, di cui si riscontrano 33 microgrammi su litro (µg/L, ndr) con limite normativo 10 (3 volte e mezzo oltre, ndr). Quel piombo che, insieme ad altri metalli tossici come mercurio, cadmio, nichel, arsenico e alluminio, tende a concentrarsi in aria e nella catena alimentare, facilitando, affermano alcuni studi, il disturbo ambientalepiù diffuso, l’avvelenamento da metalli. Il nichel invece, che a Pisticci tocca i 71,8µg/L, con limite 20, è definito altamente tossico. Comunemente provoca reazioni immunitarie e di recente anche “scarsi livelli di esposizione” sono stati associati dai medici a deficit dell’apprendimento, problemi di coordinazione motoria, iperattività, deficit d’attenzione, aggressività. E abbiamo solfati, che come limite hanno 250 (milligrammi su litro, mg/L, ndr), qui raggiungono 3939. Quasi 16 volte oltre i limiti. Questi campionamenti vengono effettuati nel settembre 2005. Un altro “rapporto di prova”, si tratta d’un secondo campione prelevato nello stesso punto nel marzo 2008 mostra solo il superamento dei solfati, a quota 1.500. Vengono fatte poi a Pisticci e nelle aree pozzo nel territorio di Ferrandina analisi sui terreni. E’ continuo il rilievo di alluminio e manganese, nemmeno menzionati nella voce delle analisi Arpab relativa al limite normativo di riferimento. Il Lancet, rivista tra le più autorevoli in campo medico-scientifico, ha evidenziato la correlazione tra il morbo di Alzheimer e accumulo d’alluminio. A Pisticci nei terreni campionati raggiunge 22086 milligrammi su chilo (mg/Kg, ndr). C’è poi manganese che tocca i 1259, e solfati 1013. Ma quando entriamo nei pozzi analizzati in area ferrandinese si riscontra altro ancora. Qualcosa già emerso a Pisticci, che qui prende una piega diversa. Nell’area pozzo Grottole 36-37, siamo nel bosco tra Ferrandina e Salandra, nel 2006 da un campione di terreno prelevato a poco più d’un metro di profondità si registra un valore di idrocarburi pesanti di 1000,3mg/Kg con limite normativo 750 per le “aree a uso industriale”. Ricordiamo però, che parliamo di un luogo in pieno bosco e se dovessimo riconsiderare il limite di legge previsto per le aree a “uso verde pubblico, privato e residenziale”, che è 50, saremmo 20 volte oltre. Un altro campione, prelevato invece tra 2,8 e 3,3 metri di profondità, fa segnare 3859,5. In questa area pozzo l’alluminio tocca 55666mg/Kg. Il manganese, elencato nella lista delle sostanze pericolose stilata dall’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, è a 2.500. Per restare nel mistero dei casini a cui lì andrebbe incontro chi volesse effettuare indagini e in cui intervengono a intercettare i ricercatori persino le multinazionali che lì operano o vorrebbero operare, chiudiamo con una domanda: perché si riscontra una contaminazione da idrocarburi pesanti in aree pozzo dove si estrae gas?

su Basilicata24 un bel pò di tempo addietro…

 

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