colicaSurreale

cop-colicaRaccolgo qui una serie di racconti scritti tra il 1998 e il 2001 a partire da eventi “tanto improbabili quanto reali” della quotidianità, un esercizio di scrittura borderline con cui ho tentato d’agganciarmi a una pratica cara al Cesare Zavattini di Parliamo tanto di me, l’oscillare tra reale e irreale.

Due barboni dal paradiso terrestre, una domestica, Pandora, ligia ai suoi doveri, una scultura carnivora, un insigne professore marXiano, un antidoto contro i mali della vita, i ricordi di una testa tagliata. Questi e tanti altri i personaggi che tentano di dissacrare alcuni tristi aspetti della nostra quotidianità. Colica surreale è la storia d’un uomo truffato da Cristo, ma anche il titolo della raccolta, “una contrazione spasmodica e dolorosa del reale”.

Mi piace l’idea nella scrittura fantastica che i suoi effetti stiano “nell’oscillazione di livelli di realtà inconciliabili” e che è tenuta, sia che si ispiri ad una realtà visionaria che ad una quotidiana, a “dar da vedere” (Calvino). Vorrei chiudere con le parole di Raymond Carver, che, riprendendo la definizione di racconto di V.S. Pritchett come “qualcosa intravisto con la coda dell’occhio, di sfuggita”, diceva che “compito dello scrittore… è investire quel qualcosa appena intravisto con tutto ciò che è in suo potere”.

Breve storia del paradiso terrestre

Un giorno, due barboni dell’altro mondo, stufi della loro condizione di rifiuti solidi umani, requisirono un veliero cosmico e decisero che andare a crepare nell’universoinvisibile, di là delle proprie percezioni, sarebbe stato meglio che rimanere a marcire in quello schifoso mondo tramortito dalla pestilenza economica. Sì, tutto quel che desiderarono si solidificò istantaneamente nell’idea che affrontare una buona traversata cosmica, prima di sentire la loro morte, era a quel punto la cosa migliore da farsi. Dopo anni di vagabondaggio spaziale nell’universo ignorato, l’imbarcazione proveniente dall’altro mondo fu catturata dal mutevole e colorato brillio del nostro pianeta. L’equipaggio decise.

Obiettivo: scendere e dare un’occhiata. Lo splendore fantastico di quei colori era qualcosa cui non si poteva rinunciare e il veliero celeste decise d’atterrarvi per un’ispezione. L’equipaggio provò qualcosa paragonabile a ciò che fece dire al primo essere umano sulla terra all’alba dei tempi questa è la meraviglia! Le ininterrotte trasformazioni di colore esplosero tra le pupille aliene come lampi atomici che spararono la loro non pensante coscienza dritto nell’immacolata concezione d’un primo pensiero. Che sia dannato se posso vedere questo arcano incantatore!

Rimasero immobili, a guardarsi attorno pochi secondi, ma bastò per procurargli ciò che potremmo paragonare alla prima astinenza d’un tossicomane. Decisero che rilassarsi e fare un giro sarebbe sicuramente stato meglio, attirati da qualcosa che per un attimo congelò nel cranio il loro passato. Dopo pochi chilometri di strada, la loro attenzione, tramortita da troppa delizia, fu attratta dauno strano pezzo di carta per terra, oramai ridotto a dura roccia. Su quello che ormai era un testimone fossile incombeva la lussureggiante profusione di parole irrigidite dal tempo.

Si chinarono e lessero in estremo silenzio.

frammento d'una civiltà andata a puttane

frammento d'una civiltà andata a puttane

Queste parole, si strofinarono dapprima nella loro testa e s’adagiarono poco dopo sui loro tessuti neurali, scatenando ciò che in futuro, per via dello shock mentale, sarebbe stato chiamato inferno. Completamente sgombrati dei significati che sino a quel momento avevano guidato le loro vuote esistenze, catturati dall’idea della magnifica civiltà che un tempo aveva abitato quel incredibile luogo dell’universo e che ora infiammava le loro coscienze, decisero, all’unanimità, che sarebbe stato il luogo dove avrebbero dimorato, lo chiamarono Paradiso Terrestre.

Il morso del serpente era in sala d’attesa.

Lo strano antidoto del Dottor Dìndon

È l’alba, in natura, ma secondo gli ordini stabiliti di questi tempi siamo nella prima fascia dell’ora illegale. Il dottor Dìndon, nei laboratori della GenoCorp, ottiene, tranquillo, la sintesi delle sintesi.

Si tratta del primo vaccino anti-influenza temporale o V.A.T, il quale, pare che permetterà a ogni essere umano di poter viaggiare nel tempo evitando tutte le insidie di migliaia d’anni d’evoluzione umana con una semplice iniezione.

Eretico all’epoca dell’inquisizione evitando il rogo?

Spia in piena guerra fredda senza essere lentamente torturato per sparare codici di piani inesistenti?

ORA, SI PUO’ FARE!

Questo era lo slogan che giornali e televisioni mandavano a ruota libera sul V.A.T. La notizia fu talmente esclusiva che subito vi fu una corsa alla massiccia produzione, s’andava tutti verso l’antico sogno umano che era la creazione del paradiso personale. Tutti volevano il V.A.T, poveri e ricchi, bianchi e neri, gialli e rossi, matematici e poeti, tutti, indistintamente, davanti quel prodotto annullavano le normali differenze quotidiane. Così, con quel unico obiettivo nel cranio, ci si dimenticò del dottor Dìndon. Il mondo com’era, pareva ormai insignificante, se privato di quella miracolosa fiala. L’eccessiva fretta, la smania paradisiaca che fremeva nelle coscienze fece scomparire dottore e relative verifiche sul farmaco, com’era d’uso comune. In un certo senso, le allettanti indicazioni della medicina del desiderio cancellarono

le sue controindicazioni:

L’ASSUNZIONE PUÒ PROVOCARE L’ABBANDONO DEL PROPRIO CORPO.

Questo era quanto la confezione di V.A.T riportava, e mentre il dottor Dìndon, da ligio scienziato, tentava l’impossibile per migliorare il farmaco prima della totale assunzione umana dello stesso, il mondo precipitava all’inferno, un inferno fatto di quelle poche persone rimaste vive e più che altro vegete che dappertutto, nelle strade, nelle piazze, nei centri commerciali, nei cessi, davano schiaffi pugni e calci semplicemente per far rinsavire la moltitudine di corpi abbandonati vivi dai rispettivi proprietari, che chissà quando, e in quale paradiso, s’erano scordati di loro.


Memoria di una testa tagliata

Alba di un giorno qualunque. Blak Jack, vagabondo di Monozonia, si ritrova addosso la fatidica domanda mattutina. Che cazzo ci faccio qui?

Una macchina, assemblata con pezzi di vecchia annata, percorre la strada che Black Jack fa tutte le mattine per cercare di fare la sua merdosa colazione, come conviene a ogni buon fetologo, in qualche lurida tavola calda in grado di servire rifiuti solidi urbani.

Questa mattina però, Black Jack, non si vive lo stesso indifferente tempo che scandisce la vita d’ogni cittadino di Monozonia. La macchina è veloce, ma per sua sfortuna, più lenta di lui, o almeno, di quelli che tutto sommato potremmo considerare i suoi pensieri, poi…

booooom!

La macchina si sfracella contro un albero. L’autista esce fuori dal mezzo assieme al vetro dell’auto sbriciolatosi in argentei coriandoli misti a carne svolazzante nel cielo putrido di chimica afa, e si chiede, che cazzo ci faccio qui?

Black Jack cammina tranquillo, come sempre. L’anonimo autista gli arriva addosso come un treno impazzito, i corpi si scontrano, parte del lato sinistro della testa di Black Jack si fonde come burro fuso con la parte destra del volto dell’impavido autista, poi, rimbalza lentamente a terra e satura d’idee sviene in se stessa, all’ombra d’un enorme pioppo d’origine industriale.

Intanto, lo stesso istante viene vissuto al centro del cervello dell’ubriaco cavaliere d’auto, precisamente nella zona dove risiede il caveau della banca della memoria, come se tutto il pensiero avesse dato origine a un vertiginoso vortice di idee capace di centrifugare la coscienza, e allo stesso modo in cui un tempo faceva qualsiasi ottimo frullatore, risucchiarla ai suoi bordi e permetterle per qualche istante d’osservare inebetito quanto rimaneva di essa. Infine si vomita al suo interno e tace.

L’anima dell’ubriaco cavaliere d’auto diviene consapevole per una volta nella sua oscena esistenza di essere libera dalle sbarre della sua coscienza, senza pensarci, si spara fuori dal corpo a migliaia di chilometri all’ora e sprofonda nell’individualità di Black Jack, amalgamandosi a essa per assaporare ciò che in quel momento egli chiama libertà, un’amorfa specie di chiodo fisso nel cranio che lo costringe a vivere una vita non sua.

Ore nove dell’anonima mattina successiva. La natura finalmente confessa. L’ubriaco cavaliere d’auto o forse solo un cavaliere ubriaco d’auto riattiva all’ospedale San Macellaio lo sguardo verso il mondo. Davanti a sé, un groviglio di tubi di plastica decorati da abbaglianti colori s’infilano in ogni cavità del corpo del suo assenteista vicino.

Nello stesso ospedale e nello stesso istante dell’anonima mattina, il nostro sfortunato fetologo abbattuto dall’ubriaco cavaliere d’auto riattiva lo sguardo, ma non riesce neanche a immaginare cosa può essere un’occhiata. Osserva lentamente qualcosa che gli sembra un esercito di lunghi e pittoreschi vermicelli che gli salgono su per ogni buco del corpo, per il culo, il pene, la bocca, il naso, le orecchie, diffondendosi tra le emozioni con la stessa velocità con cui si diffondono i batteri all’apice d’una infezione.

Scopre subito due cose dopo essersi risvegliato.

Primo. Quanto rimane del suo corpo è qualcosa come un busto centrale, un braccio, le gambe cui poco sopra è attaccata la testa, ma non come al solito, bensì in modo immediatamente strano, diverso. Una serie di coloratissimi fiumi composti da fibre ottiche la collegano al resto del corpo. Secondo. La ditta con cui aveva lavorato per così tanti anni e che si occupava dell’Igiene Mentale, l’A.U.N.M, Azienda Universale Nettezza Mentale, non era mai esistita, e che cumuli e cumuli di rifiuti di solide idee s’erano per questa ragione ammassati a tal punto in quel organo del corpo che pompa il sentimento alla coscienza da rendere invisibile qualunque emozione.

Alle ore nove, dicevo, di quella stessa anonima mattina, l’impavido autista aprì i suoi occhi morti e orbitanti attorno a quelli di Blak Jack, poi, il pensiero, gli si ammucchiò tutto in cima alla coscienza, in un unico punto, creando una specie di vertiginoso magazzino di dati.

Il cervello, come preso da un’affannosa erezione, eiaculò da quel unica apertura nel corpo l’intero pensare. Fu un’esplosione mnemonica multicolore, un’orgia di ricordi. Tutto il sistema nervoso venne fuori liquido e solo grazie all’intervento immediato del dottore l’intrepido cavaliere poté recuperare buona parte della sua memoria, mancava però, quella relativa all’incidente.

Black Jack, intanto, e da non crederci, pensava a uno dei suoi soliti e fertili vagabondaggi a Sognaria, il quartiere dei sogni vuoti di Monozonia, dis-trazioni le chiamavano in città, dove qualunque cosa, bene e male, uomo e donna, il tutto e il nulla erano morbidamente avvolti da una coperta talmente accomodante che niente, in quel posto, neanche il sapore triste che ha il paradosso della guerra quando è in corso, poteva sottrarlo a quanto stava vivendosi.

Lì, si sentiva finalmente libero. Niente poteva essere governato, ma improvvisamente, così, di botto, un lampo sonoro gli riempì le orecchie così come la luce ingozza gli occhi quando si è accecati.

PRONTOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO!

Ecco, quel suo sguardo distratto da visionario cieco, grazie a un’infermiera acida che dalla sua bocca dilatata rispose a un melmoso cellulare con l’aria da scrofa soddisfatta, emise l’abbacinante occhiata dell’animale sgozzato e si ricollegò al mondo senza rendersi conto che la convinzione di vederci era proprio ciò che lo fotteva.

Fu allora che Black Jack arrestò il suo sguardo esattamente all’altezza prevista dalla natura. E fu il vuoto spinto. Le ultime parole che sentì furono quelle dell’infermiera dopo che ebbe abbandonato il suo orgiastico strillare, e ve l’assicuro, contenevano tutto l’amore, l’odio, l’orrore, la gioia, la sofferenza d’ogni essere di quel posto.

Dottor Leitmotiv, lo ricucia! Non ha un bel aspetto! Lo abitui al suo malato rallentamento!

Obbedisco alla morte! Rispose il nostro dottore, e tutte le sue scintille vocaliche mandarono a Black Jack l’ordine comune.

Figliolo il meno che tu ti possa aspettare qui è l’incertezza!

Uscito dal San Macellaio per vie stellari alle tredici Ora Letale, Black Jack si precipitò, come sempre faceva a quel ora, verso casa, un fatiscente appartamento tra il Quartiere Umano e la Colonia Penale dei Sognatori di Monozonia, tra viuzze strette e altissime ormai in decomposizione.

Doveva fare in fretta, il coprifuoco cellulare, una sorta di momento franco in cui tutti i Predatori potevano percepire sottoforma di onde elettromagnetiche l’anima umana e quindi ingurgitarla, stava invadendo quelle silenti strade.

Black Jack, nel suo rapido e molle cammino tirò fuori alcune idee superstiti che gli orbitavano attorno a quel fumante punto dell’essere frapposto tra i due emisferi concentrici del cervello, proprio la dove s’uniscono per dar vita ad una cavità mentale, una sorta di buco nero del pensiero. La posizione assolutamente familiare delle creature che in quel ambiente s’incastravano tra i suoi occhi lo calmò. Sapeva che se qualcuno avesse udito anche solo un sibilo di energia dalla sua anima lo avrebbe ingurgitato senza pensarci due volte. Seguendo il ritmo arabesco dei colori e dei suoni di quello stretto mercato della carne che stava attraversando, venne completamente oscurato dall’intensa ombra che da esso veniva profusa nell’aria fetida d’odore animale.

Poteva quasi sfiorare i corpi degli esseri che i Catturatori, mercanti di sogni vivi, avevano accuratamente sistemato in quella stretta via. C’erano anche i Mesencefali, organismi di passaggio provenienti da Centrifuga, pianeta-prigione dove diverse forme d’aliena sensibilità tendevano sempre alla fuga, ma ai limiti del loro mondo prigione, venivano irrimediabilmente ricondotti da una strana e invisibile forza verso il suo centro. Questi erano ricercati dai Catturatori perché se ingeriti permettevano, grazie a una defibrillazione spirituale, il passaggio dalla veglia incosciente al sonno cosciente, esercizio che avrebbe regalato a qualsiasi essere il dono della tele-visione. Scopo della missione dei Catturatori era quindi, una volta portati gli esseri alla condizione di sonno cosciente, estrarre e sintetizzare l’attività vitale degli organismi catturati per ottenere da questi la Teleina, polvere di parole e immagini, una sostanza in grado di manifestarsi come uno stato in cui ciò che si vede è quello che si sa, e quindi dato che basta e avanza, soddisfa e appanza.

C’erano gli Orneusiani, microrganismi neuronegativi, diffusi nella vita e costantemente presenti nei rifiuti dei sogni prodotti dall’umanità che si accumulavano sempre più abbondanti nelle fogne di Monozonia.

Queste creature dall’aspetto manifestamente morboso, erano la cibaria preferita di un altro gruppo di loschi individui che circolavano a Monozonia, i Fognomi. Questi esseri delle fogne erano i venditori del nettare delle loro sudice terre, il prodotto principale della loro dieta, quei microrganismi orneusiani che essi divoravano tanto ingordamente da essere stati soprannominati i Signori della Festogna, e Fest-in-Fogna era la sagra che ne ricordava le gesta.

Abbuffandosi finivano poi per trasudare dal corpo la soporifera esistenza dei loro più reconditi sogni. Le gocce di tale sudore, che venivano abortite naturalmente dai loro corpi per una sorta di meccanismo auto repulsivo che serviva a preservarli dall’orrore d’immutabili sogni morti, era comunque ciò che faceva gola ai Catturatori. Una sola oncia di questo liquido presa da un organismo estraneo era in grado di dissolvere qualunque paura, qualunque odio, dalle menti fibrose di chi avidamente la ingeriva, un minimo sovra dosaggio poteva ridurre l’organismo ospitante al nulla, passando dapprima attraverso orribili convulsioni per infine ridurre la mente ad uno schermo vuoto.

C’erano gli Orgasmoidi blu, strane creature discendenti da un corpo nato nel remoto passato in un laboratorio grazie ad un assemblaggio d’organi interni di varie specie. Dopo secoli di discendenza, dalla nascita naturale del primo essere da parte di due cavie da laboratorio, la gestazione genetica poteva dirsi avvenuta. Il corpo nuovo aveva attecchito nella natura, e a tutti gli effetti, si trattava di una specie auto-replicante. All’apparenza sembravano schifosi, sia per il fetore di morte che emanavano sia per l’immagine rivoltata che avevano e ci tenevano a dare di loro, come se un gran prestigiatore li avesse presi dalla testa e avesse messo sottosopra con gesto fulmineo il loro interno in modo da farlo diventare la loro pelle, senza far danni, senza far cadere nemmeno un solo pregiudizio etnico su di essi. Il piscio di tali esseri se bevuto procurava orgasmi multicolori, ma se ci si assuefaceva c’era il rischio che il pene prima o poi diventasse come un vero e proprio ghiacciolo blu, freddo, duro, inutile.

Tutto era così mieloso in quel ghiotto ghetto che per un attimo Black Jack si perse, ritrovandosi a casa, sdraiato davanti a quello che oramai da tempo era considerato l’unico focolare domestico, il visore, la cui luminescenza proiettava come una faro nel mare dell’umanità l’unica direzione in grado di permettere alla vita di procedere abbastanza tranquillamente. Dopo aver assorbito le onde di luce pubblica che quotidianamente si dovevano assorbire per essere certi della propria normalità si sentì finalmente rilassato. Cazzo tutto era tornato a posto. L’incubo, perché ne era ormai sicuro, era stato solo un incubo, aveva abbandonato la sua mente. Passarono solo tre secondi per farlo ripiombare nel panico, dal visore una voce carnale lo informò che alle ore tredici, lui, Black Jack di Monozonia era pubblicamente deceduto al San Macellaio.

Come era possibile? Era lì, vero, sano come non mai. Tornò volando all’ospedale, doveva sapere. Eccola, la stanza centosei, entrò dentro come impazzito, si fermò al centro, orbitando sulla scena, aprì gli occhi, ma non c’era. Al contrario, come sempre accadeva a ogni buon cittadino di Monozonia, trovò solo il suo assassino, l’impavido e ubriaco cavaliere d’auto era ancora lì, come lo ricordava, immobile come un obelisco fissato al suolo. Non riusciva a crederci, quel pappone ubriaco d’auto stava godendosi la sua vita, la sua coscienza, gliela aveva rubata e non poteva fare più nulla, anzi, neanche si ricordava di lui.

Blocco di spazio 0

Blocco di tempo 0

Ore diciassette. Quattro occhi lentamente si schiudono alla vita, prima d’incrociarsi hanno una scossa, dovuta forse a una diffusa luminosità che non riuscivano a controllare. Si trattava, come mai era capitato prima, di capire. La coscienza si fece più vivida e dettagliata, pretese il suo tributo, era ora di sapere tutto ciò che c’era da sapere. Negli sguardi dei due cittadini di Monozonia si riversò tutta lo loro consapevolezza.

Black Jack comprese che era stato tutto un sogno, e cosa ancor più importante capì d’essere vivo, parola che ora gli sembrava stupendamente enorme. Passò tutta l’ansia dovuta all’incubo e sorrise con gli occhi al suo vicino, lo aveva perdonato. Volle passare in rassegna il suo essere e a quel punto il suo cervello si fermò, come se la coscienza fosse stata sparata nell’inerzia, inchiodata in un frammento di tempo inutile. Di lui non rimaneva altro che la propria testa, un testa tagliata con tutta le sua memoria, ricordava persino lo schianto e l’incrociarsi della sua faccia con quella del suo merdoso vicino. Da quel momento in poi seppe che sarebbe diventato il soprammobile mnemonico di uno sconosciuto cittadino, anzi, dopo aver udito l’ultimo dialogo fra il dottore e il suo smemorato carnefice, ebbe l’assoluta certezza che sarebbe stato, per il resto della sua esistenza, lì, su qualche comodino, memoria mnemonica del suo assassinio.


La scatola della signora Pandora

La signora Pandora, ancor prima di esserlo a tutti gli effetti, faceva già la cameriera alla villa dei signori Nonzò, vicino a quel lago chiamato Logo dove la gente, per via della perenne atmosfera straordinaria che sbronzava la sua natura, s’affollava per tutto l’anno, a quanto pare cedendo al fascino dell’invidia.

Lei, era stata programmata per essere nient’altro che quello, una cameriera.

Come ogni giorno nella sua memoria, la strategia che doveva adottare per spolverare era sempre la stessa, con regole stabilite alla perfezione dalla signora Nonzò, Arcidismessa dalle province di Menevado e Tornodopo. Regole ferree che imponevano una gestualità calcolata al millimetro e un’imponente fedeltà verso le leggi di pulizia di villa Nonzò. Questo giorno dunque, come tutti gli altri passati nella sua coscienza interna d’animale bioelettrico di classe I, la migliore, era proprio uno di quelli. Si doveva cominciare da materiali più assorbenti, e quindi giù alle tende, ai tappeti, alle coperte. Si doveva iniziare dai contenitori, dalla materia che presentava la trama più larga e che dunque più facilmente avrebbe potuto ospitare la maggior quantità di polvere, per giungere, infine, a materiali meno assorbenti, a trama stretta stretta, come mobili, pavimenti, piastrelle, e che rappresentavano per la logica della signora Nonzò e per il suo sistema della polvere delle pure e semplici superfici di deposito.

Esse non contenevano, reggevano piuttosto il peso di tutti i finissimi grani di materia che si stratificavano ovunque una tale trama si presentasse. Prese allora il suo ultimo modello di biosucchiatore, ultima evoluzione della specie Aspirapolverus Casalingum e iniziò la sua reiterata giornata. La donna delle pulizie, la signora Pandora, ai suoi tempi modello esclusivo d’animale bioelettrico domestico, dall’alto della sua coscienza programmata per le pulizie di villa Nonzò, prese in mano il tubo olfattivo del suo biosucchiatore e come una bestia inferocita iniziò ad aspirare ogni contenitore e ogni superficie di deposito casalingo. Giunta alla fine, il suo sottile udito avvertì suoni che uscivano da una strana scatola grigia. Era un televisore che commentava se stesso o meglio quanto avveniva in se stesso. Essendo il suo primo vero giorno lavorativo e non avendo alcuna idea di cosa fosse la tv, quella sputa programmi non sembrò a Pandora, in quel momento finalmente regina assoluta delle pulizie e dunque della propria vera esistenza, altro che un semplice oscuro recipiente, un po’ strano a vedersi, ma pur sempre un contenitore, magari come quello dei prestigiatori che aveva invece in memoria, nel ricordo più profondo, e da cui sapeva che il mago estraeva ogni ben di Dio.

S’avvicinò estasiata, boicottata dalla sua stessa coscienza, ne fu beata e persino beatificata. Per una curiosità allo stato puro, selvaggio, toccò l’oggetto misterioso e involontariamente spense la funzione d’autocritica che quel televisore aveva, da allora sparirono dallo schermo i bollini rossi, gialli, verdi e come se avesse aperto l’audio sino ad affogarne dentro l’udito, vide e udì quanto era contenuto in quella scatola.

Dopo quaranta minuti del solito bla bla involutivo pomeridiano la sua intelligenza programmata iniziò a dare segni di squilibrio domestico, stava per mettere a posto il suo tubo olfattivo quando un’idea elettrica gli si scaricò con maggior forza nel cervello, colpendone la zona viva, unica parte di consapevolezza rimasta naturale a se stessa. La signora Pandora pensò bene di ripulire quella scatola così come aveva fatto con migliaia d’altre. In quel momento l’esperienza passata fornì prova dell’universalità della capacità d’adattamento propria a qualsiasi essere. Cominciò dall’esterno, più la scatola blaterava più la Pandora delle pulizie, animale bioelettrico domestico di prima scelta, la migliore, la più affidabile sul mercato, nonché regina del regno d’Acaria, aumentava la potenza del risucchio. Era ormai lucida, l’esterno di quella scatola gli parve di colpo come la superficie agghiacciante di lago Logo d’inverno. Poi, l’esperienza passata si riaffacciò dai bordi della sua memoria e le ricordò che esisteva anche un’interiorità che doveva anch’essa, per stare sicuri, esser ripulita, solo per evitare che grani di suono e immagine potessero accumularsi dentro sino al punto da far saltare per aria quella scatola piena di strana gente che parlava e parlava e che avrebbe così potuto completamente ricoprire di parole e immagini la villa, la città e forse l’intero mondo, rendendo in tal modo vano il suo primo effettivo giorno di lavoro e poco puilita la vita. Così ficcò il biosucchiatore dentro e assieme ai suoi componenti elettronici aspirò ogni essere televisivo di quel vociferante posto. Ora, se sua signoria Nonzò glielo avesse chiesto, avrebbe davvero potuto affermare d’aver compiuto al meglio quel suo primo lavoro e di non aver lasciato nulla all’indistinto.

Il sogno fu turista

All’inizio d’una estate futura avvenne, a detta di coloro che questi fatti poterono discuterli solo tempo dopo, per via della sciagurata buffonata che parve, il più curioso tra i drammi che l’umanità avesse mai scritto tra le pagine della sua storia. Tutto cominciò attraverso gli orifizi nasali del sig. G, e tutto, in una brillante mattinata d’inizio luglio.

Il sig. G, com’era suo solito fare, aprì la porta del suo studio, un grosso magazzino industriale in disuso da una ventina d’anni ormai, si sedette al centro e iniziò a meditare su quella che era la sua ultima scultura, un oggetto alto quasi tre metri, qualcosa simile a un minuto omone nell’atto di cagare, con tanto d’escrementi che dal deretano arrivavano sin giù il piedistallo che l’avrebbe retto in tutta il suo sgraziato vigore. Il sig. G non pareva spiegarsi il perché, dopo tanto riflettere negli anni, gli era venuto fuori proprio quel soggetto, eccentrico anche per lui che s’era interessato sempre alle normali stranezze della vita. C’era però, qualcosa che non quadrava, come un cubo che si vuole per forza mettere nella rotondità della sfera in quei giochi per bambini. Si rialzò, gli girò intorno compiendo il più insolito rituale che mai avesse fatto e si risedette davanti, al centro del magazzino. Si concentrò sino al limite della sua testa, quasi gli pareva potesse scoppiare la coscienza tanto spingevano fuori i pensieri, ma atterrito rinunciò con sdegno, pensò d’aver perso e che quello sarebbe stato il suo ultimo giorno d’artista, il suo fallimentare licenziamento dall’universo che aveva sempre abitato.

Finalmente prese una decisione e gli parve proprio che fosse quella giusta, quella da prendere nei momenti difficili, quando tutto sembra davvero non avere soluzione. La sua bocca proferì allora parole semplici, fatte di quella materia quotidiana che nella quasi totalità del genere umano e animale viene da sé, senza aver bisogno del pensiero per pensarci. Vado a cagare!

Quel primordiale grido interiore fu l’ordine che il corpo eseguì senza pensarci su troppo e il sig. G si ritrovò senza rendersene nemmeno conto nella toilette del magazzino, a fissare, accucciato come un bambino sul water, il buco pieno d’acqua dello scarico. Ancora assopito dal morbido ondeggiare dell’acqua verdina, i suoi sensi vennero ridestati da un odore acre, che gli graffiò la gola, lo stomaco, e che associò al colore presente nello scarico, dato senz’altro per il mischiarsi del giallo della sua urina con il verde riflesso nell’acqua dalle pareti di porcellana verde del water.

In ogni caso un emanazione ancora sua, umana, riconoscibile. Ma distinse anche un odore diverso, che di colpo divampò nelle narici, diffondendosi in breve dappertutto come una brezza fetida che gli gravava dentro e intorno.

Iniziò a quel punto a ricordare che era ormai più di un mese e mezzo che ogni volta che si dirigeva al bagno era letteralmente violentato da questo nauseante odore e che s’era sempre chiesto la sua provenienza, o meglio, dove fosse il punto più vicino a quella maleodorante causa che poteva generarlo, abortendolo perfino dal regno del lerciume, unico aereo luogo da esso abitabile. Si mise così ad annusare sempre più profondamente, finché come per magia, staccò gli occhi dal colore di quel buco d’acqua e iniziò a seguire l’odore che ormai gli assorbiva qualunque altro senso, compreso il suo pensare. Nell’infinita quantità d’aria presente in quel posto il sig. G, col suo naso, riusciva a distinguere perfettamente le particelle appartenenti a quella schifosa emanazione da tutto il resto, aria buona e aria cattiva compresa. L’odore lo portò all’esterno del magazzino e lo obbligò a proseguire per pochi altri metri tra un rigagnolo di vecchie case, fin quando fu risvegliato da uno schiaffo a quella che tutto sommato poteva considerare la sua efficiente esistenza di cittadino di Gigalopoli. I suoi sensi ne furono quasi recisi. A un nauseabondo sfondo acquitrinoso e nero come la pece, che arrivava sino innanzi a lui quasi a sommergerlo, facevano da contrasto graziose casette a schiera, a tinte calde, bagnate da un sole lieve come una fiammella.

Quello sfondo, altro non era che il Miof, vecchio canale tra i tanti di Gigalopoli che una volta erano stati uno stupefacente sistema viario naturale in grado di dare notevoli benefici a tutta la cittadinanza, e ora, fogna a cielo aperto, soluzione di facile e appetibile comodità che i governanti avevano trovato per sbarazzarsi in modo alquanto sbrigativo del problema delle tonnellate e tonnellate di merda prodotte dai gigadini. Lo scenario romantico era ormai uno scolo nero, un letamaio in grado di mozzare il fiato a qualunque cittadino si fosse trovato lì. Come tutto questo fosse accaduto il sig. G proprio non riusciva a spiegarselo, la cosa più incredibile in mezzo a tutto quel sudiciume, perché di questo si trattava, anche se addolcito da una caramellosa insalata di case, luci e colori, è che erano vent’anni che pagava qualcuno che passava i soldi a qualcun altro che si occupava di darli a un Tizio che poi gli avrebbe dati a un certo Caio che infine avrebbe ordinato di far costruire a Sempronio un affare che avrebbe assorbito, pulito e riutilizzato come nuova tutta la cacca di Gigalopoli.

Cosa ne avrebbero fatto poi i gigadini di tutta quella cacca nuova ancora il sig. G non era riuscito a saperlo, se non altro poteva ipotizzare, come era abituato a fare nel suo mestiere, ma almeno, ora, era venuto a conoscenza che pagava qualcosa d’inutile e soprattutto d’inesistente.

Su tutte le furie indì un comitato che chiamò della Cacca Nuova e propose di occupare gli uffici del governo di Gigalopoli, girò per case e case e fece innumerevoli proseliti. Si riuscì a far commissariare l’intera città, come si dice in gergo gigalopolese quando bisogna ammettere un fallimento amministrativo per metterci una pezza sopra, affinché il problema delle fogne potesse così trovare risoluzione. Dopo tale provvedimento, tra i più gravi che un governo poteva arrivare a prendere, v’era solo lo stato di guerra, e parve assurdo a tutti che si potesse giungere mai a tal punto per “una questione di cacca” come tanta stampa ci tenne a precisare. Persino il sig. G decise che chiamare quella sua nuova creatura rubando qualche titolo ai quotidiani era l’unica cosa da fare per risolvere il personale dubbio artistico che gli aveva arrovellato il cervello per troppo tempo.

Intanto, passarono mesi, anni, finché la cacca di Gigalopoli giungendo per fiumi in mare iniziò a scurire le bellissime coste di un intero altro stato, la Papocchia, nazione ad est di Gigalopoli.

Il primo ministro di Papocchia, allora, avvertì quello della Gigalopoli di risolvere il problema, perché non ce la facevano più i papocchiolesi a non godersi più le loro spiagge e che si rischiava addirittura la guerra civile se da lì ad un mese tutto non ritornava come prima.

Il come prima di Papocchia, spiegò il primo ministro di Gigalopoli, era lontano almeno di altri cinque anni se tutto andava per il meglio. Allora il primo ministro di Papocchia, affittando tutte le televisioni del mondo, diede un ultimatum al primo ministro di Gigalopoli, dopo, non gli sarebbe rimasto altro che attaccare e distruggere la città con tutte le sue fogne e persone, allora sì che il problema sarebbe stato risolto una volta e per sempre e i papocchiolesi avrebbero rigoduto ferie tranquille.

Fu la guerra, ciò che nessuno, compreso il sig. G avrebbe mai immaginato. La distruzione portò via tutto, paradossalmente rimase in vita, da materia morta quale era, solo l’opera che il sig. G non s’era riuscito a spiegare neanche sino a un momento prima di morire per l’assurda guerra.

Il minuto omone si trattenne invece in quel posto chiamato mondo come “Una questione di cacca” che anche il più sprovveduto tra i futuri turisti si spiegava così ogni qual volta ne leggeva il titolo.

Unica figura riconoscibile, accovacciata in un atto umano tra i più istintivi, in mezzo al disordine dell’immensa rovina, un’indistinta e caotica massa di acciaio, vetro e cemento, stava lì, sola, fissa come un enorme essere a cui avevano negato il piacere della primordiale liberazione.

La guerra, quella guerra, gli era passata sopra come lava, conservandola intatta nella sua sfacciata posa, risparmiando proprio ciò che rappresentava, un presagio dell’arte.

L’impresa del professor Brz Brzz

Cari Signori e Signore, quanto sto per raccontare è una di quelle storie di tutti i giorni, una di quelle storie che riguarda tutto ciò che può girare attorno e dentro una lavatrice.

V’immaginate i milioni d’idraulici, tecnici d’ogni tipo, casalinghi e casalinghe, cameriere e camerieri, operai e operaie, investitori e investitrici, sino ad arrivare alle punte delle matite di coloro che le hanno progettate e disegnate, le lavatrici, o ancora, per essere più precisi, persino alle migliaia e migliaia di mutande, camice, pantaloni, pigiami, e tutta un’infinita serie d’abiti e abitini per ogni gusto.

V’immaginate ora, cari Signori e care Signore, tutta quanta questa gente e queste cose attorno alle lavatrici?

Ebbene qualcuno ci doveva pur essere, nello sconfinato cosmo, che avrebbe cercato di capirci qualcosa di questo anonimo fermento quotidiano. Presto detto, perché qualcuno ci fu.

Il nostro amico, un certo Professor Brz Brzz, docente di marxianologia generale all’università Ozonica di Marxe Est, nel giorno stellare 6543 e all’ora solare 25.19 decise di partire per la Terra.

Finalmente ottenuto il finanziamento dal Centro di Ricerca Universale del Dipartimento delle Scienze Marxiane, avrebbe potuto colmare la sua ultima lacuna cognitiva. La conoscenza del sistema che gli umani avevano costruito attorno alle lavatrici avrebbe portato lui all’apice della fama e il suo cervello di scienziato, sulla cima della cognizione generale dell’universo.

Era l’ultima volta che sul suo pianeta si sarebbe potuto pronunciare quel detto che voleva lo sviluppo delle conoscenze aliene ancora privo di un ultimo tassello. Il vuoto, ora, poteva essere riempito, e quel tassello, per il Prof. Brz Brzz, lo avrebbe conquistato proprio lui alla fine di quella importantissima spedizione.

Fu così che l’impresa capitanata dal Prof. Brz Brzz partì carica d’emozioni, tutte distinguibilmente orientate verso il pianeta Turchese del sistema stellare madre, era così che i marxiani chiamavano il nostro sistema solare, catalogando i pianeti per colore, in riferimento all’aura propria a ognuno di essi. Ci vollero ventitrè lunghissimi giorni di viaggio per attraccare sulla spiaggia atmosferica del pianeta Turchese, ma quando ciò avvenne, il Prof. Brz Brzz, con lo sguardo ormai congelato sull’immagine cosmica della terra all’esterno del portellone della sua cabina, si spiegò immediatamente il perché la razza umana avesse scelto proprio questo colore per rappresentare il divino, anche se il professore sapeva bene che questa connessione era ben lungi dall’essere nota a quegli stessi esseri che abitavano il pianeta in questione, e se lo era, lo era solo in quello che loro stessi definivano come aspetto sacrale o spirituale della cosa.

Già, quella cosa di cui non si sarebbero mai resi conto era proprio sopra di loro, al di sotto, tutta intorno a loro, un abbraccio inconscio, segreto, qualcosa di cui si sentiva l’essenza senza apparenza e che la specie umana rivestiva continuamente di paradisi e inferni mantenendo sempre a debita distanza quello che era, visto proprio da quel punto dello spazio dove gli occhi del professore erano, il vero paradiso da cui quella stessa leggenda era stata partorita. L’energia turchese stava lì, a irradiare nell’universo lo spirito d’un intero mondo, e loro, gli umani, non s’accorgevano di quella meraviglia che era il loro abitare.

Dopo aver compiuto il rito che sempre il Prof. Brz Brzz inscenava a ogni nuovo attracco, diede le dovute direttive ai membri dell’equipaggio e decise che era giunto il momento d’affrontare la ricerca reale dell’ultimo e fondamentale tassello mancante, ora a portata di sguardo. Lasciamo alle parole del prof. Brz Brzz la breve cronaca di quello che fu uno dei giorni più memorabili per la specie marxiana.

Ora umana 23.43, vengo sparato sotto forma di meteora in piena ecosfera umana, proprio nello spazio complessivo che ne contiene la vita.

Ora umana 23.54, ormai atterrato, decido di indossare la mutamica, una sorta di muta mimica, un abito che mi darà la possibilità di mimare alla perfezione corpi e atteggiamenti degli esseri primordiali di questo pianeta.

Ora aliena zero, inizia la missione, cercare una lavatrice, farsi spiegare il funzionamento, raggiungere la nave base per provarla, estrarre i dati dall’esperienza, elaborare le informazioni raccolte, infine, proseguire fino a esaurimento lavatrici.

Fin qui, andò tutto bene, per il meglio. Il meglio però, per il professore ancora doveva iniziare, ma lui, ancora non era in grado di saperlo, l’insidioso universo della tecnologia umana era qualcosa che il Prof. Brz Brzz non aveva per niente considerato come pericoloso, del resto l’arretratezza dei costumi tecnologici del popolo di quel mondo non avrebbe potuto impensierire neanche la più infima e amebica sottospecie vivente marxiana, figuriamoci uno che s’apprestava a raggiungere il top dell’intelligenza aliena.

Si sa però, che a volte, non tutto va come ci si aspetta, anzi, paradossalmente, c’è proprio una legge terrena che vede alcuni fenomeni come eventi illegali, presentando il caso come l’esempio perfetto di fuorilegge situazionale. Bene, questo fu proprio ciò che capitò al nostro emerito professore, un caso d’illegalità fenomenica che mandò in tilt tutta la conoscenza aliena, o almeno, quella del nostro eroe.

Il caso s’incarnò nel corpo di Tommy Ammoscato, emigrato siciliano che per questioni di vita, come usavano dire gli abitanti del pianeta terra, perse tutto e fini per fare il barbone per le strade di una delle tante metropoli esistenti.

Sbronzo per tenere il freddo, alla domanda del Prof. Brz Brzz, Mi indica per cortesia un negozio ove io possa trovare e indi riconoscere e comperare una lavatrice? Rispose, riempito d’alcool come non mai e privato del necessario orientamento spaziale, con un gesto teso e duraturo, alzando il braccio e puntando l’indice verso un negozio di cellulari, credendo invece di centrare proprio quello lì a fianco d’elettrodomestici, quello della tanto simpatica signora Teresina, che sempre gli dava qualche spicciolo. Ed ecco che un caso d’illegalità fenomenica era appena scattato nell’universo. Il professore, entrò nel negozio e si pronunciò con tono discreto ma convinto, al modo indicato dal suo manuale cognitivo interno di relazioni commerciali fra umani.

Vorrei una lavatrice! Per favore. Ecco a lei! Ecco qui, costa tot. vale tot. E per le istruzioni d’uso e tot scritt qui, grazie arrivederci paghi alla cassa!

Fu la pronta risposta del negoziante mentre gli sparava davanti il modello di cellulare soprannominato in gergo lavatrice, per via della somiglianza con la parete frontale dell’elettrodomestico in questione. Il professore intortato da tanta maestria del venditore si convinse che il più era ormai fatto, bastava pagare, andar via, leggere il manuale, provarla e rielaborare i dati raccolti.

Detto fatto!

Comprato l’oggetto uscì veloce come una gazzella e ritornò alla nave base. Lesse il manuale, ma non c’era nulla che gli indicasse come ficcare gli abiti lì dentro, così come aveva letto nel Trattato di Lavaggio Generale Umano dell’illustre Prof. Sfr Sfrr, suo predecessore. A quel punto, davanti a una vera e propria finestra sul mondo, tale era quella della sua stanza che puntava la terra, tentò a forza di ficcare indumenti vari in quel minuscolo e riservato oblò, fin quando allo stremo delle forze udì uno squittio provenire da quel misterioso oggetto. Lo prese allora con cura, ne fece la sua grazia, e rilevò al suo interno, col suo traduttore universale, un messaggio. Quello che era il semplice benvenuto dato al nuovo utente della rete fu interpretato dal professore come il frutto della precipitazione della sua spedizione. Era stato scoperto, gli umani ora sapevano dei marxiani. Costatata la disfatta, emise l’ordine di ritorno e pensando al suo tassello mancante salutò il pianeta turchese rammentando quel benvenuto ficcato nell’oblò di una lavatrice che di li a poco avrebbe comunque rivoluzionato il suo mondo, dato che al suo ritorno, non avrebbe portato ai marxiani una risposta bensì una altra domanda. Intanto, man mano che la nave s’allontanava dalla terra il segnale si perdeva ma il professore rimase lo stesso a guardare quel benvenuto nell’oblò fin quando non si perse per sempre nello schermo verdastro del cellulare.

La scultura carnivora

Prima che il verboso congegno della parola si metta in azione vorrei solo ricordare la difficoltà di narrare fatti di cui lo stesso pensiero possa vergognarsi, ma la voce del ricordo, ingenuo ospite, s’insinua tra le carni indurite dal tempo e preme sulla mente, per uscirne fuori e cancellare per sempre dal cranio quell’agghiacciante giorno in cui mi riconobbi. Se lo stupore prodotto da un capogiro egocentrico ti conduce tra i bordi assottigliati di quello che in te potrebbe essere definito come ‘la tua esistenza’, e la fa vacillare, non preoccuparti, va tutto bene, basta solo essere dentro un museo, e tutto si risolverà. Questo e quanto mi disse il mio subalterno creatore, Antipade di Smirne, scultore, ed io, accettai l’invito, se non altro per provare la mia esistenza. Appena dentro, prima sala, circondato da Dei e Dee, tutto stava ad indicarmi un modo indescrivibile di lasciar traccia, qualcosa che s’avvicinava a quel timore che sparge nell’aria una statua lattiginosa quando, se pure con occhi morti, ci fissa dritto nello sguardo. Furono pochi secondi, ma il mondo, credetemi, mi sembrò davvero leggero.

In quegli attimi privi d’ogni senso, io ero lo stesso di pochi giorni prima come di pochi secoli prima. Notai poi una coppia di turisti, davanti una perfetta divinità, fotografavano, parlavano, bla, bla, bla e cosi via. Si presentarono da me come se stessero comprendendo le difficoltà che avevo. Mi vennero incontro, e ciò m’intimorì, ma, purtroppo, non abbastanza da farmi recedere da quanto stava per accadere. La mia dura carne morta, perché questo mi sembrò ad un’osservazione più attenta, ebbe come un fremito e s’attorcigliò, con braccia di marmo freddo, addosso a ciò che ero.

A me stesso, a quel punto, ero sembrato proprio come la vita d’un blocco rigido piantato a terra. Ora mi pareva di sentire che m’arrampicavo sino al limite della mia personale pupilla, e, sporgendomi oltre quella che doveva essere la mia zona morta, notare, per la prima volta con coscienza, un cerchio composto da coloro che erano comunemente chiamati i vivi. Si comportavano in modo strano, mi ruotavano intorno proprio come la luna ruota intorno alla terra, ed io m’udii, per la prima volta udii queste parole mute dette da me, “Ma cos’è quest’orbita viva che mi striscia intorno?”.

Fu allora che il vecchio turista puntò il suo dito sfatto contro i miei occhi neutri e disse alla moglie “Cara guarda come i suoi occhi afferrano la nostra vita mentre gli andiamo incontro!”.

La moglie emanò la sua inerme espressione fuori dal corpo. Il marito captò un istinto proibito che gli andò dritto al cervello, l’avrebbe uccisa pensai. Il vecchio turista poté costatare per una volta che alcune sue fluide parole, per un istante, s’erano incarnate nella divergenza “Non sopporto quel suo cervello lavato e che dire poi di quel corpo che rallenta il mio cammino, rendendo indistinta la crudeltà dell’ingranaggio che mi piace”.

Durante quella sua prima rotazione attorno a se stesso, grazie agli occhi di un vecchio e di sua moglie, l’antica e marmorea scultura del Dio Sole, per appagare i suoi occhi, aveva fatto scivolare la crudeltà dentro di sé, semplicemente guardando il vuoto dei suoi occhi riflesso in quelli del vecchio che gli orbitava attorno. La secolare pietra, colmò così la sua ansia implacabile di dare un’occhiata a all’immagine fredda e stantia che aveva di sé. Invertì sbadatamente la sua visuale fissa, compiendo esattamente il giro del suo corpo, ma niente, non trovò sangue vivo né dentro né fuori. Allora seguì le tracce della sua carne persino all’inferno, qualunque inferno, ma niente. Adirata, per quel suo dover essere adagiata in una stanza ammobiliata d’occhi bramosi d’abitudine e di bocche che da sempre sbranavano parole senza neanche assaporarle, si decise. L’unico modo che aveva per studiare gli aspetti della sua miserabile apparizione, era quello di ridurre gli uomini a pura carne. Ora, l’idea era quella di assaporare il ricordo di tutti quei resti umani che, pian piano, s’erano depositati attorno a lei per via di quel violento clamore che il tempo rappresentava per la vita dei suoi osservatori. Tutto ciò le dava finalmente un meritato piacere. Di botto, fu consapevole di essere la sola, nella sua immutabile posizione, a poter divorare le carni vive di quegli strani esseri che ogni tanto, girandogli intorno come in segno di sfida, pronunciavano parole di un’imprecisata ubriachezza che scivolavano dal loro cervello per svenire poi al suo interno, destandole l’insolito sospetto di poter esser qualcosa di morto.

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