spARTaco

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21 luglio 1971. Laureato in Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo, con un approccio semiologico all’immagine.

Ho lavorato come educatore, formandomi a Bologna anche in Cooperazione internazionale, e frequentando un seminario in giornalismo di guerra e un corso in editoria. L’esperienza educativa mi ha portato in Palestina (dove assieme a un collega ho realizzato il documentario Arab Ramadin, storia di un villaggio in una zona cuscinetto), avvicinandomi alla gente e ai suoi problemi quotidiani, e in ambito editoriale.

La mia ricerca attuale è rivolta ad approfondire il tema della guerra comparando due diversi modi dell’immagine di rappresentare la realtà, quella adulta (elaborata e più colta degli artisti palestinesi) e quella dell’infanzia, e produrre un DOC che racconti la storia della crescita di due bambini (intervistati in età differenti).

Dal 2008 risiedo in Basilicata, dopo aver vissuto in Emilia-Romagna, dove ho collaborato sino all’aprile 2010 col Quotidiano della Basilicata occupandomi prevalentemente di ambiente (con inchieste sul traffico di rifiuti e altro), e girato il documentario AMARALUCANIA. Dopo un articolo su una ex discarica comunale ricevo intimidazioni da un sindaco che minaccia di far perdere il lavoro ai miei familiari. Nonostante la replica del direttore, che afferma anche di attenzionare con il Quotidiano il caso, preoccupandosi del lavoro di mio fratello (per non tornare ai tempi di “Cristo si è fermato ad Eboli” in Basilicata), mio fratello perde il lavoro a distanza di pochi mesi ed io non ho un rinnovo di contratto. Dopo avermelo fatto firmare a Matera in redazione, non mi ritorna controfirmato dall’editore. Motivi economici dicono (3mila euro annuali). Collaboro come precario con altre testate approdando in quello che mi piace pensare come un veliero che scorre sull’oceano della realtà, Basilicata24, una testata d’inchiesta lucana. Mio fratello, invece, per ora è tornato a lavorare da super precario per pochi spiccioli. Personalmente l’idea che mi sono fatto è che in Basilicata la mafia è semplicemente un sistema di pressione socio-economica e culturale. Agisce per lo più con proiettili politici. Le persone si uccidono socialmente, privandole del lavoro.

Questa la mia storia sino ad oggi.

2 thoughts on “spARTaco

  1. “L’acqua disfa li monti e riempie le valli, e ridurrebbe la
    terra in perfetta sfericità, s’ella potesse.” Leonardo da Vinci

    Sventurati fiumi di Basilicata (…e d’Italia)
    vittime di incuria e abbandono… e di grandi Operazioni Spartitorie.

    E’ risaputo e condiviso da tutti: i fiumi lucani rappresentano, da sempre e per molti aspetti, la parte più importante: la spina dorsale del territorio regionale. Tanto è vero che i Padri della Regione li inserirono nel logo istituzionale. Ma poi furono affidati ad una banda di Balordi & Criminali che li hanno trasformati in Campi per scorrerie della lobby Tangenti & Appalti.

    La funzione primaria di un corso d’acqua, nella salvaguardia del territorio, è quella di drenare le acque del proprio bacino idrografico. Perché possa assolvere al meglio e nel tempo a tale funzione, si devono verificare due importanti condizioni:
    – 1) che la sezione di deflusso (ampiezza dell’alveo) riesca a contenere le proprie portate;
    – 2) che il profilo idraulico possa fungere da “livello di base” al reticolo idrografico: in ogni punto di confluenza di canali e fossi di scolo.
    E’ importante quindi che l’alveo attivo vada ripulito: – dal materiale litoide che vi sopraggiunge con le ricorrenti piene; – dalla vegetazione che vi nasce, cresce e trasforma i fiumi in vere e proprie boscaglie: ad esempio i tratti fluviali della fascia ionica; – da tutto ciò che vi si accumula e tende ad ostruirlo, ad innalzarlo e deviarne il corso;

    La normativa vigente: il D.P.R. 14 aprile 1993 – stabilendo i criteri da osservare nei programmi di manutenzione dei corsi d’acqua – include tra gli interventi utili alla eliminazione di situazioni di pericolo: – 1) l’eliminazione delle alberature dagli alvei attivi – 2) la rimozione dei materiali litoidi; entrambi pregiudizievoli al regolare deflusso delle acque; – 3) il ripristino della sezione di deflusso, adeguata alle piene di ritorno trentennale, sulla base di misurazioni di carattere idraulico e idrologico. Da notare l’importanza data alla sezione di deflusso ed alle modalità per la sua determinazione.
    L’articolo 17 della legge 183/1989, prevede, a cura dell’Autorità di Bacino, la normativa rivolta a regolare l’estrazione dei materiali litoidi dal demanio fluviale, in funzione del buon regime delle acque.
    L’articolo 2 della legge n. 365/2000 stabilisce infine che la Regione – sotto il coordinamento dell’Autorità di bacino – provvede a rilevare le situazioni di pericolo, a identificare gli interventi di manutenzione più urgenti, ponendo attenzione alle situazioni d’impedimento al regolare deflusso, con particolare riferimento all’accumulo di inerti.

    Il grosso problema che assilla i fiumi lucani è rappresentato proprio dagli accumuli di materiale in alveo. Si tratta di quella parte grossolana di trasporto solido “di fondo” (ghiaia di varia pezzatura), che avanza lentamente durante la piena, ma col ridurre della sua velocità, si ferma e si deposita in alveo. Da distinguere dal trasporto solido “in sospensione” (sabbia e limo) che prosegue fino alla foce alla stessa velocità della corrente.
    Data l’abbondanza e la sua alta qualità, il materiale inerte fluviale costituisce una grande risorsa mineraria di proprietà pubblica. Sarebbe quindi di (doppio) interesse pubblico: rimuoverlo dagli alvei ed immetterlo sul mercato, mediante l’attività estrattiva.
    Attività che potrebbe rientrare a pieno titolo nei Programmi di manutenzione. Potrebbe assolvere alla bonifica e pulizia degli alvei, e contribuire in tal modo alla salvaguardia del territorio.
    Occorrerebbe quindi determinare, per ogni tronco fluviale, la sezione di deflusso adeguata, al cui mantenimento dovrebbe attestarsi ogni intervento estrattivo e di bonifica; – da farsi in modo preventivo; – e non dopo decenni di accumulo, e di totale ostruzione degli alvei.
    Gli effetti di una siffatta politica sicuramente sarebbero: – la manutenzione preventiva ed a costo zero dei corsi d’acqua; – ed in più una notevole entrata riveniente dal valore del materiale utilizzato.
    Ma al posto di tutto questo ha prevalso l’incuria e l’abbandono. Le ricorrenti esondazioni del Basento (a Grassano, Bernalda e Pisticci) dell’Agri e nello stesso Metapontino, sono causate non già da recenti “eventi eccezionali”, ma da una politica scellerata ventennale: fatta di inosservanza delle suddette leggi e disprezzo per il Bene comune, da parte sia dell’Autorità di Bacino che degli altri uffici “preposti” (12 uffici attuali, al posto dell’unico Genio Civile di una volta) presso i Dipartimenti Ambiente e Infrastrutture.
    Quanto all’estrazione fluviale, fanno di tutto per ostacolare l’attività legalizzata (fatta di quantitativi reali e sostanziali) e promuovere quella fraudolenta: fatta di concessioni “virtuali”, con il sistema: ne paghi mille ma ne puoi prelevare 10-100mila metri cubi.
    Operando in questa ottica balorda:
    – adottano nel 1996 un piano estrattivo scellerato, fatto su misura per occultare l’abbondanza del materiale presente nei fiumi;
    – s’inventano, per tale scopo, la storia dell’arretramento della costa, che sarebbe dovuto ad eccessivo prelievo di materiale inerte dai fiumi: una madornale stupidaggine avallata dalla sub-cultura dell’UNIBAS;
    – impongono prezzi esagerati ed inaccettabili; – quindi costringono ad operare con concessioni “virtuali”;
    – per chi opera lungo i fiumi vige la regola: VIETATO NON RUBARE;
    – chi vuole operare nella legalità è costretto a chiudere;
    – così come ha chiuso la mia azienda: la INERCO srl di Tricarico.

    Fanno un uso sporco e strumentale dei vincoli ambientali. Per punire il sottoscritto (che non si è adeguato al loro sistema criminoso) s’inventano un’area SIC – ZPS, proprio sul tratto di Basento in cui la mia azienda opera dal 1965. Sottopongono a vincolo l’intera area, “per tutelare gli alberi sviluppatisi in alveo”.
    In pratica, intendono salvare quello che la legge impone di eliminare.

    Al colmo dell’indecenza, approvano una porcata di legge (n. 19 del 2005) su misura per:
    – stravolgere la legge reg. 12/79, eliminando ogni forma originaria di efficienza e trasparenza;
    – eludere una sentenza del Tribunale delle Acque del gennaio 2005, che aveva annullato un loro diniego fondato su falso ideologico; – spartirsi la competenza nel rilascio e proroga di concessioni virtuali; – alternarsi nella riscossione del prezzo personale: promanibus.
    Sono dei Buffoni, Corrotti, Mistificatori e Pazzi scatenati.

    Ripeto, la mia azienda è presente ed opera lungo il Basento, nel tratto di Calciano e Grassano, sin dal 1965. Con interventi motivati da “esigenza di governo idraulico” e concessioni pluriennali, ha prelevato in media 30mila mc, annui. Nell’ultimo triennio (1991-94) 130mila mc. versando un canone di oltre 200 milioni di lire.
    L’ammontare di materiale asportato in 30 anni di attività è di 900mila mc. La situazione lungo il Basento, alla fine della sua attività estrattiva (1995), si presentava così:

    Foto 1 – Anno 1995: fiume Basento – zona “Giardini” di Grassano

    Dal 1995 in poi, nonostante le nostre reiterate proposte di intervento (cui è seguito, da parte degli Uffici regionali, uno scellerato turbinio di dinieghi motivati da falso ideologico, oppure approvazioni seguiti da impedimenti) è stato imposto il fermo della bonifica del Basento.
    Con abusi, omissioni ed anni di raggiri, e, per ultima, con un’ignobile Conferenza di servizio (condotta da un compiacente Commissario ad acta nominato dal Tribunale Superiore delle Acque, in cui hanno imposto la suddetta carognata del vincolo SIC – ZPS), hanno decretato la fine della nostra attività nel Basento, e la chiusura dell’azienda.

    Nel frattempo il Basento straripa con ricorrenza annuale. Da oltre 10 anni, Sindaco e Prefetto sollecitano più volte ma invano un intervento. Nel 2002 l’intero tratto Calciano – Grassano viene persino classificato, nel Piano dell’Autorità di bacino: “Area ad alto rischio d’inondazione”. Ma la questione “Giardini” finisce comunque nel dimenticatoio degli uffici.
    Infatti, nel Programma regionale del 2003 (25milioni di euro), sono stanziati 3.680.000 euro per sistemazione idraulica dei corsi d’acqua. Ma, nonostante l’ormai stranota situazione di pericolo, per il Basento di Grassano non è previsto niente. Non gliene frega niente a nessuno.

    Ma poi si scopre anche di peggio: mediante questo ed altri “Programmi” vengono “eseguiti” ben due interventi (2002 e 2005) nel torrente S. Nicola di Nova Siri: dove non esiste alcun pericolo di esondazione. Anzi non esiste nemmeno l’acqua.
    Vi è comunque prevista la rimozione dall’alveo di 300mila mc. di materiale (per 757mila euro di spesa) che però viene asportato solo sulla carta.
    A quanto pare, lo stanziamento di certi fondi scaturisce non da gravi situazioni di pericolo, ma da favorevoli occasioni spartitorie. La Difesa del Suolo non è un obiettivo, ma solo il pretesto per attivare fondi pubblici.

    Per Costoro la sezione di deflusso “è una stronzata”; i fiumi non sono il fine, ma il mezzo per “sistemare” il denaro pubblico. Per gestire maggiori risorse (senza controllo) ripudiano ogni forma di prevenzione, com’è appunto l’attività estrattiva, e perseguono l’emergenza …e gli appalti di somma urgenza.
    La Cosa pubblica non è un Bene vitale da tutelare, ma solo una carogna da spolpare.

    Tornando al Basento di Calciano – Grassano, nel frattempo le piene hanno portato altro materiale (ve ne sono ora 450mila mc.) che poteva essere asportato per tempo e che invece si è accumulato lì: ad ostruire l’alveo; a deviarne il corso; a distruggere 800 ettari di terreno agricolo. Sventurata Agricoltura!!! Altro che ripascimento della costa ionica e tutte le sciocchezze che si raccontano in proposito. (***)

    Nel 2005 lo stato del Basento si era modificato, come nella seguente foto 2.

    Foto 2 – Anno 2005: fiume Basento – zona “Giardini” di Grassano

    Ma ora, 2010, la situazione è peggiorata ed è gravissima. Tutto ciò non sarebbe accaduto se non avessero impedito il prosieguo della nostra attività.

    Si sappia inoltre che a parte l’enorme danno per gli agricoltori, c’è anche il danno per la Regione, pari a 450mila euro di mancato introito del canone estrattivo (30mila euro per 15 anni). Cui vanno aggiunti 900mila euro di spesa: occorrente per rimuovere (ora e subito) quei 450mila mc di materiale: ingombrante e dannoso. Ed io pago… direbbe Totò.

    Sul governo dei fiumi, hanno orchestrato un sistema (fatto di Arroganza e Cialtroneria, di Illegalità ed Impunità garantita) che non tutela un bel niente, e che invece produce lo sfascio del territorio, spreco di risorse e malcostume sociale. Sistema che si è imposto grazie all’esplicito consenso della Maggioranza ed al silenzio-assenso dell’Opposizione.
    A mio avviso andrebbe fatta una seria inchiesta sul letamaio – di appalti pilotati, opere fantasma ed enormi spartizioni – prodotto negli anni 80-90 (e tuttora) lungo i fiumi lucani.
    Con ciò non voglio dire che tutti gli operatori regionali (politici e tecnici) siano responsabili di tali malefatte. So per certo che affianco ai tanti Gaglioffi, vi operano anche tantissime Persone perbene.
    Però va ribadito anche che, come diceva Martin L. King, “Ciò ch’è più dannoso nel mondo non sono gli uomini cattivi, ma il silenzio di quelli buoni”.
    E allora… se veramente ci siete… ovunque voi siate… battete un colpo!!!

    Da Fontamara – aprile 2010 – Nicola Bonelli (348.2601976)
    http://www.fontamara.orgnicolabonelli@fontamara.org

    (***) Nota bene!!!: Sul problema dell’erosione della costa ionica abbiamo sentito in questi ultimi anni un sacco di corbellerie. La più grossa sciocchezza – detta anche da fonti ufficiali ed autorevoli – è che tale fenomeno sia dovuto al mancato apporto solido fluviale. Si sente evocare e paventare “il mancato ripascimento”. Come se la costa fosse un cavallo: che reclama ogni anno la sua razione di biada.
    Si vorrebbe che i fiumi portassero a mare una maggiore quantità di apporto solido. Ma non si tiene conto che ogni grammo di quel materiale viene asportato (a causa della diffusa idro-erosione del suolo) da versanti e rilievi con conseguenze gravissime per la stabilità del territorio e per l’agricoltura; ed un grave rischio per la nostra stessa sopravvivenza, che si chiama desertificazione.
    Abbiamo inoltre assistito ad alcuni interventi folli sulla costa: di ripascimento, appunto, e ad altri comunque dannosi e controproducenti.
    E già si preannunciano, come un presagio di sventura, nuovi Studi universitari ed altri interventi milionari.
    Ma a tutti sfugge la vera causa che sta provocando quel disastro. Causa che non viene da lontano ma è tutta lì e soltanto lì: nel modo errato di approccio e di utilizzo, dello stesso litorale. Sventurata Costa Jonica!!!

    P. S. Negli anni 80-90 furono spesi lungo i fiumi lucani circa 400 miliardi di lire: Fondi FIO (Fondi Investimento Occupazione) stanziati dal Governo parallelo chiamato CIPE.
    Soldi spesi per opere fantasma (pagate ma non realizzate), per sistemazioni idrauliche fasulle, per lavori appaltati “a forfait” ed importi gonfiati a dismisura.
    Ma senza creare un solo posto di lavoro.
    Soldi spartiti tra: Imprese… Partiti… Tecnici… Burocrati… Alti Consulenti… etc.
    Soldi sottratti all’utilizzo per case, ospedali, scuole, strade, fogne…

    Nonostante la penuria di risorse, la prassi spartitoria continua tuttora: pagando Opere Fantasma lungo i fiumi e torrenti di Basilicata.

    SVENTURATI TUTTI NOI !!!

    Se condividi… passaparola… suona le campane…

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